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I BRIGANTI

 

I briganti

Autore Magnus
Editore Rizzoli Lizard, Milano
Prima edizione 2013
Pagine 336
N. ISBN 978-88-17-0696700

"I Briganti è una storia politica, anzi è una serie di storie politiche, ovvero racconti su come la morale, per non soccombere al potere o alla corruzione, sia costretta non di rado ad abbandonare il consesso civile e a rivolgersi al potere delle armi, alla clandestinità.”
- dalla prefazione di Daniele Barbieri

Il racconto di una rivoluzione, quella dei diseredati che finalmente insorgono contro il giogo della casta, e avanzano sotto un cielo solcato da fasci luminosi di "gordoniana memoria: ecco come Magnus tradusse il classico della letteratura cinese del XV secolo I hryanti. Attraverso i chiaroscuri del maestro bolognese scaturisce quindi una storia dal sapore orientale a tinte forti, immersa in atmosfere medievali che all'improvviso si popolano di motociclette, astronavi, tank da guerra e flotte di astronavi coinvolte in scontri intergalattici, nel crescendo a dir poco tonante di questo ennesimo capolavoro firmato Roberto Raviola.

I BRIGANTI, TRIBUTO E VENDETTA
di DANIELE BARBIERI
Che i racconti debbano avere una conclusione è un pregiudizio moderno. Prendete un genere antico come il romanzo cavalleresco, e avrete il perfetto esempio di una narrazione che è fatta per non finire mai. Se una simile storia finisce è solo perché a un certo punto il rubinetto viene chiuso, la magia si conclude, ma questo è indipendente da qualsiasi logica narrativa: semplicemente non c'è più tempo, o spazio, o energia, e si tronca un racconto che vorrebbe a tutti i costi andare ancora avanti, ancora e ancora.
Se avete mai visto il Fellini Satyricon conoscerete il senso di piccola frustrazione che prende quando, dopo centoventinove minuti di pellicola, il serpente delle vicende si interrompe quasi d'improvviso, con appena un blando suggerimento su quanto potrà ancora accadere di qui in avanti. Ma se siete o siete stati lettori di fumetti seriali classici, quelli a pubblicazione quotidiana o settimanale, conoscerete benissimo il modello di un racconto che è destinato in teoria a non finire mai, annodando vicende su vicende, variazioni su variazioni, conclusioni locali su locali riaperture, e così via.
In particolare, se siete stati appassionati lettori infantili di "Flash Gordon", avrete probabilmente contratto una malattia, una sindrome certo non grave, ma anche di difficile guarigione. Mi riferisco non solo al "Flash Gordon" incomparabile di Alex Raymond (1934-43), ma anche a quello triste di Austin Briggs (1940-48), e alle due versioni space opera, quella romantica e barocca di Mac Raboy (1948-67) e quella tecnologica e divertita di Dan Barry (1951﷓-90).
Tra i malati di questa sindrome sicuramente ci sono anch'io; e con la medesima certezza possiamo annoverare tra loro anche lui, Roberto Raviola, Magnus, insomma. Ed è per questo che - anche se quando mi si chiede quali siano le opere migliori di Magnus devo, per onestà di critico, nominare Le femmine incantate e Le 110 pillole ﷓ con I briganti ho un rapporto particolare, una passione viscerale mai risolta.
Per come la vedo io, I briganti è, insieme, un grande omaggio e una sorta di vendetta. L'omaggio è, evidentemente, rivolto a Raymond e a Raboy (Briggs è trascurabile, Barry non sembra aver incontrato davvero le corde di Magnus); e la vendetta pure.
Perché vendicarsi di questi autori? Be', perché il loro straordinario oggetto di lavoro, con tutto il suo terrificante fascino, non arriva mai a superare la soglia della maturità, la soglia della consapevolezza. Resta un prodotto di genere, chiuso nelle proprie regole, chiuso nella propria dimensione fantastico-fantascientifica davvero aliena.
In questo momento, ci troviamo con Magnus negli anni Settanta. Tutto è politicizzato nel fumetto dell'epoca, tutto parla del presente. Anche la fantascienza, quando se ne fa uso (e se ne fa moltissimo) è sempre allegorica. Come si permette il mito ingenuo di "Flash Gordon" di affascinarci ugualmente, e di continuare a farlo persino quando siamo del tutto consapevoli dei suoi limiti?
Ecco qua, dunque. Progettare I briganti negli anni Settanta vuol dire aver deciso di cavalcare strettamente questa contraddizione. In primo luogo, da un punto di vista stilistico, Magnus è perfettamente conscio di aver imparato da Raymond e Raboy tutto ciò che poteva apprendere e che, anzi, ormai ne sa ben più di loro: nessuna remora, quindi, nell'ispirarsi. Nessuno potrà più sospettare che si stia copiando: l'universo alla "Flash Gordon" è un evidente riferimento di fondo classico, una cornice riconoscibile e favolosa su cui le innovazioni grafiche e narrative introdotte da Magnus sono tali e tante da rendere quel richiamo un puro sfondo.
Certo, prima di tutto c'è il testo esplicito di base, una saga cinese medievale. Magnus lo segue in maniera molto libera: il medioevo diventa un medioevo futuro, come quello di "Flash Gordon"; la Cina un riferimento parziale (e di nuovo il rimando alla serie americana non sarebbe impertinente).
Ma poi, le citazioni di Mao Tze﷓Tung rendono palese ciò che è già esplicito nel romanzo: I briganti è una storia politica, anzi è una serie di storie politiche, ovvero racconti su come la morale, per non soccombere al potere o alla corruzione, sia costretta non di rado ad abbandonare il consesso civile e a rivolgersi al potere delle armi, alla clandestinità.
Ecco quindi la sottile vendetta condotta da Magnus nei confronti di Raymond e Raboy: creare una serie a fumetti non meno favolosa ed errabonda di quelle dei due autori americani, che competa o addirittura vinca per qualità del tratto grafico e della composizione delle tavole, ma che sia anche una storia matura, adulta, consapevole dei rapporti col mondo - e non un racconto (come si usava dire allora) di "semplice evasione".
I briganti vuole metter fine al meraviglioso scandalo di "Flash Gordon", e al tempo stesso condannarci a una nostalgia infinita per l'originale.
Solo Magnus, dei disegnatori italiani di valore di quegli anni (e non mancavano davvero) poteva permettersi di affrontare una sfida così particolare, prendendo a modello una serie popolare per antonomasia con l'intento di costruire una nuova forma di fumetto colto. In un contesto storico in cui la nona arte sta finalmente scoprendo di poter essere considerata un'espressione autonoma e flirta crescentemente con le cosiddette "arti maggiori", mentre da tutte le parti si inizia a parlare di fumetto colto e di fumetto d'autore, Magnus costruisce il proprio discorso scendendo alle radici più profonde del genere popolare ﷓ le sue stesse origini, indubbiamente.
Non si è trattato di una strada del tutto in discesa. Sarebbe stato molto più facile nobilitare il fumetto mostrando le sue parentele (che indubbiamente esistono) con la pittura e le arti visive in generale, oppure con il cinema e il romanzo: altri autori l'avevano fatto in quegli anni, spesso pure con ottimi risultati. La strada suggerita da I briganti è quella invece che va a cercare il valore, l'importanza, la bellezza, dritta al cuore di qualcosa che è da molti decenni profondamente fumettistico. Una strada controversa, costata a Magnus non poche incomprensioni, e pure un qualche isolamento.
D'altra parte, il bello di Roberto Raviola è che ha sempre fatto di testa sua, inguaribilmente. Alla fine, la pretesa magnusiana che i suoi sogni possano essere anche i nostri non era affatto infondata.

Da Wikipedia:
Una prima versione a fumetti dell'opera venne realizzata dall'artista giapponese Mitsuteru Yokoyama e pubblicata a puntate sul settimanale Kibô Life dal 1967 al 1971, ed in seguito raccolta in 8 volumi dalla casa editrice Ushio di Tokyo. 

In Italia il romanzo balza agli onori delle cronache, in quanto fonte di ispirazione di un'opera a fumetti, sviluppata a partire dal 1973 dal disegnatore Magnus (al secolo Roberto Raviola), che qui si cimenta anche come sceneggiatore. 

Pensata come una saga epica in sei atti (di cui solo quattro realizzati), dai tratti maggiormente realistici e lontana, per tematiche e approccio, dai personaggi grotteschi e caricaturali come Maxmagnus o Alan Ford (che stava continuando a disegnare), è un adattamento della storia dipanata nel romanzo, miscelata con un'ambientazione a tratti contemporanea, o addirittura fantascientifica. 

Viene realizzata con molta cura, ma in modo assai frammentario, essendo Magnus via via occupato anche con altri progetti. 

Dal 1973 al 1975 realizza i primi nove capitoli della saga, lavorando però contemporaneamente, al primo ciclo de Lo sconosciuto. 

Tra il 1976 e il 1978 dà vita a La compagnia della forca, ritagliandosi il tempo per completare altri tre capitoli dell'epopea. 

Raggiunta la dimensione di dodici capitoli (ossia i primi due atti), l'opera inizia finalmente ad essere pubblicata, dal novembre 1978, ad episodi (e poi in volume l'anno dopo), per la Edifumetto. 

Altro periodo di lunga gestazione, ed ulteriori due atti, vedono la luce ( Atto III: Tutti gli uomini della legge, nel 1987, e Atto IV:Governanti e rivali, nel 1988). 

La saga è rimasta un'opera incompiuta, infatti per la conclusione erano previsti altri due atti (La Missione Divina e La Battaglia dei Cento Reggimenti), ma l'incredibile perfezionismo del Magnus, che lo ha portato a lavorare per sette anni alla sola realizzazione del Texone, ne ha impedito la conclusione, causa la sua prematura morte nel 1996. 

 

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