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Dal baco alla cravatta: un'epopea lunga quasi cinquemila anni


di Enrica Salvatori

È prodotta in Oriente, lavorata in Occidente, studiata nei laboratori e nelle università di tutto il mondo: la via della seta esiste ancora e muove interessi di migliaia di miliardi.

Tutto ha inizio con un massacro. Quello di miliardi di crisalidi in procinto di uscire dal loro bozzolo. Vengono soffocate con il vapore, affumicate, cotte da micidiali microonde: ogni mezzo è buono per impedire alle aspiranti farfalle di secernere il liquido alcalino che sciogliendo le sostanze gommose del bozzolo crea il foro d'uscita. Non c'è alcuna pietà: quell'apertura non s'ha da fare.

Dopo la strage, il miracolo. I delicati involucri setosi, messi a mollo nell'acqua bollente, riescono a ridonare tutto il filo che li compone e, attraverso macchine e mani industriose, a trasformarsi in filati, matasse, rocchetti e da qui in cravatte, abiti, foulard, lenzuola e mutandine, paracadute e addirittura strumenti tecnico-chirurgici.

La via della seta non è solo quella che da millenni ha visto il passaggio di ori e stoffe preziose attraverso l'Oriente: è anche il percorso che porta dal baco al tessuto. È un cammino tragico e sublime insieme; forse perché racchiude in sé gli estremi della nascita e della morte, predestinata e ineluttabile, o perché segue le leggi della natura come quelle dell'arte; o forse ancora perché si svolge attraverso fasi note e ripetute da almeno 4.700 anni.

È infatti dal 2700 avanti Cristo, stando a quanto attestano le fonti cinesi, che il Bombyx mori o "bombice del gelso", una falena della famiglia delle Bombycidae, è stato “addomesticato” dall’uomo, con il preciso intento di produrre il prezioso filato. L'allevamento controllato, protrattosi per millenni, ha finito per operare una vera e propria selezione artificiale, portando a un insetto "creato dall'uomo, incapace di vivere autonomamente".

A dirlo è la dottoressa Patrizia Ianne del Silkworm Laboratory di Guanzate, nel Comasco, emanazione di una delle industrie seriche più importanti al mondo, la Ratti s.p.a. "Il Bombyx mori non potrebbe più sopravvivere senza l'aiuto dell'uomo", spiega. "Le sue uova verrebbero mangiate dalle formiche, le poche larve sopravvissute, incapaci di mimetizzarsi con l'ambiente, sarebbero facile preda degli uccelli".

Se la natura ormai gli è nemica, in compenso il baco da seta trova cure, nutrimento e coccole per mano nostra per almeno tre quarti della sua esistenza. Il primo stadio è quello delle uova, chiamate "seme‑bachi" dagli addetti al settore, ricavate da incroci di numerose razze pure: sono controllate accuratamente, sottoposte a un graduate aumento della temperatura e dell'umidità relativa. Dopo circa due settimane escono le larve che, voracissime, si gettano sulle foglie di gelso tritate, alternando enormi abbuffate con periodi di stasi, ognuno concluso da una muta. Dopo un mese dalla schiusa, quattro cambiamenti di pelle e un aumento del peso corporeo di 10.000 volte quello originario, i bruchi cercano una superficie verticale adatta ai loro scopi, il cosiddetto "bosco", e cominciano a costruire il bozzolo, emettendo un filamento umido che si rapprende appena a contatto con l'aria.

Dopo tre giorni e oltre 300.000 movimenti del capo, il lavoro è compiuto. I bozzoli vengono raccolti e i loro ospiti uccisi prima che terminino la trasformazione in farfalle. Ai pochi adulti risparmiati per la riproduzione restano, tuttavia, solo pochi giorni di vita: il tempo di accoppiarsi e deporre le nova. Privi di apparato boccale, sono infatti incapaci di nutrirsi e quindi destinati a morire di fame.

"Il baco non è che un intestino che si muove", scrisse il biologo Jean Rostand, "l'adulto è un organo riproduttore provvisto di ali". In mezzo c'è il miracolo della seta, nelle sue due componenti essenziali: la fibroina, sempre bianca, e la sericina, una guaina che riveste il filo come un manicotto e gli conferisce un colore che varia a seconda delle razze. Una larva produce fino a due chilometri di filo, che però deve essere unito ad altri per ottenere un filato adatto alla tessitura. Per avere un chilo di seta grezza ci vogliono almeno 80 chili di bozzoli, ovvero 500 bachi nutriti con 2 quintali di foglie di gelso. Tradotto in merce, sono 110 bozzoli per una cravatta, 600 per una blusa, 3.000 per un kimono.

I rapporti numerici sono tali che solo i Paesi ricchi di manodopera a basso costo possono dedicarsi in maniera massiccia alla sericoltura. Primo fra tutti la Cina, che copre da sola l’82 per cento circa della produzione mondiale. Nel 1995 ha immesso sul mercato 4.600 tonnellate di filato grezzo e 184 milioni di metri di tessuto. Le 20 province cinesi più impegnate nella sericoltura, come il Zhejiang e il Jiangsu, hanno prodotto seta per 2,9 miliardi di yuan, corrispondenti a circa 600 miliardi di lire, nei soli primi tre mesi di quest'anno. Sono cifre da capogiro, in diretta relazione a una crescente richiesta del prodotto che, nonostante le oscillazioni del mercato e la concorrenza delle fibre artificiali, è quasi raddoppiata negli ultimi 30 anni.

Se la produzione è "made in China", la lavorazione del prodotto è però patrimonio dei Paesi industrializzati, come l'Italia e la Francia. Nel nostro Paese l'industria della seta dà lavoro da sola a 13.500 persone, esporta prodotti per 3.420 miliardi di lire, su un fatturato complessivo di circa 4.700 miliardi: la fonte è l'Associazione serica italiana, l'ente che dalla fine del secolo scorso rappresenta tutte le imprese che operano nel settore. Tra i primi Paesi al mondo per l'esportazione di tessuti e per la qualità dei suoi prodotti, l'Italia della seta ha nel comprensorio industriale comasco la sua "capitale": vi si trovano concentrate le principali manifatture, come la Mantero o la Ratti, i laboratori, i gelseti, i musei.

Contende a Como il ruolo di capitale europea della seta Lione, almeno dal 1538, quando Francesco I diede ai mercanti lionesi il privilegio della fabbricazione dei preziosi tessuti. Ha qui sede, per esempio, la società di Bernard Tassinari, che ha restaurato tutti gli arredi in seta della camera da letto di Luigi XIV a Versailles: un lavoro durato 17 anni, che ha comportato ricerche d'archivio, l'utilizzo di vecchi telai e la riscoperta di tecniche ormai abbandonate.

Ma i problemi non mancano. Nel 1995 i setaioli lionesi hanno prodotto 354 tonnellate di filo e 335 di tessuto: due volte meno che 10 anni fa, 20 volte meno che all'inizio del secolo. Le cose vanno un po’ meglio in casa nostra, anche se venti di crisi cominciano a soffiare. "Nel 1996 la tessitura serica italiana ha esaurito il ciclo positivo che l'aveva caratterizzata negli anni precedenti", lancia l'allarme l'Associazione serica italiana. "L’inversione di tendenza è stata netta e ha portato a una diminuzione della produzione media annua dell'8 per cento".

Molte le possibili cause, dal mutamento generale del gusto all'immissione sul mercato di prodotti di scarsa qualità. Da tutte le analisi emerge tuttavia un unico grave problema di fondo: il monopolio cinese della materia prima. Si scopre così che la via della seta esiste ancora ed è quella che costringe le industrie tessili occidentali ad andare in Oriente per fare la scorta dei bozzoli e a dipendere in tutto e per tutto dall'andamento politico‑economico del paese dei campanelli. L’egemonia cinese è tale che persino il Giappone, tra i principali produttori di seta, ha da tempo ritenuto più conveniente importare i bozzoli e dedicarsi soprattutto alla manifattura.

Le iniziative volte ad arginare il problema non mancano. In Europa nel 1994, tutti gli interessati alla produzione e lavorazione della seta si sono riuniti nel quadro di un ambizioso progetto, denominato Eurochrysalide e finanziato dall'Unione per 1,8 milioni di ecu. Lo scopo, quello di creare un polo tecnologico della seta ad alto livello, rilanciare la produzione, trasmettere conoscenze e tecniche alle generazioni future. Il primo, importante, risultato è stato l'inaugurazione, il 29 novembre 1997, della stazione di grainage di Pradel, nella regione francese dell'Ardèche: un centro pilota per la produzione dei semebachi e per l'allevamento delle larve. Vi ha partecipato, unico in Italia, il Silkworm Laboratory di Guanzate, mettendo a punto ricerche innovative sulla produzione di nutrimento artificiale del Bombyx mori.

"Il baco da seta è un animale decisamente monofago", spiega la dottoressa Patrizia Ianne. "Nei secoli passati molti hanno cercato di variargli la dieta ma i risultati sono stati sempre estremamente deludenti". Tutto a causa dei tre recettori di cui è provvisto l'apparato boccale della larva, corrispondenti a tre differenti livelli di accettazione del cibo: il primo valuta se è il caso di morsicare l'alimento, il secondo di masticarlo e il terzo di deglutirlo. "Qui a Guanzate siamo riusciti a superare tutti e tre i livelli", annuncia la dottoressa Ianne, "con una dieta a base di soia, sostanze vegetali, sali minerali e vitamine. Un nutrimento che in futuro potrebbe sostituire degnamente il gelso, impegnativo e antieconomico".

Perché in futuro? "Perché oggi sono ancora troppo costose e complesse le tecnologie che consentono di allevare il baco con una dieta artificiale. Conviene ancora andare a rifornirsi in Oriente".

Il rilancio della sericoltura europea deve quindi seguire per ora anche altre strade; innanzitutto abbattere i costi della manodopera e favorire la meccanizzazione del ciclo produttivo. Anche qui le iniziative non mancano. Sono stati inventati apparecchi per la raccolta dei rami di gelso, la separazione e tritatura delle foglie, la distribuzione del cibo, l'imboscamento e la raccolta dei bozzoli.

"Nulla di tutto questo però avrà un senso se i nostri bachi non cominceranno di nuovo a filare", avverte però Mauro Nicoletti, presidente dell'Associazione bachicoltori italiani. Il fenomeno si è verificato la prima volta nel 1989 a ancora non ha incontrato soluzione: i bachi italiani, soprattutto quelli allevati al Nord, giunti alla fine del loro stato larvale, invece di salire al bosco e di filare il bozzolo, continuano imperterriti a mangiare il gelso e a ingrassare, lasciando a mani vuote i bachicoltori. "Prima del 1989 si producevano 120.000 chili di bozzoli", afferma sempre Nicoletti, "oggi la produzione è praticamente azzerata. I pochi allevatori che continuano a nutrire i bachi, lo fanno solo nella speranza, sempre più debole, di un futuro ritorno alla normalità". Lo "sciopero" dei bachi da seta sembra dovuto al Fenoxycarb, la molecola contenuta in un antiparassitario usato in agricoltura. Nonostante il governo abbia emesso in proposito numerosi decreti‑legge e abbia di fatto vietato l'uso del pesticida in quasi tutto il territorio nazionale, il problema è rimasto praticamente irrisolto, un po' a causa dei numerosi contravventori, un po' per la micidiale efficacia della molecola, attiva su largo raggio anche con dosi infinitesimali.

Mentre i bachi da seta nostrani incrociano le braccia, quelli del resto del mondo si mettono a filare con buona lena, soprattutto quelli dei Paesi tropicali a subtropicali, dove il clima e il costo del lavoro possono fare della sericoltura un'industria di importanza strategica. Vaste zone del continente asiatico, dell'Africa mediterranea e di quella australe, nonché del continente sudamericano, cominciano oggi ad affacciarsi alla ribalta come potenziali forti produttrici di seta e a fare concorrenza al colosso cinese. Il filo del Bombyx mori che ha cominciato a legare Oriente e Occidente 47 secoli fa, oggi sta cominciando ad avvolgere il pianeta come in un bozzolo.

 

Modella
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Larva Bombix mori
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Cura delle larve
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Bosco di steli
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Insetto adulto
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