1. Introduzione
La stampa occidentale moltiplica da più di un anno gli articoli sulla presenza
cinese in Africa1 insistendo sulle ragioni economiche, in particolare la
ricerca di fonti energetiche per alimentare il suo impetuoso sviluppo, come
cause principali2.
Quasi in risposta a questo interesse, il governo cinese ha pubblicato il 12
gennaio 2006 in commemorazione del 50° anniversario dell’inizio ufficiale
delle relazioni diplomatiche fra la Cina e i Paesi africani, un documento
intitolato “La politica della Cina in Africa” con l’esplicito intento di “presentare
al mondo gli obiettivi della politica cinese in Africa, i mezzi per raggiungerli
e le proposte di cooperazione in vari campi…”3.
Mentre quasi tutti gli osservatori occidentali concordano nello spiegare
questo fenomeno come una ulteriore prova dello sviluppo economico cinese
e ne analizzano la novità e le implicazioni per le imprese occidentali o per
le deboli economie africane, il documento del governo cinese è un vero e
proprio manifesto dell’attuale politica della Cina in Africa.
Senza negare l’importanza dell’economia, vorremmo mostrare come,
lungi dal considerarsi un nuovo attore internazionale di primo piano, la Cina
considera ancora, come nel periodo maoista, la politica estera strumento
della politica interna. La priorità data in Africa alla questione taiwanese (dal
governo cinese stesso definita questione interna) e alla definizione dei diritti
umani basata sulla non-ingerenza (ad uso puramente interno) ne sono solo
un’ulteriore dimostrazione.
2. Un po’ di storia
La penetrazione economica e politica del governo e del Partito comunista
cinese in Africa non è una novità. La conferenza di Bandung del 19554 segna
l’inizio di un movimento dei paesi in via di sviluppo in contrapposizione ai
blocchi USA e URSS, nati alla fine della Seconda guerra mondiale. Il viaggio
di Zhou Enlai in Africa nel 1963-645, primo leader cinese a metter piede
sul suolo africano dopo il 1949, aveva come scopo principale il sostegno
dei movimenti rivoluzionari di liberazione nazionale e dei giovani governi
socialisti usciti dalla decolonizzazione, nella ricerca di alleati del Terzo Mondo
per rompere l’isolamento diplomatico della Cina.
Queste alleanze hanno portato negli anni ’60 e ’70 a numerosi riconoscimenti
della Cina popolare da parte di governi africani. Tra gli altri, Togo, Benin, Guinea Equatoriale, Guinea, Sierra Leone e Mauritania possono oggi vantare
più di 30 anni di fedeltà alla Cina e alla sua politica di “un solo paese” contro
la rivale Taiwan che ha avuto successi alterni in altri paesi africani.
Queste alleanze politiche, fondate anche allora sul principio della
coesistenza pacifica, sono sempre state accompagnate da finanziamenti
economici simbolici quali stadi, palazzi presidenziali e di governo e di
infrastrutture (ferrovia Tanzania/Zambia per evitare il Sudafrica allora nemico),
oppure socialmente utili, come ospedali forniti di competente personale
medico, oltre che ideologicamente utili come le borse di studio offerte a
studenti africani ora membri influenti delle classi politiche locali.
Dopo un periodo di rallentamento negli anni ’80 e ‘90 in cui il governo
(ed il Partito comunista) cinese hanno avuto priorità interne, le relazioni
con l’Africa sono state rilanciate con il primo Forum Cina/Africa tenutosi a
Pechino dal 10 al 12 ottobre 2000, a cui hanno partecipato rappresentanti
di 45 paesi africani6.
Proposto congiuntamente dalla Cina e da alcuni paesi africani il Forum
aveva come scopi tra gli altri di adattare le relazioni sino-africane ai
cambiamenti intervenuti sulla scena internazionale e di conformarsi ai requisiti
della globalizzazione economica.
La dichiarazione pubblicata alla fine del Forum7, pur mantenendo il
rispetto per il principio di coesistenza pacifica stabilito a Bandung, cambia
profondamente il contenuto ideologico basato sul sostegno ai movimenti
per la liberazione nazionale di stampo socialista e stabilisce nuovi paradigmi
ideologici il cui solo legame con gli anni di Bandung è l’opposizione ai valori
occidentali (il crollo dell’URSS ha auto-eliminato il secondo avversario dei
paesi non allineati)8. La dichiarazione precisa infatti che l’attuale mancato sviluppo è dovuto al “pesante fardello rappresentato dal debito che rende
inutili gli sforzi dei paesi africani e impoverisce le loro economie”9.
Una storia comune (vittoriose lotte di liberazione nazionale) e un comune
presente (la Cina è il più grande paese in via di sviluppo e la maggior parte
dei paesi in via di sviluppo si trova in Africa) sono alla base dei 10 punti
che regolano le relazioni sino-africane del terzo millennio. Sorvolando sui
più generici di mutuo aiuto e cooperazione, ci interessa qui soffermarci su
due punti in particolare.
Nel terzo punto riconoscendo il ruolo del Consiglio di Sicurezza dell’ONU
come principale garante della pace internazionale, i paesi africani ottengono
dalla Cina il sostegno alla loro richiesta di entrare a farne parte10 e la Cina
alleati sicuri in questa sede. Questa ricerca di alleati all’ONU può essere letta
in due modi: continuità con la politica di Bandung e quindi a uso interno
(rafforzare i partiti fratelli), ma anche tentativo di impostare una nuova
politica estera cinese, mirante a prendere il posto delle ex-potenze coloniali
in declino.
Ma il punto più importante è indubbiamente il quarto in cui la Cina, con
l’appoggio entusiasta dei regimi africani più autoritari, afferma in un trattato
internazionale la “sua” definizione dei diritti umani.
In questo punto si riconosce che “l’universalità dei diritti umani e delle
libertà fondamentali deve essere rispettata” ma, si specifica, “portando avanti
e sostenendo la diversità nel mondo…”. La rottura con la vecchia ideologia
maoista è poi enunciata: “Ogni paese ha diritto di scegliere, nel corso del
suo sviluppo, il suo sistema sociale, modello di sviluppo e modo di vivere
secondo le proprie condizioni nazionali.” Per chi non avesse ancora capito la
spiegazione è chiara e dettagliata: “Paesi con diversi sistemi sociali, livelli di
sviluppo, valori e contesti storico-culturali diversi hanno diritto di scegliere
ciascuno il proprio approccio e modello di promozione e protezione dei diritti
umani. La politicizzazione dei diritti umani e l’imposizione di condizioni legate
al rispetto dei diritti umani all’aiuto economico devono essere combattute vigorosamente giacchè costituiscono esse stesse una violazione dei diritti
umani”11.
Ci permettiamo di insistere su questo punto che costituisce la base
dell’attuale politica cinese in Africa e che, a nostro parere, è la principale
ragione del suo successo.
Da allora l’attività di espansione cinese in Africa ha conosciuto una crescita
notevole, di cui sono testimoni le cifre del commercio estero sino/africano,
l’ammontare degli investimenti (reali e promessi) cinesi in Africa e i numerosi
articoli dedicati a questo argomento12.
La necessità di rompere l’isolamento mondiale e la volontà di costruire
una linea alternativa alla politica isolazionista di Mao, spinsero Zhou Enlai
a visitare l’Africa più di 40 anni fa. Oggi, grazie anche a quel viaggio e a
quella impostazione politica il vecchio sogno di riportare la Cina “al centro
del mondo” (con termini moderni, a farne una superpotenza) e a riunificarla,
è più vicino. Questa è la ragione che ha spinto gli odierni dirigenti del Pcc
a rilanciare una “nuova” politica africana, le cui ripercussioni economiche,
se sono proporzionalmente più importanti che al tempo di Zhou Enlai, non
ne sono per questo meno strumentali.
3. Dalla dichiarazione del Forum dell’ottobre 2000 al
documento del 12 gennaio 2006
In questi cinque anni politica ed economia cinese hanno viaggiato mano
nella mano attraverso tutto il continente africano. Impossibile elencare o
contabilizzare le visite ufficiali e i contratti firmati o promessi ai vari capi
di stato africani e viceversa le visite di questi ultimi in Cina. Jiang Zemin
recandosi tre volte in Africa durante il suo mandato ha ripreso la tradizione
di Zhou Enlai che Deng Xiaoping aveva interrotto. Nel gennaio 2004 Hu Jintao, che cumula da 9 mesi la doppia carica di Segretario del Partito e
Presidente della Repubblica popolare, combina un periplo africano e una
visita in Francia dove è ricevuto con grandi onori.
Da allora la politica africana è strettamente collegata a quella della
Francia (visita del Ministro degli Esteri cinese a Parigi e in Africa nel febbraio
2006) dal cui indebolimento in alcuni paesi africani la Cina cerca di trarre
vantaggio13.
Negli ultimi due anni, sei dei nove principali dirigenti cinesi hanno
visitato l’Africa e più di 20 capi di stato o di governo africani si sono recati
in Cina14.
Da parte sua il Partito comunista cinese organizza viaggi di studio per
delegazioni di alti dirigenti africani. Nel giugno 2005, 20 esponenti di 9 paesi
africani sono stati invitati dal dipartimento internazionale del Comitato centrale
del Pcc a effettuare un viaggio di studio in Cina. Secondo il dipartimento,
104 rappresentanti di partiti al potere, venuti da 24 paesi africani, hanno
partecipato a questo genere di seminari dal 1998 a oggi15.
La presenza ufficiale cinese in Africa consiste in 800 addetti militari, 78000
lavoratori (impiegati sui cantieri cinesi e isolati dal resto della popolazione),
e sono stati creati centri di promozione del commercio estero cinese in 11
paesi16.
Se insistiamo sull’aspetto politico degli scambi sino-africani è anche perchè
nonostante l’aumento innegabile delle cifre del commercio estero e degli
investimenti, le transazioni commerciali con l’Africa (la cui maggior parte avviene tra l’altro con il solo Sud Africa) rappresentano solo il 3% del totale
del commercio estero cinese e rimane estremamente difficile ottenere cifre
realistiche sugli investimenti cinesi nel continente africano17. Significativa per
i conoscitori della cultura cinese, la costruzione di faraoniche ambasciate
in molti paesi africani18 nonchè di palazzi per i governi locali accanto a più
utili aereoporti, ferrovie e ospedali19.
Senza dilungarci sulla natura degli scambi sino-africani, indichiamo qui
l’importanza analizzata in dettaglio da numerosi osservatori occidentali,
dell’importazione e dell’investimento cinese nel settore energetico e in
particolare in quello petrolifero di cui parleremo più in dettaglio20.
Politicamente importante per conquistarsi l’alleanza dei governi africani
è la decisione di annullare tutto o parte del debito di 31 paesi africani21 sui
47 con cui la Cina ha relazioni diplomatiche, per un totale di 1,3 miliardi di
dollari, cifra di per sè poco rilevante e ampiamente compensata dall’aumento
del commercio estero. La Cina ha inoltre accordato a 28 paesi africani
l’abolizione delle tasse all’importazione per 190 articoli, per promuovere l’export africano in Cina.
Infine con il “sorpasso” della Gran Bretagna avvenuto l’anno scorso, la Cina
è ora terzo partner commerciale dell’Africa dopo gli Stati Uniti e la Francia
e il secondo dietro la Francia nell’Africa centrale e occidentale22.
4. Il documento sulla politica cinese in Africa, politica estera o
politica interna?
Pechino ha quindi ottenuto notevoli successi in terra africana. Il Forum
del 2000 prevedeva già una serie di scadenze, quali la riunione ad alto livello
tenutasi nel 2005 ad Addis Abeba con la partecipazione di 46 paesi africani
e il prossimo secondo Forum che sarà organizzato a Pechino nel 2006.
Perchè dunque pubblicare un documento ufficiale unilaterale per definire
la propria politica africana?
Melange di linguaggio socialista e diplomatico, il testo è più pragmatico
della dichiarazione del 2000 e, dopo tre parti generiche (La posizione e il
ruolo dell’Africa; Le relazioni tra la Cina e l’Africa; La politica cinese in Africa),
consiste in un elenco dei diversi campi in cui realizzare la cooperazione
sino-africana.
La presentazione del documento del portavoce del Ministero degli Esteri
e della China International Radio (che ha inaugurato il 27 gennaio 2006 la
sua prima antenna estera a Nairobi)23 ne sottolineano i due punti realmente
importanti, senza dilungarsi su quelli più pragmatici. Mentre il testo originale
annuncia solo nella seconda pagina la condizione imposta ai partner africani,
unico punto che non compare nella dichiarazione congiunta del 2000, la CRI
lo presenta all’inizio poichè si tratta in effetti della condizione senza la quale
il resto decade. “Il principio di una sola Cina costituisce la base politica per
stabilire e sviluppare le relazioni fra la Cina e i Paesi africani. Il documento
ha indicato che la Cina, sul principio di una sola Cina, vuole stabilire e
sviluppare rapporti con tutti i paesi che ancora non li hanno”24.
Questa condizione (rompere con Taiwan) è il principale nodo di politica
interna dell’attuale dirigenza cinese che si è prefissa di risolverlo prima dei
giochi olimpici del 2008 25.
L’Africa è un terreno di scontro con Taiwan da lungo tempo e l’esempio
del Sud Africa mostra a che punto la posizione della Cina sia irriducibile.
Uno degli ardui compiti di Nelson Mandela è stato quello di tentare, invano,
di convincere i cinesi al “doppio riconoscimento”. Vicino a Pechino dal
punto di vista ideologico e quindi più che disponibile a riconoscere la Cina
popolare, Mandela avrebbe preferito mantenere le relazioni diplomatiche con
Taiwan, allora settimo partner commerciale dell’Africa del Sud. Nonostante
sei anni di viaggi e negoziati, Pechino è rimasta inflessibile e nel 1997 ha
minacciato Pretoria di chiudere il consolato di Hong Kong se non rompeva
con Taiwan26.
Più di recente il Senegal ha ceduto alle stesse pressioni27 e il Chad rimane
l’ultimo grande stato africano a resistere a Pechino28.
Secondo punto importante, già annunciato chiaramente nella dichiarazione
del 2000 e ribadito dal portavoce del Ministero degli esteri è “prima di tutto
pensiamo alle necessità degli africani, stabiliamo i progetti di aiuto secondo
le loro necessità; secondo non aggiungiamo nessuna condizione politica,
non pesiamo su di loro attraverso gli aiuti economici”29.
Entrambi questi punti, la pratica e l’esigenza che sia praticata una politica
di “non ingerenza” e l’impegno a sostenere la Cina popolare nel suo progetto
di recupero di Taiwan sono i pilastri dell’attuale politica cinese, necessari a
mantenere la stabilità interna e la supremazia del Partito comunista. Come
nel passato, la politica interna cinese detta e condiziona quella estera che
a sua volta permette ai dirigenti al potere di rafforzare la propria posizione
interna.
5. Gli investimenti economici, la ricerca di nuove fonti
energetiche e i diritti dell’uomo
Abbiamo già accennato ai numerosi contratti firmati dal governo cinese
e dalle principali imprese statali nel campo dello sfruttamento petrolifero e
minerario.
Sudan, Angola e Congo sono i fornitori da cui la Cina importa la maggior
parte del 28% del petrolio in provenienza dall’Africa. A questi si aggiungono
nuovi contratti con Gabon, Nigeria e Guinea Equatoriale e nel futuro
Costa d’Avorio, Mauritania e Niger in cui i cinesi si lanciano nel campo
dell’esplorazione di nuovi probabili giacimenti30.
Il caso del Sudan è il più noto ed emblematico ma purtroppo non il solo
esempio della tendenza cinese a inserirsi nei mercati africani a seguito di
una crisi legata alla violazione dei diritti umani, a un livello di corruzione
intollerabile per gli standard occidentali o alla fine di guerre rovinose.
La Cina si è inserita in Angola e in Sierra Leone, condannate dalla comunità
internazionale per corruzione. Ha ottenuto le concessioni petrolifere in Sudan
nonostante le sanzioni ONU (a cui si era dapprima opposta) e approfittando
del fatto che le compagnie occidentali non potevano partecipare agli appalti ed è il principale alleato dello Zimbabwe31.
Meno conosciuta è la partecipazione cinese alla costruzione della diga
Merowe/Hamadab sempre in Sudan, che prevede il displacement di 50.000
persone in terre aride e desertiche. Violenze sono in corso tra i lavoratori
cinesi, “importati” dalla Cina e assunti per la durata del progetto e la
popolazione locale, a cui è impedito l’accesso ai pozzi.
Violenze fra “coloni” cinesi e abitanti locali sono anche avvenute nello
Zimbabwe, altro paese condannato dalla comunità internazionale, sottoposto
a sanzioni ONU che la Cina ha violato concludendo accordi e firmando
numerosi contratti con il governo di Mugabe.
La Cina non ha dichiarato alcuna vendita d’armi al registro ONU dal 1996,
ma rimane comunque il quinto fornitore d’armi mondiale e non nasconde
di volerne diventare il primo nel 2020. Benchè questo passi relativamente
inosservato, alcuni osservatori denunciano vendite d’armi cinesi a Etiopia ed
Eritrea durante il conflitto, allo Zimbabwe e al Sudan come pure in Namibia,
Sierra Leone, Angola, Nigeria, Mali e probabilmente in Costa d’Avorio32.
6. Conclusioni
La presenza economica del governo cinese in Africa è molto simile a
quella delle potenze occidentali. Lo sfruttamento delle materie prime africane
è sempre stato uno, se non il principale motore della conquista coloniale
dei secoli scorsi, quando il bisogno di materie prime era necessario al loro
sviluppo. La Cina non è che l’ultima arrivata. Senza illudersi (come sembrano
fare invece alcuni governi africani) che la Cina si comporti meglio dei suoi
predecessori, questo paese ha peraltro diritto a investire in Africa a pari
condizioni dei suoi concorrenti.
La novità non risiede in questo ma nel fatto che la Cina, arrivata allo sviluppo tecnologico ed economico nel terzo millennio, agisce in una
situazione mondiale molto diversa.
Da circa 50 anni i governi occidentali e le multinazionali sono soggette
a pressioni da parte dell’opinione pubblica e delle organizzazioni non
governative che li hanno gradualmente costretti a limitare i danni ecologici
e a rispettare i diritti umani nei paesi in cui investono. Tutto questo è ben
lontano dalle preoccupazioni del governo cinese.
Sempre più richieste come forza d’interposizione nei numerosi conflitti
interafricani, le ex potenze coloniali hanno (direttamente o attraverso i Caschi
Blu dell’ONU) un doppio ruolo di aggressore e pacificatore che crea politiche
complicate ma almeno contradditorie nei confronti dei paesi africani. Attaccati
all’interno dai loro stessi media, e dall’una o dall’altra parte in conflitto, se non
da entrambe, obbligati a mostrarsi al di sopra delle parti anche quando ciò
non corrisponde ai loro interessi, i governi europei e americano cominciano
a perdere terreno.
Le multinazionali sono anch’esse sempre più criticate e controllate dalle
ONG e obbligate a rispettare i trattati internazionali in materia di ecologia
e di diritti umani, nonchè a rispettare le sanzioni imposte ad alcuni stati
dall’ONU.
Tutto questo non è valido per il governo cinese e per le sue imprese. Privi
di libertà di stampa e d’espressione i cittadini cinesi non sono in grado di
contestare alcuna scelta del governo. Proibite sul suolo cinese le maggiori
ONG internazionali da parte loro perdonano alla Cina atteggiamenti che
condannano con vigore quando sono assunti da governi occidentali. Una sorta
di immunità permette alla Cina di violare le sanzioni contro lo Zimbabwe
nel 2002 e quelle contro il Sudan nel 2005 e di assicurarsi contratti fruttuosi
in appalti senza concorrenti passando del tutto inosservata33.
Come analizzato in questo articolo, da parte sua il governo cinese,
appoggiato da molti governi africani, non nasconde un diverso approccio
morale ai principi dei diritti umani rispetto alla concezione occidentale e ne
rivendica anzi una contrapposizione.
La sfida cinese alle ex-potenze coloniali non è quindi solo sul piano
economico, nè unicamente motivata dalla legittima necessità di sviluppo
economico del paese, ma per lo meno altrettanto sul piano politico, motivata,
a nostro parere, da meno legittime preoccupazioni di politica interna.
MONDO CINESE N. 126, GENNAIO-MARZO 2006
