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RAPPORTI

Gay Beijing

di Emma Lupano

Xufeng va al “Destination” ogni fine settimana. Si mette il gel sui capelli, un paio di jeans stretti e una canottiera aderente e comincia a guardarsi intorno già mentre è in coda davanti al guardaroba. Lungo il corridoio stretto e buio che porta alle tre sale del bar più in voga tra i giovani omosessuali di Pechino, ci sono alcuni ragazzi appoggiati alle pareti con un bicchiere in mano, intenti a chiacchierare e osservare chi entra. 
Nel locale sulla Gongti xilu, nel quartiere di Sanlitun, il venerdì e il sabato sono le serate più affollate. Sono i giorni in cui il “Destination”, nato un anno fa “per creare un’alternativa, per offrire ai gay giovani un posto in cui potessero trovarsi a proprio agio”, si riempie di ragazzi cinesi scatenati e disinibiti e, compagnia ambita, anche di qualche laowai occidentale. Al ritmo martellante della musica house scelta dai dj, ballano fino all’alba, sul pavimento molleggiato della pista centrale. Per il resto della settimana, il “Destination” è invece un tranquillo caffè con luci soffuse e tavolini rotondi a cui siedono coppie o piccoli gruppi di amici – di solito maschi.
“Volevamo creare un luogo in cui ci si potesse divertire, con buona musica e un buon servizio - spiega il manager del locale, Wang Jinhui -. A Pechino non tutti capiscono i gay, ma noi abbiamo pensato che anche loro avessero diritto a un posto in cui stare bene. La legge non lo vieta”1.. Il “Destination” ha fatto breccia nel cuore dei tongxinglian2. della capitale: “Siamo soddisfatti, il business funziona bene,  sappiamo che i clienti sono molto contenti”, continua Wang. “Qui l’atmosfera è amichevole, ci si diverte, e poi si trovano tanti ragazzi attraenti e pochi uomini vecchi. Negli altri bar gay, invece, l’età media è più alta”, spiega Xufeng.
“I ragazzi che vengono qui sono giovani, ci sono anche dei teenager, ma mediamente hanno intorno ai 30 anni - conferma Wang -. Si tratta soprattutto di gente che lavora in società di medio livello, con stipendi decenti e una buona formazione alle spalle. Ragazzi che curano molto il proprio aspetto fisico, che fanno sport regolarmente: tennis, basket, volano. E che non dicono, fuori di qui, che sono gay. Solo la minoranza dei frequentatori di locali per omosessuali, infatti, confessa il proprio orientamento agli amici, ai colleghi o ai parenti. Alcuni sono sposati: ma, vista l’età, sono ancora pochi. Diciamo il 30 per cento”.
Xufeng, ad esempio, ha 23 anni. Studia marketing alla Beijing Daxue, ha vissuto un anno in Francia e da allora ha un fidanzato francese più grande di lui di quasi dieci anni che, appena può, lo raggiunge in Cina. La sua famiglia vive a Shanghai, una situazione che rende meno imbarazzante la sua vita di omosessuale. Solo due amici sanno che è gay, i più intimi. 
“Nelle grandi città - continua Wang - i gay sono più fortunati, hanno almeno un bar, uno spazio pubblico in cui possono manifestare tranquillamente la propria identità. Dove invece non esistono locali come il nostro gli omosessuali sono costretti a tenersi il proprio segreto per sé”. A Pechino i luoghi di incontro sono vari. I punti di riferimento più famosi per la popolazione gay della capitale si chiamano “On/off”, “Alfa” e “Dushi Qingdao”. Il primo, che si trova nel distretto di Chaoyang (Lianbao gongyu, xingfu yicun xili), è stato fondato, alcuni anni fa, dallo stesso proprietario del “Destination”, ed è un luogo di ritrovo soprattutto per uomini dai 30 anni in su, con serate a tema, spogliarelli e spettacoli di drag queen. Anche all’”Alfa”, vicino al bar “On/off”, i frequentatori sono uomini non più giovanissimi, e così al “Dushi Qingdao” (letteralmente: “L’isola dell’amore della capitale”), in Liulichang, il meno noto agli stranieri, dove pure si può assistere a spettacoli di drag queen. 
In comune questi bar hanno un problema: quanto più sono frequentati, tanto più sono afflitti dalla presenza dei cosiddetti “moneyboys”, ragazzi cinesi che, spacciandosi per normali avventori, seducono altri clienti per poi richiedere denaro in cambio di prestazioni sessuali. “Con queste persone noi gestori non abbiamo niente a che fare - dice Wang -, ma è difficile identificarle e liberarsene”. In mezzo al crescente numero di attività e iniziative pensate per gli omosessuali uomini, in Cina sono ancora una volta le donne ad essere relegate ai margini. Rispetto ai loro omologhi maschi, le nu tonghzi hanno meno possibilità di aggregazione a Pechino. Ad eccezione di qualche bar per uomini che organizza serate “a tema” riservate al pianeta saffico, come lo stesso “Destination” (la prima serata per sole donne risale allo scorso giugno), l’unico appuntamento fisso per le cinesi lala è il “Pipe’s”, un caffè nato in una delle zone meno frequentate dell’area di Sanlitun, vicino alla porta sud dello Stadio dei lavoratori. Normalmente deserto, il locale si anima il sabato sera: sulla porta, due donne cinesi vendono il biglietto di ingresso a 20 renminbi, perchè nel corso della serata sono previsti spettacoli e spogliarelli. Mentre dentro, sedute ai tavoli o semisdraiate nell’area con i separè, cinesi e straniere chiacchierano e si corteggiano in modo abbastanza esplicito.
Con il governo che dichiara la presenza, in Cina di 5 milioni di gay3. e la rivista Beijing Review che cita some independent studies” nel pubblicare la stima di oltre 10 milioni di omosessuali presenti sul territorio della Repubblica popolare (escluse Hong Kong e Macao), quella dei tongxinglian dovrebbe essere una realtà di cui poter cominciare a parlare liberamente 4.. Un segnale in questo senso viene perfino dalla università Fudan di Shanghai, dove quest’anno è stato attivato per la prima volta un corso facoltativo in “studi omosessuali”. Oggetto delle lezioni, le prime di questo genere ad essere rivolte a studenti universitari di ogni facoltà, sarebbero gli aspetti sanitari, legali e sociali del fenomeno. E a dirigerlo sarebbe un professore di sociologia, Sun Zhongxin 5.. Invece, è passata quasi sotto silenzio, ad eccezione di due sbrigativi articoli sul China Daily del 20 e 25 aprile scorsi e dei siti stranieri di informazione collegati ai circuiti gay, (inaccessibili via Internet in Cina)6., il rifiuto dell’Università di Pechino di ospitare, come invece annunciato, la seconda edizione del Festival internazionale dei film gay e lesbo, organizzato a quattro anni di distanza dalla prima edizione dal regista e scrittore Cui Zien. La manifestazione, in programma dal 22 al 27 aprile con 12 lungometraggi provenienti da Cina, Hong Kong e Taiwan e 2 film francesi, si è svolta lo stesso, trasferita però in periferia, in uno dei punti più “caldi” della produzione culturale e artistica della capitale, la Fabbrica 798, nel quartiere di Dashanzi, lungo la strada per l’aeroporto 7.. Che la situazione dei tongxinglian sia ancora di semiclandestinità lo conferma lo stesso Cui Zien, una delle poche personalità pubbliche della Cina popolare ad aver dichiarato apertamente la propria omosessualità 8.. “La maggior parte dei gay in Cina oggi continua a nascondersi – spiega -. Nei locali, sembrano liberi e disinvolti. Ma, una volta usciti dai bar, la maggior parte torna a nascondere la propria condizione tanto ai parenti quanto agli amici”. Formalmente, l’omosessualità in Cina è un fenomeno accettato. Il periodo più buio per i gay cinesi fu quello della Rivoluzione culturale, con persecuzioni e condanne per “disturbo dell’ordine pubblico”. Ma nella Cina della gaige kaifang (riforma e apertura) l’omosessualità fu considerata un reato fino al 1997: “Era proibito avere atteggiamenti ambigui nei luoghi pubblici, il controllo era stretto”, ricorda Cui. Nel 1989 fu inserita nell’elenco ufficiale delle malattie mentali come “disturbo psichiatrico della sessualità” 9. e solo nel 2001 scomparve dalla lista 10.. Cui si presenta all’appuntamento nella caffetteria del Dianying xueyuan, l’Accademia del cinema di Pechino, con il rimmel sulle ciglia e una felpa arancione. Non nasconde in nessun modo la sua omosessualità, anzi la sottolinea con un abbigliamento che è difficile non notare. Un po’ come i suoi film: realizzati in digitale, sono considerati in genere di sgradevole impatto per l’ossessività di scene e temi (quasi esclusivamente riconducibili alla diversità sessuale) e per la visione amara dell’esistenza. “La vita degli omosessuali cinesi è ancora molto difficile - spiega Cui -. Chi frequenta i locali gay di Pechino spesso ha un’esistenza doppia: quella che emerge quando entra nei bar e riconosce la propria identità, e quella che mantiene nel mondo esterno, nella società. Solo una minoranza esce allo scoperto. Pochissime sono anche le celebrità che hanno annunciato di essere gay: in tutta la Cina non sono più di dieci. La pressione è ancora forte. Per questo i miei lavori sono nati da una parte con l’intenzione di fornire ai gay cinesi un’immagine dell’omosessualità con cui potessero identificarsi, dall’altra con la speranza di riuscire a trasmettere all’opinione pubblica un’idea più positiva del mondo gay”. Dopo la laurea, nel 1987, Cui cominciò a scrivere romanzi. Dal 1991 fu inserito all’interno dell’Accademia del cinema come docente: “Presto, però, la mia omosessualità cominciò a dare fastidio e la mia presunta relazione con uno studente fu presa come scusa per non farmi più insegnare. Rimasi a lavorare qui, ma senza poter entrare in aula”. La fama di Cui si è diffusa all’estero, grazie ai numerosi festival del cinema a cui ha partecipato, ma in Cina le sue opere sono ancora relegate alla semiclandestinità. “I miei film non possono essere proiettati nelle sale – spiega - e posso prendere parte a piccoli festival solo se non ci sono organismi governativi coinvolti. Gli ostacoli però non vengono solo dal partito: il pubblico manca ancora di apertura mentale. Qualsiasi opera io realizzi, viene bollata in partenza come opera gay. Invece a me interessa la diversità sessuale intesa anche come relazioni all’interno della famiglia, per esempio l’incesto. Io parlo di storie d’amore, pongo problemi di morale: che i protagonisti siano gay o transessuali o altro non è così importante. Invece le uniche domande che mi vengono poste riguardano questi aspetti. Ciò è positivo, perché dimostra che l’attenzione verso queste tematiche è cresciuta. Ma la dice lunga anche sull’immaturità dei cinesi rispetto all’argomento”.


MONDO CINESE N. 124, LUGLIO-SETTEMBRE 2005

Note

1 Intervistato all’interno del “Destination” il 20 marzo 2005. 
2 E’ il termine medico per indicare l’omosessualità (letteralmente: relazione [tra persone] dello stesso sesso). Sinonimi appartenenti allo slang sono invece tongzhi (“compagno”, parola usata in ambito comunista ma fatta propria dalla comunità omossessuale di Hong Kong negli anni Novanta e divenuta oggi la più utilizzata, nu tongzhi (“compagna”) e lala (“lesbica”). Durante le mie ricerche non ho mai sentito utilizzare l’espressione duanxiu (“tagliare le maniche”): si riferisce alla leggenda dell’imperatore Ai Liuxin (Regnante tra il 6 e il 2 a.C.) che si fece tagliare le maniche del suo vestito pur di non interrompere il sonno dell’amato Dong Xian, addormentatosi sulla sua tunica. Poco comune anche il termine boli, “cristallo”, tratto da uno dei romanzi culto degli omosessuali di lingua cinese, “Niezi”, di Bai 
Xiangyong (pubblicato a Taiwan nel 1983 e giunto in Italia solo quest’anno con il titolo “Il maestro della notte”, Einaudi stile libero), in cui sono narrate le vicende dei “ragazzi di cristallo”, giovani omosessuali di Taipej che, cacciati dalle famiglie si riuniscono in una comunità segreta guidata dal maestro Yang. Sul movimento gay cinese si può vedere Chou Wah-shan, “Tangzhi. Politics of same-sex eroticism in  Chinese society”, The Haworth press, New York, 2000.
3 Così dice l’articolo (con un titolo che ai gay cinesi dovrebbe suonare piuttosto ironico) tratto da un servizio della China Radio International “Growing tolerance towards homosexuals”, pubblicato in China Daily online il 13/08/2005. 
4 Xiao Tang, “Blushing in the dark”, in Beijing Review, 28/10/2004, pp. 26-27. Il governo ha però un atteggiamento ancora ambiguo nei confronti del tema. Da una parte, sul China Daily è stato pubblicato pochi mesi fa l’intervento autobiografico di una nu tongzhi della capitale (“Beijing’s ‘lala’ scene. A Chinese lesbian speaks out”, 23/06/2005). Dall’altra, continuano ad essere oggetto di censura i siti internet dedicati alla comunità omosessuale locale: un caso tra i tanti quello del sito www.gaychinese.net, oscurato in territorio cinese come da notizia pubblicata dall’edizione online del China Daily il 25/05/2005. Invece cinque mesi prima, il 17 e 18 dicembre 2004, al Cherry lane, circolo culturale dove si possono vedere pellicole d’essai e sperimentali, era stato proiettato (senza censura) “Tangtang”, documentario di Zhang Hanzi che racconta la storia di un transessuale di Pechino attraverso episodi della sua esperienza lavorativa (drag queen nei locali della città) e vicende della sua vita sentimentale. 
5 La notizia è stata pubblicata il 16 agosto sul sito del China Daily con l’articolo “Fudan offers homosexual studies”. 
6 Si vedano gli articoli “Homosexual film fest to open in Beijing” e “University refuses to allow gay film festival”, pubblicati sulle edizioni online del China Daily rispettivamente il 20 e 25 aprile 2005. Il sito ufficiale del festival (http://bglff.byhoo.com.cn) non ha dato alcuna notizia in proposito. L’informazione ha invece fatto il giro del mondo circolando su siti come http://uk.gay.com/headlines/8453 attraverso la Agence France-Presse. 
7 Per informazioni sull’ormai famoso “distretto dell’arte”, si veda il sito internet della Factory (www.798space.com oppure www.diaf.org). Huang Rui (a cura di), “Beijing 798. Reflections on art, architecture and society in China”, Timezone 8 limited and Thinking hands, Beijing, 2004, contiene diversi saggi che tracciano la storia dell’area e del progetto artistico e culturale promosso. La qi-jiu-ba è infatti ormai diventata “il” luogo per l’arte contemporanea a Pechino, dove (negli spazi ormai dismessi della gloriosa 798 gongchang, realizzata in stile Bauhaus da ingegneri tedeschi all’inizio degli anni Cinquanta) hanno trovato casa non soltanto artisti e gallerie d’arte, ma anche studi di grafici e creativi, locali notturni e ristoranti.
8 Intervistato il 20/01/2005. Cui Zien è nato nel 1958 a Harbin, nel nord della Cina. Nel 2002 ha ricevuto il premio Felipa dalla International gay and lesbian human rights commission per il suo impegno nel promuovere l’accettazione della cultura e dell’identità gay in Cina. Sul sito del Rotterdam film festival (www.filmfestivalrotterdam.com), a cui il regista ha partecipato nel 2003 e nel 2005, è pubblicato un elenco dei suoi lungometraggi: Liehuo en yan/Passionate Love (1991), Huoche huoche ni kuaikai/Getting faster (1992), Nan nan nu nu/Man Man Woman Woman (1999), Mass (2001), Chou jue deng chang/Enter the Clowns (2002), Jiu yue/The Old Testament (2002), Lian bu bian se xin bu tiao/Keep Cool and Don’t Blush (2003), Ai ya ya, qu bu ru/Feeding Boys, Ayaya (2003), Man yan (2003), Ye jing/Night Scene (2004), Wu yu/The Narrow Path (2004). 
9 Per una storia (politically correct) dell’omosessualità in Cina si veda “History of Chinese homosexuality”, China Daily online, 01/04/2004. L’articolo è stato pubblicato il giorno dell’anniversario della morte (per suicidio) dell’attore e cantante gay Leslie Cheung.
10 Se ne parla ad esempio in un articolo del Los Angeles Times pubblicato all’interno della rassegna stampa del sito www.gaylawnet.com (www.gaylawnet.com/news/ 2001/me01.htm 

 

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