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INDICE>FRAMMENTI D'ORIENTE>AIDS IN CINA: IL GRANDE PERICOLO

AIDS in Cina:
il grande pericolo

L'epidemia di AIDS in Cina è progredita fino ad ora in tre fasi. La prima fase iniziò nel 1985 con il riscontro del primo caso "ufficiale" di AIDS in uno straniero. Sino al 1989 vennero poi diagnosticate solo alcune decine di altri casi, sempre in pazienti non-cinesi o in cinesi d'oltremare, con segnalazioni che provenivano costantemente dalle grandi città costiere o dalla capitale. Questa situazione alimentò l'erronea, pericolosa convinzione che l'AIDS fosse un problema esterno "non-cinese".

Nell'ottobre 1989 però, nello Yunnan meridionale, 146 tossicodipendenti cinesi che facevano uso endovenoso di oppiacei scambiandosi gli aghi delle siringhe furono riscontrati positivi per HIV. Questa data segna l'inizio della seconda fase, caratterizzata da un'epidemia di dimensioni contenute lungo la via della droga che dal "Triangolo d'Oro" del Laos, Thailandia e Myanmar si estende al Sud-Ovest della Cina. I numeri contenuti (poche centinaia di casi) e la "marginalità" della categoria a rischio (tossicodipendenti dello Yunnan) ebbero buon gioco nell'indurre una certa sottovalutazione del problema. Ma non tutti questi tossicodipendenti venivano depistati; essi si muovono sul territorio, avevano una vita sessuale ...

Va notato che, dall'80 in poi, la prostituzione in Cina ha avuto un'espansione impressionante e che le prostitute cinesi avevano (ed hanno tuttora) un livello di conoscenza sulle malattie veneree e dell'AIDS estremamente basso. L'uso del condom, ad esempio, è l'eccezione e la maggioranza di esse ritiene che sia sufficiente “lavarsi bene" per evitare infezioni sessuali. Si tratta spesso di giovani donne provenienti dalle campagne le quali, per la pressione economica innescata dalla riforma, vanno in città in cerca di metodi veloci per far denaro e poi tornare a casa o intraprendere qualche altra attività. Esse sono quindi "professioniste'' e il loro status di migranti interne le rende meno accessibili a interventi educativo-informativi. Per lo stesso motivo, esse sono un possibile fattore di diffusione di un'epidemia locale alle regioni interne, così come d'altra parte i loro partner, spesso anch'essi immigrati cinesi, al lavoro lontano da casa.Intorno al 1993, in Cina, iniziarono a essere segnalati casi di AIDS in pazienti con malattie veneree, in prostitute, in lavoratori immigrati. Era la terza fase: la malattia stava ormai diffondendosi al di fuori dello Yunnan e delle categorie a rischio verso la popolazione "normale". Purtroppo, nell'apparato sanitario cinese, la situazione non veniva apprezzata nella sua reale portata e l'AIDS continuava a essere percepito come un problema alieno, un'entità esogena alla Cina. In questa chiave si spiegano provvedimenti del governo cinese come il divieto di importazione di sangue ed emoderivati "per evitare il contagio dall'estero" emanato nel 1988, cioè in un'epoca in cui ormai il sangue, almeno in Occidente, veniva costantemente testato per la sieropositività all'HIV e tutti gli emoderivati venivano trattati con sistemi d'inattivazione termica tali da renderli sicuri.

In realtà, mentre ci si concentrava su provvedimenti di questo tipo e sullo screening dei forestieri residenti, la malattia stava diffondendosi alle regioni interne della Cina sull'onda delle grandi correnti migratorie tra campagne e città. La forza lavoro degli immigrati è più esposta alla infezione da HIV per una serie di motivi facilmente intuibili: uomini giovani, lontani da casa, con in tasca qualche soldo in più. Soprattutto, sia per questi giovani che per quelle ragazze andate in città in cerca di fortuna, continuava e continua a esistere un fattore di rischio fondamentale: la mancanza di informazione corretta. L'AIDS, secondo il messaggio prevalente nel paese, era invece una malattia dei forestieri o di persone come i tossicodipendenti (che peraltro in Cina sarebbero rarissimi) e gli omosessuali (che in Cina quasi proprio non esisterebbero!). Con tali pregiudizi, il riscontro di una sieropositività comporta facilmente l'esclusione sociale e viene pertanto tenuta il più possibile nascosta. Va aggiunto che la popolazione maggiormente a rischio, cioè quella degli immigrati interni, è anche la più difficilmente raggiungibile da messaggi educativi a causa della sua mobilità, del livello di istruzione mediamente basso e talora anche da difficoltà linguistiche dovute ai diversi dialetti cinesi.

In questa situazione, le cifre diramate all'epoca dal Ministero della Sanità appaiono, pur nella nota, cronica, scarsa affidabilità delle statistiche cinesi, assolutamente inadeguate: solo 1.272 casi documentati di infezione da HIV nel 1993, saliti a 1.774 casi nel 1994 e a 3.341 casi nel 1995. Secondo esperti del governo cinese il numero reale di sieropositivi in quel periodo sarebbe stato dell'ordine delle 10.000 persone, la maggioranza delle quali costituite da tossicodipendenti da eroina per via endovenosa abitanti nella zona meridionale dello Yunnan. Riferendosi allo stesso periodo, esperti esterni indicavano invece già in circa 100.000 il numero di possibili sieropositivi. La notevole sottovalutazione della situazione da parte delle autorità sanitarie traspare anche dall'entità degli stanziamenti volti a combattere la diffusione dell'epidemia: solo 2,75 milioni di dollari USA nel 1996-97, contro i 4,5 milioni di dollari del Vietnam ed i 74 milioni di dollari della Thailandia (entrambi con una popolazione incomparabilmente meno numerosa di quella cinese) nello stesso periodo.

È invece proprio in questo periodo, intorno alla metà degli anni Novanta, che si gioca una partita fondamentale per l'evoluzione dell'epidemia. La situazione aveva infatti sino a quel punto mostrato un trend evolutivo certamente preoccupante, con un incremento annuo dei sieropositivi "ufficiali" sempre superioriore al 30%, ma che ricalcava comunque meccanismi già noti, verificato ed in taluni casi anche combattuti con successo in altre nazioni.

Ma la Cina è la Cina, il "paese del centro", un paese – come ben sa chi l'ha vissuta abbastanza – di infinite sorprese. Talora stupende, talora orrende. La sorpresa orrenda dell'AIDS in Cina è una storia incredibile e raccapricciante, storia che richiede organizzione e sistema, e che sarebbe quindi probabilmente impossibile in Africa o in India. Questa storia la tragedia dei donatori di sangue.

I donatori dello Henan

Ricordo benissimo che quando la sentii nominare e poi ne lessi per le prime volte pensai ad un errore. I soliti svarioni dei giornalisti! Donatori! Non ci credevo affatto. I donatori sono la parte più sana della popolazione, sono selezionati, il loro sangue è testato, se hanno il colesterolo oltre i limiti, la glicemia un po' alta o le transaminasi mosse, vengono avvisati, mandati dal medico anche se si sentono benone, e il loro sangue non viene utilizzato. Figurarsi poi se si parla di epatite ed ancor più di AIDS! Doveva trattarsi invece dei pazienti trasfusi, e dei politrasfusi specialmente, o di chi deve ricevere periodicamente emoderivati concentrati da moltissimi donatori. Persone a rischio, malate, talora molto malate. Pur con tutti i controlli, esiste sempre un certo rischio nel ricevere una trasfusione, o dei derivati del sangue, un rischio legato ad esempio a fattori che la scienza non conosce ancora. Per questo motivo le trasfusioni e l'uso degli emoderivati sono un'extrema ratio in medicina, cui si ricorre se proprio non se ne può fare a meno. Ma non ci sono rischi concreti nel donare sangue. O almeno, non ci dovrebbero essere ...

Esamineremo ciò che è successo analizzando il caso della provincia dello Henan e del capo dell'Ufficio sanitario, il signor Liu Quanxi, perché si tratta del fatto più noto e sul quale è disponibile la maggiore documentazione. Bisogna però ricordare che metodi criminali con conseguenti disastri e stragi si sono verificati quasi sicuramente in modo analogo in altre province cinesi, ed in particolare in Hubei, Hebei, Anhui e Shanxi.

Da decenni la gente di Shangcai e di altre contee contadine nelle province dello Henan, Hebei, Anhui, Shanxi e Hubei faceva affidamento sulla vendita di sangue per tamponare gli effetti degli anni di magra, o per vivere un po' meglio nei periodi di vacche grasse. Qui in passato la donazione di sangue era un obbligo imposto dal governo ma, dopo le riforme economiche del '78, queste donazioni non retribuite si ridussero e apparve un mercato del sangue. I contadini di Chenlao, ad esempio, affermano di aver venduto sangue sin dai primi anni '80. Prima d'una bancarotta governativa nel 1996, essi dicono, l'incasso era di 2.000 yuan all'anno (c.a. 240 Euro), per 80 vendite di 400-800 cc. di sangue ognuna; più della rendita del lavoro nei campi.

Correva l'anno 1992 quando il signor Liu Quanxi fu nominato direttore dell'Ufficio Sanitario dello Henan, cioè massimo responsabile della salute di 90 milioni di persone, per l'85% contadini. Una delle sue prime iniziative fu l'organizzazione di una riunione riservata coi suoi quadri locali. Abbiamo una testimonianza di questa riunione da un vecchio membro dell'Ufficio Sanitario dello Henan, ora in pensione: "Dobbiamo concentrarci sullo sviluppo del settore dei servizi" disse Liu Quanxi "per impiantare molte stazioni di raccolta del sangue. Ci sono vari milioni di persone nello Henan che sono disposte a vendere il loro sangue. Essi possono farlo, una o due volte all'anno. E noi possiamo raccogliere quel sangue e rivenderlo a ditte di prodotti biologici creando un prodotto del valore di centinaia di milioni di yuan, il che sarà anche d'aiuto ai contadini per uscire dalla povertà. Perché non unire ora le nostre menti e ragionare su questa nuova linea di pensiero? Un ufficiale deve fare qualcosa per aiutare il popolo, ed io credo che l'organizzazione della raccolta del sangue sia il modo giusto per farlo. Noi dobbiamo lavorare duramente su questo, e portare capitali esteri nella nostra provincia. La Cina non ha HIV ed il suo sangue è molto pulito, così i forestieri lo vorranno certamente comprare. Dobbiamo raccogliere i capitali iniziali e mobilitare la società per organizzare la raccolta del sangue. Dobbiamo mettere in gioco i vantaggi della provincia dello Henan e spingere per la riforma del suo sistema sanitario!".

Personalmente non riesco quasi a pensare che Liu Quanxi non fosse in buona fede. Ma ciò non toglie nulla all'orrore. Ed é l'orrore dello sbaglio acritico, dell'errore sistematico. "Non esiste HIV in Cina": ecco, tutto qui, il dato di partenza era errato. Quello che venne dopo è solo ignoranza criminale e dispregio della vita umana.

Nel 1993, poco dopo la nomina di Liu Quanxi, il ministro della Sanità Chen Mingzhan approvò un piano per l'esportazione di sangue ed emoderivati capace di portare valuta estera pregiata in Cina e nelle casse del governo: un business stimato sui 220 milioni di dollari all'anno. La domanda esplose e con essa il mercato del sangue. Compagnie d'oltremare e ditte cinesi, molte delle quali legate all'esercito, iniziarono a comprare. Nello Henan, Liu Quanxi fondò un "Ufficio della riforma", un "Ufficio dello sviluppo", una "Stazione centrale della raccolta del sangue" e una "Compagnia dei prodotti biologici". Sul territorio comparvero 280 banche del sangue "ufficiali" ed un numero molto più alto di centri "privati" la cui proprietà era spesso riconducibile a persone nell'entourage dei quadri ufficiali locali. Liu Quanxi in persona sarebbe il vero proprietario di 6 di questi centri, attraverso vari prestanome. Alcuni laboratori farmaceutici di Shanghai, di Wuhan e di Tianjin divennero i suoi migliori clienti. Nelle campagne comparvero degli intermediari, chiamati "capi del sangue" (xietou), che compravano sangue dai contadini per rivenderlo alle emoteche, agli ospedali, alle ditte farmaceutiche.

Questi xietou si organizzarono rapidamente. Rastrellando le campagne ognuno di essi raggruppava qualche dozzina di donatori. All'arrivo del furgone per la raccolta del sangue i contadini non dovevano far altro che arrotolare la manica. Ma gli aghi non erano sterili. I deflussori per la raccolta del sangue costano soldi, perché usarli una volta soltanto? Una ripulita sommaria e l'ago usato nella vena di una persona veniva inserito nella vena di un'altra. E c'è di peggio.
Più che del sangue intero, ciò che interessava ai laboratori era il plasma, quel liquido giallognolo ricco di proteine in cui si bagnano le cellule del sangue. Congelato, il plasma fresco può essere utilizzato per il trattamento di certe emorragie, ma soprattutto è la materia prima da cui i laboratori preparano concentrati di albumina, di fattori della coagulazione, di interferone, anticorpi o gammaglobuline e anche, in Cina, di vari "preparati energetici" di dubbia efficacia secondo la scienza occidentale, ma molto apprezzati nella medicina cinese. Il plasma può essere separato dal sangue intero con un procedimento noto come plasmaferesi. Questa comporta il prelievo di sangue dal donatore, la separazione delle cellule dal liquido mediante centrifugazione e la successiva reinfusione delle sole cellule al donatore stesso. Vantaggio: il plasma si rigenera molto più velocemente delle cellule del sangue. Problema: la plasmaferesi è un procedimento più complesso e costoso della semplice raccolta di sangue intero; essa richiede una sterilità assoluta con sostituzione - ad ogni procedimento - di tutti i componenti monouso. Ma la brava gente dello Henan è sana e robusta e il suo sangue è "pulito", quindi perché complicarsi la vita e aumentare i costi? Soluzione: collegare da 6 a 12 donatori alla volta alla centrifuga, mescolare lì dentro il sangue di tutti, separare il plasma, reiniettare a ogni donatore una frazione della miscela di cellule residua. Il rendimento del procedimento aumenta in proporzione, ed é sufficiente un solo esame (il gruppo ABO - Rh) per formare un pool di donatori che siano almeno dello stesso gruppo sanguigno (in caso contrario i donatori potrebbero morire subito dopo la reinfusione per reazione trasfusionale). Oltretutto - per buona sovramisura - la sostituzione di aghi, raccordi e tubazioni e la sterilizzazione della centrifuga si potranno fare una volta ogni tanto. Demenziale ingegnosità, che ha per risultato la contaminazione di ciascuno con i germi di tutti gli altri; non solo con l'AIDS, ma anche con le epatiti B e C, la sifilide, l'encefalite virale e altre! Si tratta di un metodo di contagio totalmente inedito: da donatore a donatore, mai osservato prima d'ora, che comporta l'infezione immediata, con un sistema efficacissimo, di tutto il gruppo. Basta un solo inconsapevole sieropositivo per contagiare 12 persone, ognuna delle quali potrà contagiarne altre 12 e così via, in un crescendo esponenziale: 1 - 12 - 144 - 1.728 - 20.736 - 248.832 -2.985.984. Semplice aritmetica: se l'efficacia fosse completa dopo 6 passaggi potremmo aver infettato 3 milioni di persone.

Come medico, mi sento male al pensiero. Perché capisco che il procedimento non solo può uccidere 12 persone alla volta, ma può anche ucciderle in modo infinitamente crudele, molto lentamente, nell'arco di 5-10 anni, una goccia di sangue alla volta, un linfocita alla volta, fino a lasciarle completamente indifese di fronte a qualsiasi infezione, a qualsiasi tumore. Nello Henan questo sistema è stato utilizzato per 5 anni, dal '93 al '98, e non si può escludere che vi siano zone dove viene praticato tuttora.Il governo ha vietato la raccolta di sangue a pagamento solo nel 1998, ma le legge é rimasta lettera morta: gli xietou continuano a cercare il loro profitto. E i contadini – vittime inconsapevoli – a cercare di fuggire la povertà. E qualche ufficiale governativo potrebbe essere direttamente coinvolto. Ma Liu e i suoi sapevano del metodo? Non ha molta importanza. Se lo sapevano, sono colpevoli. E se non lo sapevano sono colpevoli lo stesso, perché essendo responsabili avrebbero dovuto saperlo. E poi ... aperto un vecchio libro di medicina, tabella delle precauzioni universali, punto primo: "Campioni, incluso sangue, prodotti del sangue e fluidi corporei ottenuti da tutti i pazienti devono essere considerati pericolosi e potenzialmente infetti da agenti trasmissibili". Niente da fare. Punto a capo.

Segreti di stato e titaniche minacce

La gente di campagna brava e semplice dello Henan, mai avrebbe immaginato di aver a che fare con l'AIDS. Essi credevano che questa fosse una malattia dei ricchi, mentre loro erano poveri e quei 50 yuan (7 Euro) per ogni dose di 400 cc di sangue era la manna dal cielo. "Donare il sangue" dicevano i signori del sangue ed i capi del partito "è un atto glorioso e patriottico che può salvare delle vite e permette di guadagnare danaro". Ciò che veniva omesso, per ignoranza o per incuria, era che con quel gesto i contadini ricevevano indietro, in quella miscela dannata di globuli rossi, tanti piccoli diavoli, che lentamente li avrebbero uccisi. Ma lì per lì spesso non accadeva nulla, perché la latenza dell'AIDS è di 5-10 anni.Vi fu chi si rese conto di quel che stava succedendo e cercò di impedire il massacro. Nel 1994 Wan Yanhai, giovane ricercatore a Pechino, si dimise dal suo incarico governativo per fondare "Aizhi Action Project" un'organizzazione per la lotta all'AIDS e alla discriminazione contro i sieropositivi. Poco dopo, il rinomato esperto di AIDS Zeng Yi, membro dell'Accademia cinese delle scienze, mise in guardia contro il pericolo di una epidemia disastrosa legata ai metodi irrazionali di raccolta dei sangue nello Henan ed in altre province centrali. Le cifre del Ministero mostravano però una progressione dei sieropositivi in linea con le previsioni e comunque sempre nell'ordine delle poche migliaia di casi. Liu Quanxi in quel periodo fece addirittura un tour di propaganda negli Stati Uniti per promuovere le vendite del suo "sangue pulito". Intanto, nelle aree rurali dello Henan, a Zeng Yi non fu permesso nemmeno di accedere. Ma nel dicembre '94 la punta dell'iceberg iniziò ad affiorare quando nella contea di Guan, nei pressi di Pechino, vari campioni di emoderivati destinati ad importanti ospedali della capitale (ospedali dove si curano abitualmente gli alti gradi della nomenklatura) risultarono infetti da HIV. Una serie di indagini riservate fu condotta in varie province, senza dare al fatto troppa visibilità. Una di queste indagini fu condotta nel 1996 nello Henan: sei gruppi di ricercatori effettuarono test di sieropositività all'HIV in 13 contee rurali, su una popolazione di circa 100.000 persane. Ai singoli gruppi non era permesso né di scambiare dati tra loro né di divulgare i risultati delle indagini. Essi dovevano invece riferire direttamente a Liu Quanxi. Malgrado il velo di segretezza, alcuni ricercatori, attoniti, ascoltarono la loro coscienza e decisero di far filtrare i loro dati all'esterno, rivelando un quadro allucinante: 84% di sieropositivi nella contea di Shangqiu, il tasso più alto mai registrato nel mondo. Valori altissimi, mai inferiori al 67%, a Weishi, Xiping, Shangcai e Taikang. Ma l'Ufficio Sanitario dello Henan non diffuse mai alcun dato ufficiale, né intraprese alcuna azione. II numero totale di infetti poté quindi essere solo stimato: fu proposto il numero di 100.000 persone nel solo Henan, da considerarsi ottimistico perché i donatori di sangue nella zona sono stati almeno un milione.

Nell'ottobre del '96 il Ministero della Sanità diffuse i suoi dati: i sieropositivi ufficiali in Cina erano 5.517. In un congresso tenutosi a Pechino il 16-17 di quel mese il ministro Chen Minzhang disse che: "Molte persone temono che il riconoscere la gravità della situazione possa danneggiare il turismo, gli investimenti, lo sviluppo economico e la stabilità sociale". Affermò inoltre che: "La gestione e il controllo della raccolta di sangue sono ancora deboli, ma questi problemi non possono essere risolti in tempi brevi per cui il pericolo della trasmissione di HIV con le trasfusioni sarà ancora con noi per qualche tempo a venire".Verso la fine del '96 il mercato del sangue ebbe comunque una drastica riduzione, senza però esaurirsi del tutto; le ammissioni ufficiali restavano assai riduttive e la vera portata del disastro non era ancora affiorata.

Nel luglio '97 un medico di Wuhan, Gui Xian, stimolato da segnalazioni di un suo studente si recò in un villaggio dello Henan meridionale e raccolse 11 campioni di sangue da contadini: 10 risultarono positivi per HIV. Gui offrì quindi il suo aiuto all'ufficio sanitario della Contea, ottenendone un secco rifiuto. Poco tempo dopo si infiltrò nuovamente nella zona effettuando - a sue spese - altri 140 prelievi: 80 risultarono positivi. Inviò allora un rapporto al governo provinciale dello Henan, che lo ignorò totalmente. Solo nel 1999, quando ulteriori rapporti presentati da Gui a Pechino giunsero sino al vice-premier Li Lanqing il governo dello Henan ammise che nella zona "può esistere qualche problema". 1998: c'erano 9.970 sieropositivi in Cina, secondo i dati del Ministero. 1999: il numero sale a 11.700. Tutto logico, tutto conseguente. Cominciarono però alcune caute ammissioni. Secondo fonti interne al governo il numero reale di portatori di HIV sarebbe già stato di 200/300.000 unità. Di questi la parte presente nel Sud-Ovest Cinese sarebbe stata costituita da tossicodipendenti per via venosa, la parte presente nelle province centrali invece (importante ammissione) da donatori di sangue.Gennaio 2000: avendo ricevuto alcune segnalazioni Zhang Jicheng, giornalista scientifico del maggior quotidiano dello Henan, si recò a vedere cosa stava succedendo nel villaggio di Wenlou. C'erano molte tombe fresche, tutte di uomini e donne troppo giovani; c'erano molti orfani. E i superstiti erano magri, deboli, sofferenti di diarrea, cefalea, febbre intermittente. Non appena la febbre diventava continua, essi sapevano che sarebbero morti nel giro di poche settimane. Niente cachessìe come si vede da noi. Lì la gente non aveva neppure i soldi per curarsi col Bactrim una polmonite da Pneumocystis per cui moriva subito, alla prima infezione. Nel villaggio la chiamavano "la febbre senza nome". Ma era AIDS. Perché i 5 anni di latenza erano passati. E un intero villaggio stava morendo. Zhang Jicheng pubblicò il suo reportage. Le autorità sanitarie negarono che esistesse un problema. Poco tempo dopo il giornalista venne sottoposto a "rieducazione ideologica" e licenziato in tronco. Tutta le zone interessate divennero off-limits, per i giornalisti cinesi e per qualsiasi occidentale. Ma le segnalazioni continuarono.Nel marzo 2000 lo stesso "Quotidiano della salute" organo ufficiale del Ministero, pubblicò i risultati di un saggio su 64 campioni prelevati da varie tonnellate di sangue sequestrato nello Shanxi. Tutti e 64 erano positivi per HIV ed epatite B. Nell'agosto 2000 Wan Yanhai pubblicò un articolo sulla diffusione dell'HIV/AIDS nei donatori di sangue dello Henan; nell'articolo si evidenziavano le pesanti responsabilità del direttore dell'Ufficio Sanitario Provinciale, Liu Quanxi. Intanto i dati del Ministero per il 2.000 restavano in linea con tutti gli anni precedenti: 20711 sieropositivi. Ma ormai la marea dilagava incontenibile: infiltrandosi, sfuggendo ai controlli, i media entrarono nelle aree colpite.

Lo spettacolo che si trovarono dinanzi era allucinante. Famiglie distrutte. Moribondi. Bambini malati. Piccoli orfani nati sieropositivi da madri contagiate. E nessun aiuto per le cure. Tutti i risparmi della famiglia presto inghiottiti dall'acquisto di medicine. Poi si vende la televisione, si chiude l'abbonamento al telefono, si risparmia sul cibo, infine i figli sono ritirati da scuola per mancanza di soldi. Ma la tri-terapia con antiretrovirali, che potrebbe ritardare il decorso della malattia, resta un sogno impossibile. Il suo costo è 30 volte superiore alla rendita media di queste famiglie. Certo la Cina potrebbe produrre farmaci antiretrovirali a basso costo "copiando" le molecole attive, come già avviene in India e in Brasile. Ma il paese è entrato da poco nel WTO e ci tiene a mostrarsi ligio alle regole: la trattativa sui prezzi di questi farmaci sarà negoziata con le ditte farmaceutiche occidentali. "Quali scrupoli per un paese che viola allegramente tutti i brevetti e pratica la contraffazione su larga scala!" commenta ironicamente un attivista della campagna anti-AIDS.

Intanto il pregiudizio, la discriminazione e l'ignoranza fanno altre vittime. L'AIDS in Cina è sempre la malattia dei ricchi occidentali decadenti, ma anche dei tossicodipendenti, degli omosessuali e dei frequentatori di donne di malaffare. Inoltre, per l'uomo e la donna della strada, le sue modalità di contagio restano fantasiose: parlando, stringendo la mano, bevendo dallo stesso bicchiere .... nessuno è disposto a dar lavoro al parente di un malato di AIDS. Pochi medici accettano di prenderli in cura negli "ospedali del popolo". Interi villaggi contaminati sembrano destinati ad esser spazzati via dalla carta geografica. Changsha Evening News, China Newsweekly, Dahe Bao Newsweekly, Southern Weekend, New York Times e Washington Post sono solo alcune delle testate che hanno riportato notizie sul disastro dello Henan. In Italia se ne è scritto su Panorama n. 25 del 20 giugno 2000. Ma le infiltrazioni dei media restano sostanzialmente abusive" e le segnalazioni frammentarie, aneddotiche. Nessuno riesce a ottenere dati completi e ufficiali, "scientifici", quindi nessuno può conoscere la reale portata del disastro. Nessuno riesce a contare i morti.

In compenso si conta qualche altro eroe: la dottoressa Gao Yaojie, 75 anni, medico di medicina tradizionale cinese, specializzazione in ginecologia, attualmente in pensione. La dottoressa Gao Yaojie, molto nota per la sua strenua lotta all'AIDS nello Henan sin dalla prima metà degli anni '90, ha subìto nel recente passato forti pressioni da autorità provinciali perché interrompesse la sua attività educativo-informativa. La polizia la controlla e le sue telefonate vengono registrate. Malgrado ciò ella rilascia un'intervista all'agenzia "China News Service" dichiarando senza indugio che secondo la sua esperienza sul terreno "non vi sono più punti vuoti nella mappa dell'HIV nello Henan".Intanto il Ministero prosegue imperterrito sulla sua linea e nel novembre 2001 inaugura in pompa magna a Pechino un congresso sull'AIDS con sponsorizzazione delle Nazioni Unite. La visibilità del problema aumenta, ma i contrappunti alle voci ufficiali restano sporadici. Significativamente, uno sparuto drappello di sieropositivi si reca a Pechino e a Tianjin armato di siringhe piene di sangue. Sono pochi disperati che provengono dalle campagne impestate. Vengono subito arrestati. La radio dice che nelle siringhe non c'era che un po' d'inchiostro rosso. Mentre il professor Shao Yiming annuncia trionfalisticamente che la Cina sta per sperimentare un vaccino contro l'AIDS (mancano per ora ulteriori notizie) l'anno 2001 si chiude con i soliti dati ufficiali: 30.736 sieropositivi accertati in Cina, con 1.594 malati di AIDS e 684 morti per la malattia. E questo a partire dal 1985!

È un netto contrasto coi dati del rapporto che arriva di lì a sei mesi dal gruppo di studio dell’ONU, il cui titolo è già eloquente: "HIV/AIDS: il gigantesco pericolo cinese". Qui i sieropositivi sono stimati tra 800.000 ed 1,5 milioni di persone. La proiezione, catastrofica, è dai 10 ai 20 milioni di HIV-positivi entro il 2010. Il rapporto viene aspramente criticato dagli alti quadri del Ministero.Poco dopo, il 17 agosto 2002, Wan Yanhai pubblica su Internet documenti che dimostrerebbero come Liu Quanxi e i funzionari dello Henan fossero a conoscenza della crisi del sangue infetto nelle loro emoteche sin dal 1995. E di come non abbiano fatto nulla, cercando di mettere tutto a tacere. Ma Liu Quanxi è ancora al suo posto a capo dell'ufficio sanitario dello Henan, ed è un uomo molto potente. Il 25 agosto, dopo una cena con amici a Pechino, Wan Yanhai è prelevato da agenti della sicurezza nazionale e fatto sparire. L'accusa è "divulgazione di segreti di Stato". La comunità internazionale si mobilita. Autorità sanitarie cinesi vengono informate ufficiosamente che la loro applicazione per 90 milioni di dollari USA al "Global Fund for AIDS, Malaria and TBC" delle Nazioni Unite non sarà approvata sinché il signor Wan Yanhai sarà in detenzione. Successivamente a ulteriori pressioni di organizzazioni internazionali per la difesa dei diritti umani Wan Yanhai è rilasciato il 20 settembre. In un'intervista telefonica alla BBC l'attivista dichiara di "aver imparato una buona lezione.

Qualche tempo dopo, novembre 2002, il responsabile generale del programma AIDS dell'ONU, Peter Piot, rilascia un'intervista al settimanale francese Le Nouvel Observateur. A Piot è stato permesso di recarsi in campagna nello Shaanxi, dove ha potuto incontrare non più di una dozzina di malati di AIDS. Il meccanismo del contagio di questi contadini sembra essere il medesimo di quello già riscontrato nello Henan. All'alto rappresentante dell'ONU è stato però vietato sia di farsi accompagnare da giornalisti che di prendere foto. "Il che – ha commentato – rende l'idea del grado di autonomia delle autorità locali nei confronti del governo centrale"."Per essere onesti – ha aggiunto Piot nel corso di una intervista alla radio – noi non sappiamo quale sia l'estensione del problema". Detta dal massimo rappresentante della lotta all'AIDS delle Nazioni Unite, e riferita ad un paese di 1,3 miliardi di abitanti, questa non è certo una frase da sottovalutare.Oggi, sono due le cose che l'ONU chiede fortemente alla Cina: bloccare subito e completamente il commercio del sangue e garantire urgentemente il completo (e gratuito) accesso a cure adeguate per i malati di AIDS.

La Cina ha i mezzi e la capacità di attuare questi provvedimenti, per i quali potrebbe ottenere importanti finanziamenti dal Fondo Mondiale per l'AIDS. In effetti, secondo una notizia recente il Global Fund for AIDS delle NU dovrebbe approvare a breve un finanziamento di 100 milioni di dollari a favore della Cina, da utilizzarsi in gran parte per aiutare le vittime del disastro dei donatori di sangue nello Henan. Ma questo stanziamento potrebbe essere bloccato – come avvenne lo scorso anno – se la Cina non investirà adeguate risorse interne nella lotta all'HIV.Nessuno sa quali saranno i prossimi sviluppi. Secondo alcuni, i media continueranno a concentrarsi sul disastro dei donatori delle province centrali mentre il Ministero continuerà la sua campagna incentrata sui tossicodipendenti del Sud-Ovest.La battaglia decisiva, la quarta fase della storia dell'AIDS in Cina, potrebbe però giocarsi sul piano dell'educazione. Con circa 20 milioni di prostitute che in genere non usano il preservativo, più del 50% della popolazione che crede che la trasmissione dell'AIDS avvenga tramite punture d'insetto o uso promiscuo di salviette sporche (ma non per l'uso promiscuo di siringhe!) ed il 60% delle iniezioni e infusioni mediche effettuate in condizioni igieniche insufficienti una campagna educativa "a tappeto" sulla popolazione, effettuata dal governo o sotto controllo del governo, con uso di tutti i media, potrebbe avere un impatto rilevante.

L'enorme (500.000, 1 milione, 5 milioni di persone? Nessuno sa esattamente quanto grande) serbatoio d'infezione piazzato negli anni '90 nelle province centrali a causa delle pratiche demenziali di raccolta del sangue pone una sfida gravissima. Lo spettro della proiezione a 10-20 milioni di sieropositivi entro il 2010 rimane e per alcuni è forse, addirittura, ottimistico.Ha detto Zeng Yi: "Se non si intraprenderanno rapidamente delle misure efficaci la Cina avrà il maggior numero di vittime di AIDS al mondo e questa epidemia diverrà un disastro nazionale". È uno dei maggiori esperti di AIDS in Cina. Non resta che augurarsi che la Cina uscita dall'ultimo Congresso del Partito comunista si aiuti alla svelta ... tra altri 5 anni, potrebbe essere 5 anni troppo tardi.

Michel Raffa
(per gentile concessione di Mondo Cinese)

Frammenti d'Oriente, settembre 2006

 

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