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EDITORIALE

Stabilità e riforme "con caratteristiche cinesi"
La 2a Sessione della IX Assemblea Nazionale del Popolo

di Marina Miranda

Alla luce dei lavori della 2^ Sessione della IX Assemblea Nazionale del Popolo (5-15 marzo scorsi), si può tentare una prima valutazione sull'attività del Governo eletto l'anno scorso, a conclusione della 1^ Sessione dell'Assemblea (5-20 marzo 1998). Esso vede, ai vertici del potere statale, in linea con i vertici del partito, eletti sei mesi prima dal XV Congresso (12-18 settembre 1997), il cosiddetto "triumvirato", costituito da Jiang Zemin, Presidente della Repubblica, Zhu Rongji, Primo Ministro, Li Peng, Presidente dell'Assemblea Nazionale del Popolo.

Particolarmente importante è stato il rapporto sull'attività del governo reso da Zhu Rongji, decisamente più breve (gli osservatori hanno rilevato ben venti minuti di differenza nella lettura all'Assemblea) di quello dell'anno scorso dell'ex-Primo Ministro Li Peng. Con uno stile franco e diretto, di facile e immediata comprensione, intervallato da poche pause per permettere l'applauso dei circa 3000 delegati, Zhu non ha nascosto le difficoltà incontrate in un anno particolarmente problematico. Al momento della sua nomina a Primo Ministro, Zhu aveva annunciato un programma quasi rivoluzionario da attuare in tre anni, impegnandosi nella difficile riforma delle imprese statali, nella ristrutturazione dell'amministrazione pubblica e nella privatizzazione del mercato immobiliare, promettendo una crescita del PNL dell'8% e il contenimento dell'inflazione al di sotto del 3 %. Questi due ultimi obiettivi sono stati raggiunti: l'inflazione è stata contenuta al 2,8%, secondo le stime di gennaio '99, e la crescita è stata ragguardevole, sebbene al 7,8%, nonostante gli effetti delle disastrose inondazioni che hanno colpito il paese l'estate scorsa e della pesante crisi finanziaria dei mercati asiatici, affrontata senza ricorrere alla svalutazione dello yuan.

Mentre l'amministrazione pubblica è stata parzialmente ristrutturata grazie alla considerevole riduzione del numero dei ministeri da 40 a 29, approvata dall'Assemblea a marzo '98, i tagli del personale, allora auspicati e voluti, sembra stiano procedendo con notevoli difficoltà, come pure la progettata riforma del sistema di distribuzione e acquisto degli alloggi: l'acquisto delle abitazioni si è rivelato non alla portata degli strati urbani a basso reddito e i progetti di rapida trasformazione del settore sembrano attualmente in fase di stallo. La sfida più impegnativa rimane tuttavia quella della riforma delle imprese statali, di cui circa il 30% tra quelle di medie e grandi dimensioni è rimasta quest'anno in passivo. La riforma rilanciata dal XV Congresso del partito era consistita nella trasformazione delle imprese statali in società per azioni: secondo il principio "controllare le imprese di grandi dimensioni, cedere (ad altri soggetti) il controllo di quelle piccole" (zhuada fangxiao), lo Stato avrebbe conservato la maggioranza azionaria nelle imprese di medie e grandi dimensioni, mentre, invece, quelle piccole e quelle medie, controllate a un livello amministrativo inferiore a quello provinciale, sarebbero state vendute o date in affitto ai lavoratori della stessa azienda e a privati, accorpate ad altre, chiuse o dichiarate fallimentari. L'intento era di creare numerosi grandi gruppi monopolistici (jituan) simili ai chaebol coreani e agli zaibatsu giapponesi, per realizzare economie di scala soprattutto nei settori strategici, come quello petrolchimico, automobilistico e siderurgico.

La riforma ha incontrato numerosi ostacoli dovuti all'inerzia e all'opposizione burocratica, all'interferenza del governo e dell'amministrazione nella dichiarazione dei fallimenti, nelle fusioni pilotate dall'alto e non sempre economicamente vantaggiose tra imprese con rendimenti produttivi diversi. Molti dei grossi monopoli si sono rivelati poco competitivi, ancora dipendenti dai sussidi statali e da benefici politici loro concessi, soprattutto dalle amministrazioni locali. Molte imprese, senza adottare un sistema moderno di gestione, hanno operato in realtà un cambiamento di facciata, trasformandosi solo nominalmente in società per azioni e conservando la vecchia mentalità e le vecchie pratiche di gestione. A causa della corruzione dilagante, molti managers hanno continuato a tenere doppi bilanci, a redigere falsi inventari dei beni dell'impresa, a effettuare trasferimenti o vendite illegali delle strutture, a sovraestimare i debiti correnti. L'emissione di azioni è stata solo un modo per far aumentare il capitale sociale, un modo alternativo di finanziamento, oltre ai crediti bancari che hanno sostituito i sussidi governativi come supporto finanziario per le imprese. Molti dipendenti, inoltre, sono stati costretti ad acquistare le azioni della propria impresa, sotto minaccia di licenziamento, se al di sotto dei 40 anni, o di pensionamento anticipato.

Gli altissimi costi sociali di questa riforma sono stati pagati dai lavoratori che non hanno percepito per lungo tempo il salario o la pensione e da quelli che "hanno perso l'impiego fisso" (xiagang) essendo stati licenziati: questi ultimi costituiscono ormai i due terzi del personale complessivo precedentemente occupato nelle imprese statali, quasi 11 milioni e mezzo nel '97, circa 17 milioni a fine '98, dei quali 15 milioni non hanno ancora trovato nuova occupazione, nonostante parte di essi abbia seguito corsi di aggiornamento professionale e sia stata incoraggiata a intraprendere attività in proprio o a impiegarsi presso imprese private e joint-ventures. Numerose sono stati le proteste e gli scioperi, non segnalati dai media di regime, verificatisi nel Sichuan, Liaoning, Jilin, Heilongjiang, Guangdong e Guangxi.

Dal momento che l'effetto dei licenziamenti non è stato attutito dal rallentamento della crescita economica, la riforma delle imprese statali è stata frenata nella prima metà di quest'anno per il pericolo di disordini, ma sarà rilanciata a partire dal 4° Plenum del XV Comitato Centrale, previsto per il prossimo autunno, presumibilmente prima del 1° ottobre, 50° anniversario della fondazione della Repubblica Popolare.

Le proposte contenute nel rapporto di governo presentato da Zhu Rongji, al fine di ridurre la disoccupazione e reimpiegare i lavoratori licenziati dalle imprese statali, prevedono misure per ottenere nel '99 una crescita economica intorno al 7%, utilizzando il deficit di bilancio per promuovere i consumi e la domanda interna e mantenendo alta la spesa pubblica in grossi progetti di infrastruttura, come, ad esempio, il ponte Xiamen-Haichang nel Fujian o l'autostrada che collega Shanhaiguan, nello Hebei, a Tongguan, nello Shaanxi.

Oltre al rapporto sull'attività di governo reso dal Primo Ministro, all'Assemblea Nazionale del Popolo sono stati presentati, come di consueto, i rapporti del Presidente della Corte Suprema del Popolo, Xiao Yang e quello del Procuratore Generale Han Zhubin, nel quale sono state denunciate le numerose ombre del sistema giudiziario: molti pubblici ministeri sono sospettati di corruzione e di condurre in maniera poco professionale il proprio lavoro, con gravi violazioni della legge, come il ricorso alla tortura dei sospetti per estorcere loro confessioni. Inoltre i delegati hanno approvato il deficit di bilancio e sei emendamenti alla Costituzione, proposti nello scorso gennaio dal Comitato Centrale del partito, nonché hanno discusso e votato la prima legge unificata sui contratti, atta a rimuovere gli impedimenti di natura giuridica che hanno ostacolato gli investimenti stranieri e la cooperazione tecnica, garantendo maggiormente gli interessi e i diritti delle parti interessate.

È interessante ricordare le percentuali dei consensi che i votanti hanno espresso a favore dei diversi punti nell'agenda dei lavori: il 98,4% per il rapporto di governo reso da Zhu e gli emendamenti costituzionali; il 92,9% per la legge unificata sui contratti; l'88,1% per l'ampliamento del deficit di bilancio; il 77,7% per il rapporto della Corte Suprema del Popolo e il 77,9% per quello della Procura Suprema del Popolo, percentuale che invece l'anno scorso fu solo del 55%, un chiaro sintomo del disappunto per il modo in cui è amministrata la giustizia nel paese.

A tal proposito è doveroso riflettere sul ruolo simbolico di "Parlamento per acclamazione" dell'Assemblea Nazionale del Popolo, su cui il partito dopo l''89 ha rafforzato il proprio controllo, facendo in modo che i propri iscritti arrivassero al 65% del totale dei delegati; un ruolo molto lontano da quello auspicato dal politologo "dissidente" dell'Accademia delle Scienze Sociali, Yan Jiaqi, e da esercitarsi attraverso l'elezione diretta da parte della popolazione dei delegati a livello nazionale, coadiuvati da esperti legislatori.

Il clima politico attuale è diverso da quello degli anni successivi al '93, quando l'allora presidente Qiao Shi voleva rafforzare le funzioni dell'Assemblea soprattutto come supervisore del governo. Qiao aveva affermato il principio della separazione del ruolo del partito e del governo, formulato da Zhao Ziyang nel corso del XIII Congresso nell"87: nessuna organizzazione o individuo avrebbe dovuto avere il privilegio di essere al di sopra della Costituzione e della legge e il partito non avrebbe dovuto imporre direttive agli organi di governo. Nel '96 e nel '97, l'Assemblea aveva tentato di emanare una legge che istituzionalizzasse e legalizzasse i poteri forniti dalla Costituzione a tale organismo per supervisionare l'operato del governo. Tale proposta di legge avrebbe dato all'Assemblea l'autorità necessaria perché i membri del Consiglio degli Affari di Stato e degli organi giudiziari fossero ritenuti responsabili di fronte ad essa e passibili di incriminazione. Ma dal momento che concedere più potere all'Assemblea avrebbe significato una chiara rottura con il principio della supremazia del partito, questa proposta è stata alla fine rinviata, dopo aver incontrato non poche opposizioni.

Tuttavia nel contesto politico attuale l'Assernblea Nazionale del Popolo, sebbene presieduta dal conservatore Li Peng, sembra essere ancora l'unico canale attraverso cui i cittadini comuni o i quadri di partito al di fuori dell'élite dominante possono esercitare una sia pur minima influenza politica. Inoltre possono essere riscontrati segnali, seppure deboli, di una maggiore apertura e di un certo fermento: prova ne sono le dichiarazioni rilasciate dai delegati di molte province, i quali hanno manifestato preoccupazione, se non velato dissenso, nei confronti delle politiche riguardanti temi caldi come la riforma delle imprese statali o la lotta alla criminalità; né sono mancate, inoltre, le rimostranze dei congressisti per la cattiva qualità di cibo e alloggio, per l'inquinamento, per le tariffe e i prezzi troppo alti pagati durante il loro soggiorno nella capitale.

Nel difficile equilibrio delle fazioni, l'Assemblea Nazionale, però, costituisce la roccaforte di Li Peng, il quale cerca di utilizzare il ruolo di ratifica esercitato da tale organismo per ostacolare o rallentare determinate misure, come, ad esempio, l'ingresso della Cina nella World Trade Organization; ingresso che Li auspicherebbe più lento e graduale e la cui approvazione da parte dell'Assemblea, quindi, potrebbe essere rimandata a marzo del prossimo anno, data della consueta riunione annuale.


Per quanto riguarda gli emendamenti alla Costituzione, ritenuta uno strumento fessibile e adattabile all'evoluzione economica e sociale del paese, un'analisi del testo delle modifiche apportate ai diversi articoli è stata da altri effettuata nella sezione saggi di questo numero della rivista1. Di essi, l'emendamento all'art.28 elimina definitamente la dicitura di crimini controrivoluzionari, definiti invece come attività criminali che danneggiano la sicurezza dello stato; un'accezione, però, che potrebbe ancora prestarsi a interpretazioni arbitrarie nella repressione dei dissidenti politici. L'emendamento all'art.5, relativo al principio del primato della legge, non sembra preparare la nascita di un vero e proprio stato di diritto, ma paradossalmente rafforzare la leadership del partito, che conserva il ruolo di guidare il popolo nel rendere operante la Costituzione e la cui azione non è sottoposta alla legge.

Gli altri emendamenti approvati rispecchiano chiaramente l'attuale fase di impasse delle riforme, ratificando soltanto una situazione di fatto già consolidata, senza introdurre elementi propulsivi per lo sviluppo dei settori economici e produttivi cui fanno riferimento. Infatti l'emendamento all'art.6, che riconosce la necessità di uno sviluppo del settore statale dell'economia, in posizione dominante, simultaneo a quello di altre forme di proprietà differenziate, sancisce un pluralismo in campo economico già consolidatosi nel corso del processo di riforma. Questa formulazione, già presente nel rapporto di Jiang Zemin al XV Congresso, fornisce inoltre una nuova definizione ufficiale del settore pubblico, il quale non include soltanto i settori statale e collettivo, ma anche le componenti a proprietà statale e collettiva del settore dell'economia mista.

Lo stesso tipo di riconoscimento è presente sia nell'emendamento all'art.8, che sottolinea l'importante ruolo propulsivo del sistema contrattuale a responsabilità familiare per lo sviluppo dell'intera economia agricola, che in quello all'art.11, relativo all'economia privata. Quest'ultimo articolo era già stato emendato nel corso della 4^ Sessione Plenaria della VII Assemblea Nazionale del Popolo, a marzo 1988, fornendo il primo riconoscimento giuridico all'economia privata, definita come un complemento dell'economia pubblica socialista. Ora tale dicitura è stata trasformata in componente importante dell'economia di mercato socialista, in cui, come si è detto, è necessaria la coesistenza di diverse forme economiche e di un sistema di proprietà a diversi livelli. Questa è una sostanziale rivalutazione del ruolo assunto dal settore privato nella sorprendente crescita economica sperimentata recentemente dalla Repubblica Popolare, un ruolo cui gli studiosi occidentali hanno dedicato poca attenzione, allineandosi con la linea ufficiale del partito, che per molto tempo ha continuato a considerarlo marginale. In realtà, già da tempo, il settore privato, in alcune località e province, e per alcune branche di attività, ha già ampiamente superato lo status di componente economica meramente supplementare. Nel valutare il ruolo positivo svolto da questo settore, non ci si può limitare a considerare i benefici da esso apportati nel risolvere il problema della disoccupazione e nel miglioramento del tenore di vita della popolazione, sebbene la sua crescita iniziale è stata anche un'immediata risposta al fenomeno disoccupazione e il suo primo sviluppo, soprattutto nelle attività commerciali e nei servizi, è stato dovuto all'incapacità da parte dei settori statale e collettivo a provvedere ai nuovi bisogni di beni e servizi richiesti dalla popolazione e a soddisfare le nuove esigenze di diversificazione dei consumi. Il ruolo positivo svolto dal settore privato deve, invece, essere valutato nella prospettiva più ampia dello sviluppo globale dell'economia nazionale, dato che la rapida crescita dell'economia privata non solo non ha limitato, ma in realtà ha enormemente favorito lo sviluppo dell'economia statale. Proprio alla luce di un ulteriore rilancio della riforma delle imprese statali, grandi sono le aspettative nella capacità del settore privato di assorbire l'enorme massa di forza lavoro licenziata: infatti, i lavoratori xiagang che hanno trovato nuova occupazione in imprese private sono già stati 3.536.000 a fine '97 e 4.623.000 a metà '98.

Tuttavia la Costituzione non fornisce ancora garanzie sufficienti alla proprietà privata, non tutelata allo stesso modo della proprietà pubblica socialista (art.12). Sebbene l'art.13 faccia riferimento alla salvaguardia dei beni personali dei cittadini, come risparmi, salari, abitazioni e altre forme di proprietà, esso non menziona i mezzi di produzione posseduti privatamente, una componente che costituisce una innegabile realtà economica, ma che è deliberatamente tralasciata perché in contraddizione con la natura socialista dello stato.

Un forte contenuto politico rivestono i due emendamenti al preambolo della Costituzione: quello che menziona la teoria attribuita a Deng Xiaoping e quello che definisce non più come contingente, ma di lunga durata il cosiddetto "stadio iniziale del socialismo" (shehuizhuyi chuji jieduan). Secondo l'accezione data a tale concetto, in Cina il socialismo si troverebbe ancora in uno stadio iniziale, che durerà a lungo, per almeno cento anni, fino a quando il paese non avrà raggiunto l'industrializzazione e la modernizzazione dei paesi avanzati. Questa teoria permette di risolvere dal punto di vista ideologico la vexata questio posta dal marxismo ortodosso, secondo cui per realizzare il socialismo bisognerebbe prima attraversare un periodo di pieno sviluppo del capitalismo; teoria meccanicistica, considerata dai comunisti cinesi un "errore di destra", egualmente fuorviante come l'altro "errore di sinistra", la visone utopistica secondo cui si potrebbe attuare il socialismo senza aver prima realizzato un pieno sviluppo delle forze produttive.

La teoria dello "stadio iniziale del socialismo" era stata formulata ufficialmente da Zhao Ziyang al XIII Congresso del partito nell"87, allo scopo di consolidare ulteriormente le basi teoriche della politica di apertura e riforma, ottenendo l'approvazione e l'appoggio di Deng Xiaoping. Messa da parte dopo l'epurazione di Zhao, tale teoria è stata rispolverata, ma senza nessun esplicito riferimento a Zhao, dieci anni dopo da Jiang Zemin al XV Congresso, nel corso del quale è sembrata così emergere una "linea di Zhao senza Zhao", che nel campo delle ipotesi della lotta di fazione è stata interpretata da alcuni come un tentativo di riconciliazione con i sostenitori di quest'ultimo per ottenerne l'appoggio e da altri come un'apertura alle pressioni da parte delle forze "illuminate" all'interno del partito, quali Tian Jiyun, Li Ruihuan.

Altro segnale significativo è stata l'introduzione nel preambolo della Costituzione del paese della teoria attribuita a Deng Xiaoping, la teoria della "costruzione del socialismo con caratteristiche cinesi" (Deng Xiaoping jianshe you Zhongguo tese shehuizhuyi lilun), formula che era già stata inserita nello Statuto del partito, in occasione del XV Congresso, come elemento nuovo dell"'ideologia guida del partito". Tale teoria, però, non può essere considerata una dottrina organica e sistematica; essa è l'insieme degli assunti ideologici che hanno giustificato le riforme e le scelte di politica economica in antitesi con il marxismo ortodosso e in base alle quali è stato possibile il considerevole sviluppo economico sperimentato dalla Cina negli ultimi vent'anni2. L'attribuzione a Deng di una sua teoria ha un preciso significato politico: a Mao non era stata attribuita una sua teoria, il termine lilun non è stato mai usato in riferimento alle idee di Mao Zedong, definite solo come pensiero di Mao (Mao Zedong sixiang). Infatti i comunisti cinesi hanno considerato la propria ideologia come composta da due parti principali: il marxismo-leninismo e il pensiero di Mao Zedong; di questi due elementi il primo è ritenuta l'ideologia pura o fondamentale, il nucleo essenziale dell'ideologia del partito, la Weltanschauung, il corpo di dottrine considerate come verità universali, mentre il pensiero di Mao Zedong, l'ideologia pratica o operativa, lo strumento per l'azione, le idee e i valori espressi dalla leadership, per guidare o giustificare di volta in volta le proprie scelte politiche. Questa distinzione è chiara anche nei termini adoperati dalla lingua cinese: teoria, lilun, e pensiero, sixiang. Dal momento che "teoria" è un termine riservato soltanto alle dottrine dei padri fondatori del marxismo-leninismo, attribuire a Mao una propria teoria avrebbe avuto gravi implicazioni internazionali dopo la morte di Stalin e la rottura cino-sovietica.

Ma nel mutato scenario internazionale successivo al 1989, è stata così possibile la canonizzazione di Deng, equiparato ai padri fondatori dell'ideologia marxista; le sue idee sono entrate a far parte della Weltanschauung del partito, integrando il marxismo con la realtà attuale della Cina, cioè la sua modernizzazione economica, e permettendo ai comunisti cinesi di consolidare le proprie peculiarità ideologiche. L'incorporazione delle dottrine di Deng nell'ideologia fondamentale del partito significa che il contributo di quest'ultimo è da ritenersi se non equivalente, addirittura superiore a quello di Mao nella sua interpretazione del socialismo. Questo è un passo importante nell'edificazione di un culto della personalità di Deng, nonostante il fatto che l'anziano leader era sembrato volersi opporre a ogni forma di culto della personalità, ritenendo che al solo Mao potesse essere tributato l'onore di "re filosofo".

L'emendamento nello Statuto del partito, prima, e nel preambolo della Costituzione, poi, riveste ancora un altro importante significato politico: dopo la scomparsa di Deng bisogna far tesoro della sua eredità ideologica per rafforzare l'attuale leadership collettiva di cui Jiang Zemin costituisce il centro, un primus inter pares. La canonizzazione di Deng forse anticipa soltanto quella di Jiang Zemin, da molti ormai ritenuto "un secondo Deng"; non dovremo, quindi, stupirci se la prossima pubblicazione delle sue Opere Scelte, in fase di allestimento, non prepari il terreno a una nuova "teoria" da attribuire a Jiang, considerata magari come proseguimento di quella di Deng.

MONDO CINESE N. 100, GENNAIO 1999

Note

1 A tal proposito si veda, nelle pagine successive, il saggio "Riforme costituzionali" di Piero Corradini.

2 Opponendosi a ogni passata forma di dogmatismo ideologico, la linea di Deng è stata altamente pragmatica, elevando il pragmatismo a principio guida delle scelte di politica economica. Tale pragmatismo, nella sua forma più pura, è sintetizzato nel celebre slogan di derivazione maoista "cercare la verità nei fatti" (shishi qiu shi): in altri termini, operare le scelte politiche in base alle condizioni reali, non alle teorie. La teoria di Deng non può, quindi, essere paragonata, in quanto elaborazione teorica compiuta, alla "via cinese al socialismo" di Mao Zedong, che cercava di distinguere tra teoria marxista e pratica marxista, secondo l'accezione di Lenin e tra socialismo cinese e socialismo sovietico. Ma per avvalorare la legittimità ideologica della teoria di Deng è stata mobilitata l'intera comunità scientifica e accademica del paese, al fine di ricercarne le basi filosofiche e la continuità con i principi del marxismo-leninismo ortodosso. Già nel '93 era stato istituito un Centro di Ricerca sulla teoria di Deng nella sezione di Shanghai dell'Accademia delle Scienze Sociali, diretta da un famoso esperto del pensiero di Mao, Li Junru.

 

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