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POLITICA INTERNAZIONALE

               Irapporti con la Cina nei programmi elettorali
dei candidati alla Casa Bianca

di Carmine ROSSI

1. I rapporti politici con la Repubblica popolare
Il prossimo novembre gli elettori americani saranno chiamati alle urne per scegliere il quarantaquattresimo presidente degli Stati Uniti tra il democratico Barack Obama e il repubblicano John McCain. A differenza di quanto avvenuto in passato, in particolare nel 1980, nel 1992 e nel 20001, i rapporti con la Cina non si sono finora rivelati come uno dei principali elementi del dibattito elettorale. In realtà l’attenzione dell’elettorato è concentrata in primo luogo sulla politica interna, mentre la politica estera americana ha al momento ben altre priorità; inoltre le relazioni sino-americane hanno vissuto negli ultimi sette anni una fase di relativa e prolungata stabilità che non stimola di certo la richiesta di un drastico cambio di registro.

Tale caratteristica di stabilità può forse apparire in contrasto con la campagna elettorale del 2000 e le polemiche allora suscitate dall’annuncio di George W. Bush di voler abbandonare la “partnership
strategica costruttiva” lanciata da Clinton nel 1998 per reimpostare i rapporti con la Cina nell’ottica di una vera e propria “competizione strategica”2. Una volta insediatosi alla Casa Bianca, Bush fece subito seguire alle intenzioni i fatti, adottando una prima serie di iniziative tese a raffreddare i rapporti con Pechino. Gli attacchi terroristici dell’11 settembre 2001 modificarono però le priorità dell’amministrazione Bush, gettando le basi per una sorta di accordo implicito secondo il quale gli Stati Uniti avrebbero evitato di esercitare eccessive pressioni sulla Cina e quest’ultima non avrebbe creato ostacoli agli Stati Uniti. Washington avrebbe potuto così concentrarsi sui suoi obiettivi di riassetto geostrategico mondiale, mentre Pechino si sarebbe scrollata di dosso il poco gradito ruolo di “nemico predestinato” degli Stati Uniti3.

Naturalmente questo non significa che tra i due paesi non vi siano più contrasti: le frizioni commerciali, la questione di Taiwan, la scarsa trasparenza del programma di rafforzamento militare cinese, la questione dei diritti umani, la competizione per le risorse energetiche sono solo alcuni dei principali problemi che complicano le relazioni tra Washington e Pechino. Nessuno di questi problemi è però tale da rimettere in discussione lo stato delle relazioni sino-americane, relazioni che sono allo stesso tempo cooperative e competitive e nelle quali gli interessi condivisi, economici in primo luogo, procedono di pari passo con interessi divergenti di più lungo periodo. Infatti l’aspirazione di Pechino a ergersi a potenza regionale con aspirazioni globali si contrappone implicitamente alla volontà di Washington di preservare la centralità degli Stati Uniti nel sistema politico internazionale. Al momento, né Obama, né McCain sembrano intenzionati ad allontanarsi da questo paradigma concettuale.

John McCain, che pure ha assunto posizioni divergenti da quelle sostenute dalla maggioranza del suo partito su questioni quali i cambiamenti climatici, l’immigrazione, la condanna dell’uso della tortura e alcuni aspetti della strategia finora seguita nella guerra contro il terrorismo, non ha certo interesse a criticare o prendere le distanze dal modo in cui Bush ha gestito le relazioni con Pechino negli ultimi otto anni. In realtà, finora il candidato repubblicano non ha dedicato molto spazio ai rapporti con il paese asiatico: in un articolo pubblicato su Foreign Affairs lo scorso anno4, McCain indica nell’ascesa della Cina una delle “principali sfide” che la politica estera americana dovrà affrontare nei prossimi anni. I due paesi “non sono comunque destinati a divenire avversari”, anche se i loro rapporti sono fondati esclusivamente su interessi di volta in volta condivisi, piuttosto che sulle “solide fondamenta” di valori comuni. Per il senatore dell’Arizona, ciò cambierà solo quando la Cina avrà imboccato con decisione la strada della liberalizzazione politica.

Nel frattempo McCain invita il governo cinese a dar prova delle sue intenzioni pacifiche migliorando la trasparenza dei suoi programmi di rafforzamento militare, collaborando con gli Stati Uniti per isolare
paesi quali il Myanmar, il Sudan e lo Zimbabwe (con i quali Pechino intrattiene forti rapporti economici) e rinunciando al tentativo di creare in Asia istituzioni regionali alternative a quelle già esistenti e finalizzate a “escludere” gli Stati Uniti dalla regione.

Tuttavia McCain non precisa ulteriormente come abbia intenzione di affrontare la sfida cinese. D’altra parte è risaputo che il senatore dell’Arizona è da lungo tempo un sostenitore della hedge strategy, che, ufficializzata agli inizi del 2006, rappresenta l’ultima evoluzione dell’approccio dell’amministrazione Bush nei confronti della Cina5. Questa politica mira a combinare meccanismi di cooperazione e integrazione con strategie di bilanciamento indiretto, politico e militare, da realizzare attraverso la presenza militare diretta in Asia e il rafforzamento della cooperazione con gli alleati regionali degli Stati Uniti6. Si tratta, in pratica, della fusione di due elementi, cooperazione e dissuasione, finalizzati allo stesso obiettivo, ma di segno diametralmente opposto7. Questa strategia trae il proprio presupposto dalla constatazione che il contenimento della crescita economica e politica della Cina non appare fattibile. La cooperazione, pur limitata ai soli settori dove maggiore è la convergenza d’interessi, è intesa quale strumento per favorire l’inserimento della Repubblica popolare in uno schema d’integrazione progressiva alle norme del sistema politico occidentale. Lo scopo ultimo sarebbe quello di portare alla liberalizzazione politica del paese o, almeno, favorire la subordinazione degli interessi di Pechino a quelli della potenza egemone del sistema politico internazionale, cioè degli Stati Uniti.

D’altra parte, i pianificatori militari statunitensi ricordano che la Cina è l’unico paese ritenuto potenzialmente in grado di neutralizzate nel tempo la superiorità militare che il Pentagono considera “tradizionale” appannaggio degli Stati Uniti8. La preferenza per un approccio cooperativo non può quindi prescindere dalla predisposizione degli strumenti politico-militari necessari ad affrontare un eventuale futuro conflitto armato con una Cina divenuta nel frattempo superpotenza9. Per quanto ambivalente, quest’approccio garantisce la prosecuzione della cooperazione tra i due paesi e allo stesso tempo li lascia liberi di muoversi sullo scacchiere internazionale per acquisire vantaggi nella competizione per il soft power, non escludendo la possibilità di uno scontro diretto in futuro, ma senza farsi trascinare in inutili antagonismi oggi.

Nell’aprile 2005 McCain ha espressamente sostenuto la necessità di impostare le relazioni con la Cina combinando cooperazione e dissuasione10. La cooperazione dovrebbe essere fondata in primo luogo sul perseguimento di interessi comuni quali i rapporti commerciali, la sicurezza energetica, la lotta al terrorismo e alla proliferazione delle armi di distruzione di massa. In molti altri settori, gli interessi dei due paesi però sono divergenti e per questo Washington deve essere in grado di affrontare qualunque eventualità e adoperarsi per preservare la leadership americana in Asia orientale, poiché gli Stati Uniti sono il “garante” della sicurezza dell’area. Ciò richiede un’adeguata presenza militare diretta e saldi legami politici e militari con gli alleati regionali. Per quanto riguarda la questione di Taiwan, McCain auspica il mantenimento dello status quo e ribadisce l’opposizione americana sia a qualunque aggressione nei confronti dell’isola (che avrebbe conseguenze “catastrofiche per gli interessi cinesi”), che a un’eventuale dichiarazione d’indipendenza unilaterale da parte delle autorità dell’isola (i cui costi “supererebbero di gran lunga i benefici”)11.

Se per John McCain cooperazione e dissuasione sono due elementi inseparabili, altrettanto lo sono per il suo sfidante democratico Barack Obama, per il quale i rapporti sino-americani sono “competitivi in alcuni ambiti e cooperativi in altri”12. Il senatore dell’Illinois ritiene che per confrontarsi costruttivamente con l’ascesa della Cina, gli Stati Uniti dovrebbero affrontare le differenze in una prospettiva di lungo periodo, non esitando mai a essere fermi ogniqualvolta vi sia disaccordo, ma senza demonizzare le posizioni cinesi. Che si tratti di frizioni commerciali, diritti umani o del sostegno a paesi come il Sudan e l’Iran, gli Stati Uniti dovrebbero evitare di cedere sulle questioni di principio più rilevanti, ma senza eccedere nei toni, così da non precludere la cooperazione in ambiti più ampi13. Come McCain, anche Obama ritiene però che la preferenza per la cooperazione debba andare di pari passo con la predisposizione di strumenti di dissuasione quali il mantenimento di un’adeguata presenza militare in Asia e nel Pacifico, il rafforzamento delle alleanze regionali e la riaffermazione della contrarietà americana a qualunque modifica unilaterale dello status quo nello Stretto di Taiwan”14.

Come si vede, esiste al momento una sostanziale comunanza di vedute nelle posizioni espresse da McCain e da Obama per quanto riguarda i rapporti politici con Pechino, così come altrettanto sostanziale è la loro continuità con i concetti su cui si fonda la hedge strategy. Parzialmente diverso è il discorso per quanto riguarda le relazioni commerciali, anche se in questo caso le differenze maggiori sono state evidenziate non tanto per effetto del dibattito tra McCain e Obama, quanto per la competizione interna al campo democratico tra quest’ultimo e Hillary Clinton.

2. I rapporti commerciali tra interdipendenza e voglia di protezionismo
I contenziosi commerciali sono da sempre una delle principali cause di frizione tra Washington e Pechino e ancor di più lo sono divenuti dopo la vittoria dei democratici alle elezioni di medio termine del novembre 2006. Lo scorso anno il Congresso ha discusso più di trenta proposte di legge dal contenuto più o meno punitivo15 su questioni quali la pirateria industriale, i problemi di sicurezza e di qualità delle merci cinesi, i sussidi concessi da Pechino alle proprie industrie e la questione della presunta manipolazione del rapporto di cambio tra dollaro e yuan, il cui valore sarebbe mantenuto artificialmente basso dalle autorità monetarie cinesi16. Quest’ultimo problema è divenuto negli ultimi anni quasi il simbolo stesso delle frizioni commerciali tra i due paesi, poiché negli Stati Uniti è diffusa la convinzione che la sottovalutazione dello yuan sia una delle principali cause della crescita dello squilibrio della bilancia commerciale americana verso la Repubblica popolare17; squilibrio che da solo rappresenta ormai poco meno di un terzo del disavanzo complessivo degli Stati Uniti verso il resto del mondo18.

L’amministrazione Bush non ha mai mostrato molto entusiasmo verso i tentativi del Congresso di esercitare pressioni su Pechino per indurre il governo cinese a rivalutare in modo significativo lo yuan. L’esecutivo ha anzi più volte segnalato l’intenzione di utilizzare il veto contro queste iniziative. Inoltre, nei suoi rapporti semestrali dedicati all’analisi delle politiche monetarie degli altri paesi, il Dipartimento del tesoro si è sempre astenuto dal classificare la Cina come un “intenzionale manipolatore di valuta”, misura propedeutica all’imposizione di eventuali sanzioni19.

I democratici criticano l’atteggiamento della Casa Bianca e accusano l’esecutivo di essere disposto a sacrificare gli interessi dei lavoratori americani pur di tutelare quelli delle imprese che operano in Cina.
Barack Obama ha implicitamente fatto proprie queste accuse in una lettera aperta inviata al Segretario al tesoro Paulson nel giugno 200720, nella quale il candidato democratico ha espresso la convinzione che la Cina “da anni manipola la sua moneta per ottenere vantaggi commerciali a danno degli Stati Uniti” e ha criticato l’acquiescenza della Casa Bianca di fronte a questo comportamento. Per contribuire a porre rimedio a questa situazione, Obama ha deciso di sponsorizzare, insieme a Hillary Clinton e ad altri senatori, una proposta di legge presentata al Senato, che, se approvata, introdurrebbe la possibilità di imporre per via legislativa misure punitive contro qualunque paese la cui valuta sia classificata dal Dipartimento del tesoro semplicemente come non allineata al suo valore di mercato, riducendo così il potere discrezionale al momento detenuto dall’esecutivo21. Il sostegno del candidato democratico a questo disegno di legge si inserisce in un più generale irrigidimento della posizione negoziale americana che Obama giudica necessario per indurre Pechino a rispettare gli impegni presi. Il senatore dell’Illinois ritiene infatti che la Cina debba “fare la sua parte” per riequilibrare la bilancia commerciale bilaterale, garantendo un trattamento più equo alle merci americane, sanzionando le forme di concorrenza sleale delle sue imprese, riducendo la dipendenza dalle esportazioni, oltre che, naturalmente, rinunciando alla manipolazione dello yuan22.

Nel complesso, tuttavia, l’approccio del candidato democratico appare abbastanza equilibrato e pragmatico. Se è vero che Obama vede la Repubblica popolare come un “competitore commerciale”23 sempre più formidabile, altrettanto vero è che egli giudica la Cina come il mercato estero che offre le maggiori opportunità d’espansione per le imprese statunitensi e che già oggi sostiene migliaia di posti di lavoro americani nel settore dell’export. Il senatore dell’Illinois riconosce, inoltre, il contribuito dato dalle merci cinesi al contenimento del costo della vita negli Stati Uniti e il ruolo del paese asiatico quale anello importante della catena di valore delle imprese americane. Infine, elemento ancora più importante, Obama ritiene che per rispondere efficacemente alla sfida economica cinese il “grosso dello sforzo” debba essere fatto negli Stati Uniti24. Ciò significa investire nella competitività delle imprese americane, migliorare le norme a tutela dei diritti dei lavoratori e per la protezione dell’ambiente incluse negli esistenti accordi commerciali e, soprattutto, ridurre la dipendenza degli Stati Uniti dai prestiti esteri. Anche perché gli Stati Uniti non possono “prima indebitarsi e poi chiedere alla Cina di tirarli fuori dai guai, poiché diventa poi difficile aprire un negoziato serio con il proprio creditore”25.

La questione della crescita dello squilibrio della bilancia commerciale è, infatti, strettamente legata a quella del crescente indebitamento degli Stati Uniti verso l’estero, poiché il disavanzo commerciale deve essere naturalmente finanziato o attraendo investimenti diretti dall’estero oppure con l’emissione di certificati di debito. Poiché gli investimenti riescono a coprire solo una piccola parte del fabbisogno americano (che nel 2007 ha superato i due miliardi di dollari al giorno), ogni anno gli Stati Uniti vendono a stranieri enormi quantità di valuta, depositi bancari, buoni del tesoro, obbligazioni e via dicendo. Il disavanzo commerciale sostiene quindi paradossalmente un circuito interdipendente che permette agli americani di mantenere il loro abituale livello di consumi, al prezzo di un maggiore indebitamento verso l’estero, sia privato che pubblico. Poiché le politiche fiscali e di spesa sostenute dall’amministrazione Bush dal 2001 hanno fortemente accresciuto il deficit pubblico americano, risulta evidente come l’incontro tra questo crescente fabbisogno e il surplus commerciale cinese abbia reso in pochi anni la Repubblica popolare il secondo maggiore finanziatore del debito pubblico americano26. Questa situazione espone l’economia americana a una condizione di relativa vulnerabilità rispetto alle scelte degli investitori esteri che sono in grado di eseguire massicce operazioni di compravendita di titoli del tesoro americano, poiché queste possono influenzare in un senso o nell’altro la variazione dei tassi di interesse americani. Tale situazione preoccupa Obama, il quale però ritiene che per porvi rimedio sia necessario innanzitutto riequilibrare i conti pubblici e attuare politiche tese a incrementare la propensione nazionale al risparmio, piuttosto che addebitare le colpe alla Cina e rischiare una guerra doganale con Pechino.

L’approccio tutto sommato equilibrato del candidato democratico è stato però contestato durante le primarie da Hillary Clinton, sebbene in realtà le posizioni della senatrice di New York non fossero molto diverse da quelle del suo avversario. Sin dalle prime fasi delle primarie, Hillary Clinton ha dedicato buona parte della sua retorica elettorale alla lenta “erosione della sovranità economica”27 nazionale creata dalla crescita dell’indebitamento verso Pechino, spesso stigmatizzandola con una battuta: “Perché non possiamo essere più duri con la Cina? Perché è difficile esserlo con chi ti presta i soldi”28. Gli ingredienti suggeriti dalla senatrice di New York per una ricetta in grado di porre riparo a questa situazione sono stati: migliorare la competitività delle imprese americane, ottenere un maggior rispetto di quanto stabilito dagli accordi commerciali, introdurre miglioramenti a tutela dei diritti dei lavoratori e dell’ambiente, riportare sotto controllo il bilancio statale29. Posizioni sostanzialmente simili a quelle di Barack Obama, ma che sono andate radicalizzandosi dalla metà di febbraio in poi, quando le primarie hanno iniziato a interessare Stati industrializzati più colpiti dalle attuali difficoltà economiche come l’Ohio, il Texas e la Pennsylvania.

Le dichiarazioni della Clinton hanno assunto da quel momento toni sempre più accusatori, ben sintetizzati da alcuni passaggi di un discorso tenuto alla George Washington University a fine febbraio e in seguito spesso ripetuto: “La Cina è divenuta una superpotenza di livello mondiale che deve essere convinta a rispettare le regole del mercato mondiale. (…) Le merci cinesi vengono negli Stati Uniti e i nostri posti di lavoro vanno in Cina. Noi rispettiamo le regole e loro manipolano la loro moneta. In cambio otteniamo pesce guasto, giocattoli al piombo e cibo per animali avvelenato”30. Nelle settimane successive la riproposizione di queste accuse è divenuta in pratica una costante, così come lo sono diventate espressioni quali “usare la mano pesante” contro la manipolazione dello yuan e affrontare “aggressivamente” la competizione commerciale sleale di Pechino31

È ipotizzabile che la Clinton abbia cercato di cavalcare i sentimenti protezionistici che si stanno diffondendo in quella parte dell’elettorato americano che più è stata colpita dal calo dell’occupazione nel settore manifatturiero. A essere sul banco degli imputati sono gli accordi di libero scambio nel loro complesso, ma la tentazione di individuare nella concorrenza sleale delle imprese estere una delle principali cause delle difficoltà economiche del paese è naturalmente elevata32. L’enorme interscambio economico bilaterale con la Cina rende il paese asiatico un facile bersaglio, reso ancora più appetibile dalla visibilità mediatica negativa prodotta dai recenti episodi di ritiro dal mercato di prodotti di origine cinese ritenuti di scarsa qualità o pericolosi per la salute. Questi episodi, anche se non sempre direttamente addebitabili ai produttori cinesi, hanno peggiorato l’immagine del paese agli occhi dei lavoratori e dei consumatori americani. 

Il tentativo di catturare le preferenze dell’elettorato sostenendo un atteggiamento più duro nei confronti della competizione cinese potrebbe essere stato motivato, inoltre, anche dall’oggettiva difficoltà per Hillary Clinton di conciliare, da un lato, la critica nei confronti delle politiche commerciali di libero scambio e, dall’altro, la volontà di sottolineare la continuità della sua candidatura con la presidenza del marito33. Procedere parallelamente lungo entrambi questi binari deve essere presto apparso difficile, soprattutto perché è stato proprio Bill Clinton a sostenere l’approvazione degli accordi che oggi la moglie, almeno in parte, critica. L’esempio più evidente è quello del Nafta, l’accordo di libero scambio tra Stati Uniti, Canada e Messico, oggi criticato dalla sinistra del partito per aver contribuito al calo dell’occupazione nel settore industriale34. Se Obama può rivendicare di essere sempre stato contrario alla sua approvazione, per la Clinton
non è altrettanto facile dirsi oggi convinta della necessità di rinegoziare almeno in parte un accordo strenuamente voluto dal marito che riuscì a farlo approvare dal Congresso superando l’iniziale opposizione del partito.

La scelta della Clinton di radicalizzare il suo atteggiamento verso la Cina non è stata accolta con favore dai suoi sostenitori. Uno dei casi di dissenso più aperto è stato quello di Richard Baum, docente di Scienze Politiche del Center for Chinese Studies della Ucla e probabilmente uno dei principali esperti in politica asiatica tra i supporter della campagna elettorale della ex-first lady. A fine aprile, Baum ha rinunciato al suo ruolo di consigliere informale giudicando le critiche della senatrice contro Pechino come “accuse grossolane e fuorvianti”35. Egli è uno dei molti studiosi che dubitano che un atteggiamento più duro nei confronti di Pechino possa realmente conseguire i risultati sperati. Il governo cinese è probabilmente disposto a tollerare le pressioni americane su questioni quali il rapporto di cambio dollaro-yuan, la lotta alla pirateria commerciale, la qualità dei prodotti cinesi e così via ed è probabilmente incline ad accettare compromessi. Questo richiede però un confronto negoziale lento e serrato, piuttosto che furiose critiche pubbliche. Anche perché non bisogna dimenticare che la dirigenza cinese teme sempre che l’Occidente possa cercare di utilizzare in maniera strumentale le frizioni commerciali e i diritti umani per acquisire vantaggi geopolitici o destabilizzare il paese. 

L’atteggiamento di Obama sembra denotare la consapevolezza della necessità di evitare inutili contrapposizioni retoriche. Eppure, si deve notare come l’offensiva oratoria di Hillary Clinton abbia indotto il senatore dell’Illinois a un analogo irrigidimento dei toni, che sono tuttavia rimasti ben lontani da quelli della sua avversaria. Questa sorta di “rincorsa retorica” è divenuta particolarmente evidente all’indomani dall’esplosione dei recenti disordini in Tibet. In uno dei suoi primi interventi a commento della proposta di boicottaggio della cerimonia di apertura dei Giochi Olimpici del prossimo 8 agosto, Obama ha risposto in maniera incerta, riconoscendo le ragioni dei sostenitori della proposta, ma dichiarandosi restio a trasformare le Olimpiadi in un palcoscenico di protesta politica36. Quando poi la ex-first lady si è fatta apertamente sostenitrice dell’invito al presidente Bush a disertare la cerimonia37, Obama ha precisato la sua posizione, dichiarando che la Casa Bianca dovrebbe lasciare aperta la possibilità del boicottaggio, anche se un’eventuale decisione in tal senso dovrebbe essere presa solo all’approssimarsi dei giochi: un modo sottile per spostare in avanti la questione e sottrarla alla competizione elettorale, poiché i giochi olimpici si saranno ormai chiusi quando la convention nazionale democratica si riunirà a fine agosto38.

Sarà comunque interessante verificare quanto delle posizioni più radicali sostenute da Hillary Clinton sarà recuperato al momento della stesura della piattaforma programmatica della candidatura di Obama e quanta visibilità riceverà il tema della protezione dell’occupazione interna negli ultimi mesi della campagna elettorale. Se, ad esempio, nei prossimi mesi la disoccupazione dovesse aumentare drammaticamente, è possibile che Obama possa provare a rimarcare le differenze rispetto al programma di McCain, avanzando l’adozione di misure protezionistiche per combattere la concorrenza sleale cinese. Il senatore dell’Arizona è, infatti, un convinto sostenitore del libero mercato e ritiene non vi siano alternative all’ulteriore espansione degli accordi di liberalizzazione del commercio internazionale.

Altrettanto interessante sarà poi verificare quanto le posizioni di McCain si saranno per allora riavvicinate a quelle dei neoconservatori. 

3. Il ritorno dei neoconservatori?
McCain è stato aiutato nella corsa alla nomination repubblicana anche dall’autorevolezza con cui tratta dei temi della sicurezza nazionale e della politica estera e dalla capacità di sfidare le posizioni più ortodosse del suo partito, evitando comunque di farsi inquadrare sia nella fazione dei pragmatisti, che in quella dei neoconservatori. Sembrerebbe, tuttavia, che l’influenza di questi ultimi sul candidato repubblicano sia in crescita39. Infatti, nell’elenco dei consiglieri della sua campagna elettorale vi è un buon numero di figure chiave del movimento neoconservatore, come, solo per citarne alcuni, Randy Scheunemann, John Bolton, Max Boot, Robert Kagan e William Kristol40. Gli ultimi due, in particolare, sono stati tra i cofondatori, nel 1997, del Project for the New American Century (Pnac, Progetto per il nuovo secolo americano), un’organizzazione la cui carta dei principi può essere considerata come il manifesto programmatico della politica estera neoconservatrice41.

La situazione geopolitica attuale è, però, diversa da quella che esisteva a metà anni ’90, la posizione degli Stati Uniti non è più salda come allora e anche il Pnac sembra ormai aver esaurito il suo tempo42. Lo stesso Kagan sembra accettare come ormai concluso il “momento unipolare” degli Stati Uniti, che i principi del Pnac avrebbero dovuto preservare. In una sua recente opera43, Kagan afferma che, accanto allo scontro tra Occidente e Islam, gli equilibri mondiali si stanno ricostruendo attorno a una rinnovata competizione tra le grandi potenze. A fronteggiarsi vi sarebbero, da un lato, le democrazie liberali di tipo occidentale, dall’altro, il blocco delle autocrazie, cioè i paesi a capitalismo autoritario, guidato da Russia e Cina. Non stupisce, quindi, il sostegno dato da Kagan a una delle più controverse idee avanzate da McCain, quella della “lega delle democrazie”44. Il senatore dell’Arizona definisce quest’istituzione come un’organizzazione informale, dalle priorità di volta in volta definite, capace di sostituirsi al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite quando questo si rivelasse incapace ad agire; qualcosa di simile, insomma, alla “coalizione dei volenterosi che ha sostenuto le fasi iniziali dell’occupazione dell’Iraq45. La lega delle democrazie sembra inserirsi perfettamente nella nuova visione del mondo teorizzata da Kagan, il quale probabilmente a sua volta approva quello che sembrerebbe essere il primo obiettivo della politica estera di McCain: “Oggi vediamo una Russia dove le libertà politiche sono in pericolo, dominata da una cricca di ex-agenti dei servizi segreti, impegnata a intimidire i propri vicini democratici come la Georgia e a tentare di manipolare la dipendenza energetica europea dalle risorse russe. L’Occidente ha bisogno di un nuovo approccio verso questa Russia revanscista. Come primo passo dovremo assicurare che il G8, il gruppo degli otto paesi più industrializzati, torni a essere il club delle principali democrazie di mercato, includendovi Brasile e India, ma escludendovi la Russia”46

Se nell’immediato l’attenzione andrebbe quindi focalizzata sul confronto con Mosca, per i neoconservatori questo non significa poter abbassare la guardia nei confronti di Pechino. Quando si chiede a Kagan qual è il paese che gli Stati Uniti dovrebbero tenere sott’occhio, la sua risposta è: “La Cina, poiché è l’unico altro paese al mondo che, come gli Stati Uniti, è impegnato in un programma di rafforzamento militare di lungo periodo”47.


MONDO CINESE N. 135, APRILE - GIUGNO 2008

Note

1.Durante la campagna elettorale del 1980, la prima dopo la normalizzazione delle relazioni tra i due paesi, Reagan ventilò la possibilità di disfare quanto fatto da Carter, ristabilendo le relazioni con Taiwan. Nel 1992, Bill Clinton criticò aspramente
Bush senior accusandolo di aver “coccolato i dittatori” che avevano ordinato la repressione di Piazza Tian’anmen e promise l’adozione della linea dura nei confronti di Pechino. Clinton cambiò successivamente idea, passando ad un atteggiamento più conciliante che culminò nella pur breve stagione della “partnership strategica costruttiva”, lanciata nel 1997. Nel 2000, fu Bush (junior) a sottolineare la volontà di una decisa discontinuità rispetto al suo predecessore, impostando la sua campagna elettorale in chiave aspramente anticinese.
2 La scelta di Bush aveva, probabilmente, due motivazioni: individuare un avversario tale da giustificare il programma di rafforzamento militare sostenuto dai neoconservatori; mobilitare a fini elettorali i sentimenti anticinesi che nei due anni precedenti erano stati alimentati da una serie di scandali relativi a presunte donazioni elettorali illegali, elargite da Pechino al Partito democratico, durante la campagna elettorale del 1996 e a altrettanto mai provate attività spionistiche. 
3 Wang Jisi, “China’s search for stability with America”, Foreign Affairs, vol. 84, n. 5, settembre-ottobre 2005, pp. 39-48.
4 John McCain, “An enduring peace built on freedom: securing America’s future”, Foreign Affairs, vol. 86, n. 6, novembre-dicembre 2007, pp. 19-34.
5 Si veda anche: “La hedge strategy: la strategia Usa del ‘gioco su due fronti’ verso la Cina”, Mondo Cinese, n. 128, luglio-settembre 2006, pp. 60-68.
6 The National Security Strategy of the United States of America, The White House, Washington, 2006, p. 41.
7 Gli strumenti di dissuasione rappresentano una sorta di assicurazione da usare in caso di deterioramento dei rapporti tra i due paesi. Da qui l’utilizzo del termine hedge, che nel linguaggio della finanza è usato per indicare quelle tipologie di investimento che mirano a minimizzare i rischi complessivi di un’operazione attraverso la sua diversificazione in più operazioni caratterizzate da profili di rischio di segno opposto. Grande Enciclopedia Tematica Universale: Finanza, Garzanti, Milano, 2004, p. 286.
8 Quadrennial Defense Review Report, Office of the Secretary of the Defense, Washington, 2006, pp. 28-29.
9 Ibid., p. 30.
10 “Sen. McCain addresses committee of 100 annual dinner”, Washington, 11.4.2005, http://www.conference.committee100.org/2005/files/McCain_transcript.pdf  .
11 Ibid.
12 Barack Obama, ““Renewing American leadership”, Foreign Affairs, n. 86, luglioagosto 2007, pp. 2-16.
13 Id., “Visit of Vice Premier Wu Yi”, 23.5.2007, http://www.govtrack.us/congress/record.xpd?id=110-s20070523-1&person=400629    .
14 Ibid.
15 Wayne M. Morrison, China-U.S. Trade Issues, Congressional Research Service, The Library of Congress, Washington, 2008, pp. 29-34.
16 Il valore dello yuan è fissato da un meccanismo di adeguamento automatico legato a una ristretta banda di oscillazione. Questo meccanismo è stato introdotto nel luglio 2005, in sostituzione del rapporto di cambio fisso che era in vigore dal 1995. Da allora a oggi, lo yuan si è apprezzato sul dollaro di poco meno del 20%, ma negli Stati Uniti molti giudicano la divisa cinese ancora sottovalutata del 40% rispetto al suo valore reale.
17 Particolarmente attiva nel sostenere tale tesi è la China Currency Coalition, una lobby che raggruppa numerose associazioni di imprenditori e di lavoratori. Per una trattazione più ampia della questione, si veda Marco Dallapozza, “Alcune considerazioni sulla rivalutazione dello yuan”, Mondo Cinese, n. 124, luglio-settembre 2005, pp. 26-33.
18 Dall’ingresso della Cina nell’Organizzazione mondiale per il commercio a oggi, il disavanzo commerciale americano verso la Repubblica popolare è più che triplicato, passando dagli 83 miliardi di dollari del 2001 ai 256 del 2007. Il disavanzo complessivo degli Stati Uniti verso il resto del mondo è parallelamente cresciuto da 365 a 708 miliardi di dollari; http://www.census.gov/foreign-trade/balance/c5700.html  .
19 Giudizio confermato anche nel più recente di questi rapporti. Report to Congress on international economic and exchange rate policies, U.S. Department of Treasure, Washington, maggio 2008, p. 2. 
20 “Defend American workers and businesses by challenging China’s currency manipulation”, 13.06.2007, http://obama.senate.gov/press/070613-obama_to_paulso/  .
21 Si veda il disegno di legge “S. 1607: Currency exchange rate oversight reform act of 2007”, http://www.loc.gov/index.html  . Agli inizi di maggio, Barack Obama e Hillary Clinton hanno annunciato il loro sostegno anche al disegno di legge “S. 2813: China currency manipulation act of 2008”, presentato al Senato ai primi di aprile.
22 B. Obama, “Visit of Vice Premier Wu Yi”, op.cit.
23 Ibid.
24 Ibid.
25 “AFL-CIO Democratic Presidential Forum”, 7.8.2005, http://www.msnbc.msn.com  .
26 A fine marzo, il Giappone possedeva 600 miliardi di dollari in buoni del tesoro americani contro i 491 della Cina, equivalenti, rispettivamente al 23,8% e al 19,5% del totale del debito pubblico americano in mano estera. “Major foreign holders of treasury securities”, U.S. Department Treasury, 15.5.2008, <http://www.treas.gov/tic/mfh.txt> .
27 “Senator Clinton calls for action to address economic vulnerability created by growing foreign-held debt: letter to Secretary Paulson and Chairman Bernanke”, 28.2.2007, http://clinton.senate.gov/news/statements/details.cfm?id=269895  .
28 “Remarks at the United Auto Workers (UAW) legislative policy conference”, 8.2.2006, http://clinton.senate.gov/news/statements/details.cfm?id=251414 .
29 Ibid.
30 “Clinton’s remarks on foreign policy at George Washington University”, 25.2.2008, http://www.cfr.org/publication/15597  .
31 “Hillary Clinton’s trade agenda: making trade work for working families”, 30.4.2008, http://www.citizenstrade.org/pdf/ClintonTradePolicyStatement_02192008.pdf  .
32 L. Josh Bivens, “Trade, jobs, and wages: are the public’s worries about globalization justified?”, EPI Issue Brief, internet ed., n. 244, 6.5.2008.
33 Durante le primarie, Hillary Clinton ha più volte posto l’accento sulla sua prontezza a ricoprire il ruolo di Presidente in forza dell’esperienza maturata come senatrice e come first lady, oltre che per l’implicita continuità con le scelte del marito garantita dalla presenza nella sua squadra elettorale di un buon numero di personalità che hanno ricoperto incarichi di alto livello negli anni dell’amministrazione Clinton.
34 Lee Hudson Teslik, “NAFTA’s economic impact”, The Council on Foreign Relations, internet ed., 28.2.2008.
35 Lisa Lerer, “Clinton adviser quits over China rhetoric”, Politico, internet ed., 19.4.2008.
36 “Obama says he’s conflicted on Olympics”, Associated Press, internet ed., 2.4.2008.
37 “White House hopefuls call on China to do more”, CNN, internet ed., 9.4.2008.
38 Orla Ryan, Daniel Nasaw, “Obama urges Bush to boycott Beijing ceremony”, The Guardian, internet ed., 10.4.2008.
39 Elisabeth Bumiller, Larry Rohter, “Camps trying to influence McCain on foreign policy”, The New York Times, internet ed., 10.4.2008.
40 Robert McMahon, “Foreign policy brain trusts: McCain advisers”, The Council on Foreign Relations, internet ed., 9.6.2008.
41 I principi del Pnac erano già stati delineati da Kagan e Kristol in un loro articolo pubblicato su Foreign Affairs nell’estate del 1996 nel quale si suggeriva, tra l’altro, la necessità per gli Stati Uniti di definire una “strategia atta a contenere, influenzare e alla fine provocare un cambiamento di regime a Pechino”. William Kristol, Robert Kagan, “Toward a neo-Reaganite foreign policy”, Foreign Affairs, luglio-agosto 1996, pp. 18-32.
42 Dai primi di maggio il sito del Pnac non è più on-line. Una copia del sito è stata archiviata dall’organizzazione non-profit Internet Archive ed è consultabile all’indirizzo http://web.archive.org/web/20030202012337/http://newamericancentury.org  .
43 Robert Kagan, The Return of History and the End of Dreams, Knopf Publishing Group, New York, 2008.
44 J. McCain, op. cit.
45Paul Richter, “McCain eases proposal for alternative to U.N.”, Los Angeles Times, internet ed., 21.4.2008.
46 J. McCain, op. cit.
47 Robert Kagan, “Kagan’s world”, The Globalist, internet ed., 6.6.2008

 

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