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POLITICA INTERNAZIONALE

2007: le crisi ai confini cinesi e la chiave del pragmatismo

di Marco DEL CORONA

Non che la geografia intorno alla Cina sia mai rimasta immobile. Tutt’altro. Eppure, sembra quasi che a lungo, per anni, gliosservatori e l’Occidente abbiano sì messo a fuoco con attenzione la straordinaria performance economica della Repubblica popolare, confrontandola con la crescita non meno strepitosa dell’India, sacrificando tuttavia ai due attori principali della scena asiatica i personaggi secondari o i comprimari. Nel 2007 (ma forse è solo un inganno prospettico, e i sommovimenti si verificano istantemente, e siamo noi incapaci di coglierli) alcune vicende politico-diplomatiche hanno agitato Paesi e realtà contigue alla Cina con evidenza quasi didascalica. La Cina stessa diventa dunque interprete di canovacci che si scrivono altrove, intorno a lei.

Che la Repubblica popolare non possa e non voglia più sottrarsi a un confronto globale e totale sul piano diplomatico lo mostrano mille dettagli e almeno tre fatti cruciali avvenuti nel 2007: l’insediamento della
prima personalità cinese (per quanto di Hong Hong) alla guida di un organismo dell’Onu, con Margaret Chan alla testa dell’Organizzazione mondiale della sanità; la corsa di Pechino a farsi trovare pronta e smagliante all’appuntamento olimpico dell’8.8.2008; l’atteggiamento prima ostruzionistico, poi neghittoso, infine almeno parzialmente collaborativo della Repubblica popolare verso l’Onu a proposito della crisi umanitaria del Darfur, dove i rapporti strettissimi di Pechino con il governo africano e gli interessi non solo petroliferi hanno condizionato ogni passo della diplomazia internazionale. Ma è sul quadrante regionale che la Cina si è ritrovata circondata da eventi e sviluppi che la coinvolgono, magari lungo faglie che si sono aperte durante la Guerra fredda o addirittura prima.


La questione di Taiwan, per cominciare. Che secondo Pechino è una questione interna alla Cina ma che è a tutti gli effetti una crisi regionale e internazionale. All’inizio del 2008 l’isola terrà sia un referendum che proporrà di arrivare a un passo dalla proclamazione dell’indipendenza sia le elezioni presidenziali. L’attuale capo dello Stato, Chen Shui-bian, ha intensificato le sue politiche di taiwanizzazione della società e della politica della “provincia ribelle”, sottolineando l’importanza delle radici autoctone della cultura nazionale, insistendo sulla dizione Repubblica di Cina (Taiwan) riducendo o eliminando i riferimenti a Chiang Kai-shek, non solo in quanto dittatore ma perché, implicitamente, sanzionatore di un legame forte e necessario con la madrepatria. E’ tornato, Chen, a chiedere l’ammissione all’Onu, sbattendo consapevolmente contro il no di Pechino: una forzatura voluta, Taipei sa benissimo che non esiste alcuna possibilità di una rappresentanza autonoma dell’isola alle Nazioni Unite, il caso delle due Germanie o delle due Coree non è duplicabile. Hu Jintao ha esibito un’alternanza di toni minacciosi (vedi il vertice dei Paesi del Pacifico in Australia, a fine estate) e più concilianti (al Congresso del Partito comunista, in ottobre), ma senza concessioni all’ipotesi di derogare dal dogma della “Cina sola”. Gli Stati Uniti tutto vogliono tranne che aprire un ulteriore fronte di attrito con Pechino o, peggio, una crisi che destabilizzerebbe tutta l’area. Washington vive la situazione di chi è vincolato per legge alla difesa di Taiwan e, insieme, è obbligato dalla forza dei fatti a non contrariare Pechino. Se non altro, gli esiti elettorali a Taiwan nella prima metà del 2008 aiuteranno a fare chiarezza.

Quindi la Corea. Qui la crisi è cronica e riguarda da sempre la Cina (la tocca, ma non la investe): per il sostegno economico e la contiguità ideologica (almeno in partenza) fra Pechino e Pyongyang, per gli interessi geopolitici, persino per il flusso di profughi nordcoreani non massiccio ma costante nelle regioni di confine, senza che all’Onu sia mai stato consentito di dispiegare il suo intervento. Anni di tira e molla, distensioni e provocazioni fra il Nord e il Sud e fra il Nord e la comunità internazionale sembrano essersi placati con la promessa di Kim Jong-il di smantellare i programmi nucleari in cambio di petrolio e assistenza. La Corea del Sud, con l’ossequiosa visita del Presidente Roh Moo-yun a Pyongyang, ha fatto la sua parte. La Cina la sua, all’interno del Tavolo a Sei (con Usa, Russia, Giappone, le due Coree).
Pechino, anche ideologicamente, è ormai un pianeta distante dalla pneumatica immobilità di Pyongyang, eppure l’élite meno dogmatica della Repubblica democratica popolare guarda all’esempio cinese come a una delle pochissime vie, forse l’unica, per scampare a un collasso rovinoso e che, comunque, Pechino non vuole. La Cina dovrà vigilare che questa piaga ereditata intatta dalla Guerra fredda non vada in suppurazione, non è suo interesse, e, se gli accordi raggiunti in settembre al tavolo dei Sei terranno, potrà dimostrare di aver saputo giocare in squadra in un contesto globale. 

La Birmania, infine. Che per gli interessi economici e strategici, e per il rapporto tra i vertici dei due regimi, sembra riprodurre per approssimazione un antico vassallaggio. Le proteste della popolazione e del clero buddhista, poi la pressione mediatica sulla giunta militare, infine – passato il momento della maggior esposizione – la repressione ripresa con rinnovata spietatezza, hanno infastidito Pechino. Non fa piacere passare per gli amici di generali sanguinari a un anno dalle Olimpiadi. Anche se questi generali forniscono gas e un comodo sbocco sull’Oceano indiano. La Cina oggi è una realtà più complessa, interrelata col mondo e infinitamente più attenta alla propria immagine di quanto non fosse nel 1989, ai tempi di Deng Xiaoping e di Li Peng, quando la Tian’anmen ripropose scene che a Rangoon si erano verificate meno di un anno prima, studenti e monaci massacrati dalle truppe della giunta. 
Tuttavia, l’insipienza dell’Onu e la scarsa decisione della comunità internazionale hanno lasciato che fossero proprio gli interessi della Cina a prevalere, la normalizzazione della dittatura ha assorbito voci discordi e spento le speranze (almeno in un primo momento) e ha costretto Aung San Suu Kyi, suo malgrado, in un angolo. Deng, una volta al potere, scaricò i compagni comunisti birmani – immersi in un maoismo primordiale che nella patria del maoismo non esisteva già più – in nome di un pragmatismo che guardava all’utile che si poteva ricavare dal Paese a sudovest dello Yunnan: oggi quel pragmatismo resta in piedi più saldo che mai, a dettare l’atteggiamento di Pechino verso la Birmania.

Il pragmatismo, dunque, è forse la chiave per leggere l’approccio cinese alle questioni della diplomazia globale e anche alle vicende che ne toccano i confini. Pragmatica (cinica?) è l’indulgenza verso i generali birmani. Pragmatico è il modo di intercedere su Pyongyang e collaborare con le altre potenze nella gestione del rompicapo nordcoreano. Pragmatica, ancora, è la consapevolezza che la sempre crescente dipendenza dell’economia di Taiwan dagli investimenti nella “madrepatria” gioca a favore di Pechino, al di là delle mosse e della propaganda del Presidente Chen Shui-bian. Il pragmatismo cinese agisce anche dove le crisi portano i segni delle vecchie spaccature ideologiche. Che poi funzioni, è da vedere: ma, per la prova dei fatti, potrebbe non servire troppo tempo.

MONDO CINESE N. 132, LUGLIO - SETTEMBRE 2007

 

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