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INDICE>MONDO CINESE>LA TEORIA DELL' "ASCESA PACIFICA": ALCUNI CONTRIBUTI RECENTI

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La teoria dell’ “ascesa pacifica”: alcuni contributi recenti

 

Quello dell’ “ascesa pacifica” (heping jueqi) della Repubblica popolare cinese è un tema molto attuale, che solo di recente si è imposto all’attenzione di politici e studiosi. Dopo che riferimenti all’ “ascesa pacifica” sono stati inseriti in alcuni discorsi ufficiali pronunciati da Hu Jintao e Wen Jiabao, si potrebbe ritenere che tale termine sia entrato a far parte delle nuove linee guida della politica estera cinese. Data la difficoltà nel delineare una panoramica sufficientemente ampia degli studi esistenti in materia, particolarmente interessante appare il contributo fornito dal primo dei due saggi che qui di seguito pubblichiamo, apparso su di una rivista accademica poco nota della Cina popolare. Tratto, invece, da un periodico specialistico taiwanese è il secondo articolo, che presenta un‘ampia rassegna del vivace dibattito attualmente in corso sull’applicazione del concetto dell’ “ascesa pacifica” in riferimento alle diverse aree strategiche, con particolare attenzione al problema di Taiwan e ai rapporti con gli Stati Uniti. Per motivi editoriali il testo delle due traduzioni è stato ridotto; il primo di essi non contiene i lunghi riferimenti bibliografici presenti, invece, nell’originale cinese, cui rimandiamo direttamente il lettore sinologo, specificamente interessato all’argomento1.

(M.M.)

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Compendio degli studi cinesi e stranieri sull’ “ascesa” e l’ “ascesa pacifica” della Cina

[Zhu Yibing, Yang Dazhi, “Guoneiwai guanyu Zhongguo ‘jueqi’ yu ‘heping jueqi’ yanjiu zongshu”, Gansu lilun xuekan, n. 4 (164), luglio 2004, pp. 14-17]

La teoria dell’ascesa pacifica è stata esposta per la prima volta in modo ufficiale nel discorso dal titolo “Il nuovo percorso dell’ascesa pacifica cinese e il futuro dell’Asia”, pronunciato a Bo’ao, il 3 novembre 2003, nell’ambito del Simposio annuale sull’Asia da Zheng Bijian, Presidente del Forum su riforme e apertura della Cina e ex Vice-direttore della Scuola del Comitato centrale del Partito comunista cinese. In seguito, il Segretario generale del Pcc Hu Jintao, nel discorso pronunciato in commemorazione dei 110 anni dalla nascita di Mao Zedong, ha affermato chiaramente che, per sostenere il socialismo con caratteristiche cinesi, occorre proseguire sulla via dell’ascesa pacifica. Lo stesso Hu Jintao, in occasione del Decimo studio collettivo dell’Ufficio politico del Comitato centrale del Pcc, tenutosi il 23 febbraio 2004, ha ribadito la necessità di perseverare sulla via dell’ascesa pacifica e di mantenere una politica estera indipendente tesa alla pace. Il 10 dicembre 2003, nell’ambito di una visita all’Università di Harvard, il Presidente Wen Jiabao ha pronunciato un discorso dal titolo “Volgere lo sguardo alla Cina”: è questa la prima volta in cui un membro del governo ha usato il concetto di “ascesa pacifica” per descrivere pubblicamente all’estero la futura immagine della Cina, definendone così in modo ufficiale la posizione sullo scenario internazionale. Nell’incontro con la stampa seguito alle “due riunioni” - rispettivamente, quella della X Sessione dell’Assemblea nazionale del popolo e quella della Conferenza politica consultiva, tenutesi entrambe a marzo 2004 - il Presidente Wen è tornato a trattare l’argomento, definendo con chiarezza il significato essenziale dell’ascesa pacifica cinese. Il gruppo di ricerca guidato da Zheng Bijian da un po’ di tempo analizza questo grande tema, affrontandolo da diversi punti di vista, da quello politico, economico, sociale e culturale. Ultimamente lo stesso argomento ha suscitato una grande attenzione, tanto in ambito nazionale che estero.

La situazione della ricerca in Cina 

Il rafforzamento graduale della Cina, seguito alla politica di apertura e riforma, ha suscitato grande attenzione nel mondo accademico, che ha affrontato il tema dell’ascesa della Cina da diverse angolazioni. Risultati significativi sono stati conseguiti per quanto riguarda le condizioni interne ed esterne e la strategia dell’ascesa. Il primo a trattare l’argomento è stato il Professore Shi Yinhong del Dipartimento di Relazioni internazionali dell’Università del popolo, che, nel 1995, ha pubblicato un articolo intitolato “Le norme attuali di politica internazionale e il loro insegnamento per la Cina” […]. Dopo aver sintetizzato le regole della politica internazionale di questo secolo, l’articolo configura tre possibili strategie di politica estera per il processo di ascesa. Dopo Shi Yinhong, Yan Xuetong ha pubblicato il libro L’ascesa cinese. Valutazioni dell’ambiente internazionale e tre articoli, intitolati rispettivamente “La scelta possibile dell’ascesa cinese”, “Valutazioni dell’ambiente internazionale sull’ascesa cinese” e “L’ambiente di sicurezza internazionale dell’ascesa cinese”. Nel libro, l’autore analizza gli effetti e l’influenza esercitati dall’ambiente internazionale, offrendo la prima valutazione quantitativa e dettagliata della situazione. I sempre più numerosi articoli sulla questione possono essere suddivisi in tre grandi categorie di ricerca, che sviluppano in tutto tredici temi diversi. 
(I) Gli studi della prima categoria, che si concentrano sull’interpretazione dell’ascesa pacifica, espongono due punti di vista distinti: secondo il primo punto di vista, l’ “ascesa pacifica” sarebbe una strategia proposta in risposta alla teoria della minaccia cinese. Gli studiosi che sostengono questa posizione ritengono che l’ascesa pacifica sia una precisa strategia di politica estera, il cui scopo è quello di eliminare i fattori che limitano il rafforzamento della Cina nel suo percorso verso i grandi paesi del mondo, “confutare la tesi della minaccia cinese”, rendere la Cina attivamente partecipe, in modo amichevole, delle grandi decisioni mondiali, rassicurare il mondo, far sì che diminuiscano le precauzioni e gli atteggiamenti ostili nei confronti della Rpc, nel tentativo di creare un ambiente internazionale pacifico in cui essa possa svilupparsi. Il secondo punto di vista ritiene che l’ascesa pacifica non indichi solo il rafforzamento economico, ma che costituisca anche un tipo di orientamento di valori con peculiarità cinese. Alcuni studiosi credono infatti che l’ascesa cinese non sia tale solo in senso materiale, ma anche civile. Se così non fosse, qualunque ascesa non sarebbe che temporanea; nel suo avvicinamento alle grandi nazioni del mondo, la Cina deve pertanto costruire un sistema politico e culturale adatto alla propria identità futura e alle proprie potenzialità. Esaminando la storia del ventesimo secolo, Ren Dongla ha indicato l’economia di mercato, la democrazia regolata dalla legge, un ambiente nazionale ed estero pacifico come le premesse ideologiche e istituzionali necessarie all’ascesa di un paese a potenza mondiale. […]
(II) Gli studi della seconda categoria si concentrano sui metodi per realizzare l’ascesa pacifica; vengono sviluppati otto punti di vista: diversi studiosi hanno dimostrato che la Cina può rompere il modello storico convenzionale di avanzamento dei paesi forti e inaugurare quello dell’ascesa pacifica. Secondo Su Jingxiang, poiché il modello di sviluppo seguito dalla Cina è legato e non avulso dalla contingenza storica della globalizzazione economica, ed è inoltre in armonia e non in opposizione all’ordine internazionale esistente, per logica intrinseca l’ascesa non potrà che essere pacifica. Analizzando la politica estera cinese in diversi periodi storici, Liu Dexi ha affermato che la pace è principio costante e qualità intrinseca del suo Paese. Xu Jian da parte sua ha spiegato che l’ascesa deve necessariamente essere pacifica sulla base di due considerazioni: in primo luogo perché ciò corrisponde agli interessi comuni del mondo e della Cina, in secondo luogo perché ciò è già stato deciso dalla Cina come strategia di politica estera. […] Liang Shoude, infine, analizzando la posizione della Rpc nel mondo, ritiene che essa possa attuare la via dell’ascesa pacifica a condizione della non interferenza di altri paesi
nella sua politica interna. Alcuni studiosi hanno proposto delle opzioni strategiche per realizzare l’ascesa pacifica. Traendo spunto dall’unione monetaria promossa dall’Imperatore Qin Shihuang (259- 210 a.C.) e dall’Unione Europea, Shi Feng ha proposto l’unificazione monetaria della Cina continentale, Hong Kong, Macao e Taiwan e la realizzazione dell’ascesa pacifica attraverso l’unione monetaria di tutta l’Asia, con la Cina come centro. […] Xiang Lanxin ritiene che, in termini di politica internazionale, diminuire gradualmente e consapevolmente la dipendenza dalla strategia dell’Asia e del Pacifico, ridimensionare l’eccessiva attenzione alla politica estera americana e concentrare le energie sulla collaborazione tra Asia ed Europa corrisponda alle esigenze dell’ascesa pacifica cinese. […] Wang Yizhou ritiene che quest’ultima non sia un mero problema di politica estera e che l’elemento determinante sia piuttosto interno; una volta risolti i problemi interni, un’eventuale minaccia esterna non potrebbe pregiudicare l’ascesa. Alcuni studiosi ritengono che si tratterà di un processo lento e graduale, pieno di conflitti e di contraddizioni. Difatti, il progressivo avvicinamento della posizione cinese alle grandi potenze, oggettivamente solleva una sfida all’egemonia di queste ultime e all’equilibrio di forze ormai consolidatosi. L’occasione storica dell’ascesa pacifica cinese dipende dall’eventuale instaurarsi della circostanza favorevole per cui gli interessi comuni del genere umano vengono preposti a quelli delle singole nazioni. L’essenza fondamentale dell’ascesa è il rinnovamento, la nuova crescita, non una semplice ripetizione. La Cina non può, come l’Europa e il Giappone alla fine della seconda guerra mondiale, “chiedere un passaggio” per crescere. Essa può solo basarsi sulle proprie forze, tra le quali le più importanti sono le condizioni interne ed esterne, perciò attualmente è di grande importanza che la Cina presti attenzione al proprio sviluppo, limitando l’intervento negli affari internazionali. Vi è poi chi seleziona uno o più aspetti specifici, attinenti l’economia, la politica, la cultura e altri campi, per esporne gli effetti sull’ascesa pacifica. Alcuni studiosi ritengono che il “complesso della Cina”, che racchiude in sé l’essenza della civiltà antica, agisca come collante nel promuovere l’avanzamento del Paese e sia pertanto molto significativo per la rinascita e l’unità del popolo cinese. Yan Xuetong per sua arte pensa che l’ascesa cinese debba essere sostenuta da una marcata coesione politica e dalla forza centripeta della società […]. Ancora, Chen Zhirui ritiene che, nel panorama politico internazionale della globalizzazione e del post guerra fredda, l’importanza della cultura nella politica mondiale sia sempre più rilevante. Se intende perseguire l’ascesa pacifica, la Cina deve formulare una precisa strategia culturale con l’estero. Alcuni studiosi si soffermano ad analizzare le condizioni necessarie e le difficoltà dell’ascesa. Huang Renwei, ad esempio, ha analizzato i fattori che potrebbero condizionare internamente ed esternamente l’ascesa della Cina nei prossimi 50 anni da diversi punti di vista, tra cui il legame tra gli aggregati macroeconomici, la forza complessiva del Paese e il coefficiente di sicurezza nazionale, il rapporto tra la globalizzazione, la delocalizzazione e internazionalizzazione delle imprese e le potenzialità del mercato inese, il rapporto tra geoeconomia e geopolitica e quello tra l’ordine internazionale, la sovranità nazionale e la costruzione delle istituzioni nazionali […]. Un altro filone d’indagine sottolinea che, se la Cina desidera l’ascesa, deve saper cogliere i periodi strategici favorevoli per svilupparsi. Studiosi come Liang Fangyu, Xia Liping, Ren Xiao, Wang Gonglong, Fan Guangji e Yang Jiemian hanno indicato in diversi scritti come la comparsa di occasioni strategiche favorevoli abbiaregole oggettive e sia determinata da diversi elementi propizi, tanto in ambito nazionale che internazionale. Per realizzare lo scopo dell’ascesa pacifica e cogliere le occasioni strategiche favorevoli, la Cina deve prima di tutto gestire in modo accurato gli affari interni. Altri esperti, come Shi Yinhong, Wang Jun, Rong Xinning, Li Changjiu, Zhang Wenmu e Yuan Weishi, hanno affrontato la questione dell’ascesa osservando le esperienze e i motivi della prosperità delle grandi potenze mondiali dall’antichità ad oggi, da cui la Cina può trarre lezione. Vi è poi chi sottolinea la necessità di convincersi che l’ascesa pacifica richiederà molto tempo, esattamente come è successo per la fase iniziale del socialismo. Ci sono infine studiosi che ritengono che “l’ ‘ascesa pacifica’ sia solo un sogno, e che si debba abbandonare l’illusione e prepararsi alla lotta” […].
(III) Gli studi della terza categoria hanno focalizzato l’attenzione sul rapporto tra ascesa pacifica e società internazionale. Sono stati principalmente toccati tre temi: 
(a) i rapporti tra ascesa cinese e diplomazia. Ruan Zongze ha mostrato come alcune realizzazioni della diplomazia cinese abbiano di fatto facilitato la comprensione della condotta del paese, facendo sì che buona parte dell’opinione pubblica mondiale cominciasse a rendersi conto che l’avanzamento della Rpc costituisce un caso di ascesa pacifica raramente verificatosi nella storia dello sviluppo mondiale. […] Huang Renguo, constatando gli esiti dei rapporti armoniosi con l’estero, ha confermato che la politica del buon vicinato ha gettato importanti basi pratiche e teoriche per l’ascesa cinese. Zheng Yongnian ritiene che attualmente l’economia sia il mezzo principale per l’ascesa pacifica cinese. Ruan Zongze attraverso l’analisi dei risultati della diplomazia cinese nel 2003 ha mostrato che il nuovo modo di pensare la diplomazia, flessibile ed efficace, ha creato una proficua piattaforma internazionale per l’ascesa pacifica cinese. Luo Yuan ritiene che, nel campo dei rapporti con l’estero, l’ascesa attraverserà le tre fasi della costruzione di confini sicuri, dell’instaurazione di condizioni di sicurezza vantaggiose per la Cina e, infine, della creazione di un nuovo ordine politico ed economico, favorevole per la Rpc e sostanzialmente accettabile per la società internazionale. Egli spiega che attualmente la Cina si trova ancora nella prima fase e osserva che la pace non significa rinunciare al rafforzamento della difesa, né equivale alla rinuncia all’uso delle armi. 
(b) L’influenza dell’ascesa cinese sui rapporti internazionali. Questo problema è stato discusso da Wang Shaopu in relazione al Giappone e da Ding Songquan rispetto invece agli Stati Uniti. Fan Guangji ha esaminato l’influenza dell’ascesa iniziale della Cina sulla scena mondiale da quattro punti di vista: la valutazione dell’opinione pubblica mondiale, l’impatto della struttura politica, la competizione in campo economico e la sfida sulla sicurezza. Yang Qing ha dichiarato che il positivo sviluppo dei rapporti tra la Cina e i paesi dell’ASEAN (Association of Southeast Asian Nations) è il risultato del perseguimento di una politica estera indipendente di pace e della strada percorsa nell’ascesa pacifica. […] Zhang Fakun ritiene che l’ascesa cinese sia il punto chiave della transizione storica del centro focale dall’Oceano Atlantico al Pacifico, mentre Jiang Changbin sostiene che l’ascesa cinese sia il motore2 che alimenta la prosperità economica asiatica. 
(c) I rapporti tra ascesa cinese e ambiente internazionale. Tra i principali contributi sul tema vanno menzionati i diversi scritti di Yan Xuetong, tra i quali il già citato L’ascesa cinese. Valutazioni dell’ambiente internazionale […]. Ding Songquan a questo proposito ritiene che le diverse fasi di sviluppo della Cina affronteranno contesti internazionali difformi e che sia quindi necessario formulare di volta in volta strategie adeguate. Yu Hongjun ha analizzato le condizioni esterne favorevoli all’ascesa pacifica e gli elementi che invece la ostacolano e ha mostrato come non si possa escludere in modo completo la possibilità dell’uso delle armi per difendere l’unità territoriale del paese. […] 

(traduzione dal cinese di Chiara Romagnoli)

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L’influenza dell’ “ascesa pacifica” dei comunisti cinesi sulle potenze della regione

[Liu Yiyou, “Lun Zhonggong ‘heping jueqi’ dui quyu qiangquan zhi yingxiang”, Zhonggong yanjiu, vol. 39, n. 7 (463), luglio 2005, pp. 75-90]

1. Il dibattito relativo alla teoria dell’ ‘ascesa pacifica’

[…] Questo articolo si propone di analizzare le condizioni favorevoli all’ascesa della Repubblica popolare cinese e le sue conseguenze sullo scenario mondiale. […] Chi scrive si augura di stimolare così il dibattito e di contribuire alla conoscenza del fenomeno. […] (A livello internazionale), dopo che nel 1992 si diffuse la ‘teoria della minaccia cinese’, l’ ’ascesa cinese’ e le sue implicazioni divennero un argomento molto dibattuto nel mondo accademico. In questo contesto, Ross H. Munro, Direttore del Dipartimento di studi asiatici del Centro di ricerca sulla sicurezza di Washington, nel 1992 sulla rivista Policy Review pubblicò un articolo intitolato “Awakening Dragon: the real danger in Asia is from China”, con il quale apriva un nuovo fronte di dibattito sulla questione. Un anno dopo, l’inviato speciale a Pechino del New York Times Nicholas D. Kristof, sul periodico Foreign Affairs, richiamava l’attenzione sul fatto che il fenomeno di continua crescita economica della Repubblica popolare avrebbe potuto influenzare pesantemente la politica, l’economia e le questioni militari a livello mondiale. […] Alla fine del 2002, in occasione di una visita negli Stati Uniti, Zheng Bijian, Vice-direttore della Scuola del Comitato centrale del Partito comunista cinese, si rese conto che il mondo politico americano era preoccupato per la “minaccia cinese”. Tornato in patria sottopose subito al Comitato Centrale del Partito la proposta di (elaborare) una strategia di “ascesa pacifica”, ottenendo l’approvazione del Segretario Generale del Pcc Hu Jintao per l’istituzione di un gruppo di ricerca sul tema, composto di otto persone3. […] La prima enunciazione ufficiale del concetto e della teoria dell’ “ascesa pacifica” in un contesto internazionale risale al discorso tenuto da Zheng Bijian4 […] (già citato nella traduzione precedente, n.d.r.). (Infatti) nel corso del secondo Simposio annuale sull’Asia, tenutosi a Bo’ao nel novembre 2003, Zheng – in qualità di Presidente del Forum su riforme ed apertura della Cina - utilizzò l’espressione “ascesa pacifica” (peaceful rise). Oltre a ripercorrere le tappe storiche della politica di apertura e riforme della Repubblica popolare e a chiarire i vari fattori che condizionano la posizione attuale della Cina, la sua forza nazionale e il suo sviluppo futuro, Zheng sottolineò come, in que sta nuova epoca, il suo Paese non possa che seguire la via dell’ascesa pacifica, favorendo il mantenimento di un ambiente internazionale pacifico in cui svilupparsi, per poi promuovere e proteggere la pace nel mondo. […] Il Terzo simposio annuale di Bo’ao, tenutosi tra il 24 e il 25 aprile 2004, fu significativamente dedicato al tema de “L’Ascesa pacifica cinese e la globalizzazione economica”. In meno di sei mesi la teoria enunciata da Zheng Bijian diventava così un tema di discussione vivamente dibattuto nei circoli politici, economici e accademici internazionali. [...] 

2. Le condizioni per la realizzazione dell’ “ascesa pacifica” 

Le teorie formulate da studiosi internazionali in merito all’ascesa pacifica della Rpc concordano nel riconoscere alla Cina le caratteristiche di “potenza”. Questo saggio prova a esaminare quando, come e perché possa scoppiare un conflitto di potere - anche su scala regionale - partendo dall’analisi dei tre fattori costitutivi del potere, ovvero la popolazione, la crescita economica e la capacità politica, in base alla Power Transition Theory5. [...]. 

a - La crescita della popolazione e le sue caratteristiche 
Dal 1949, quando la neonata Rpc contava 541 milioni di abitanti, al marzo del 2004, quando invece poteva vantarne un miliardo e 293 milioni, la popolazione cinese è cresciuta di più del 150%. [...] Secondo la quinta indagine demograficacondotta nel 2000 dall’Ufficio nazionale di statistica, il 70% degli abitanti ha un’età compresa tra i 15 e i 64 anni; ciò significa che il bacino di forza lavoro del Paese è particolarmente ricco. Secondo un’indagine sul tasso di istruzione ealizzata dallo stesso Ufficio nel 2003, in Cina si contavano allora 1) 651.000 persone impegnate in un corso di studi post-universitari, 111.000 già in possesso di un titolo di specializzazione; 2) 11.086.000 studenti universitari, 1.878.000 laureati; 3) 12.402.000 iscritti a istituti superiori professionali, 3.438.000 diplomati; 4) 19.648.000 iscritti alle scuole superiori, 4.581.000 diplomati; 5) 66.906.000 studenti delle scuole medie, 20.184.000 già in possesso del relativo diploma; 6) 116.897.000 alunni delle scuole elementari, 22.679.000 bambini che avevano già completato l’istruzione obbligatoria; 7) 365.000 persone iscritte a corsi speciali d’istruzione.6 Questi dati dimostrano come il governo della Repubblica popolare abbia concentrato l’attenzione suuna serie organica di misure e  strategie volte ad elevare la preparazione della forza lavoro, a migliorare le risorse umane disponibili e a migliorare la qualità della vita. Per far fronte al possibile cambiamento dello scenario mondiale, la Cina ha elaborato con anticipo una strategia volta a ridurre al minimo gli effetti negativi prodotti dall’aumento della popolazione. Se riuscirà a perseguire efficacemente tale strategia, armonizzandola con l’incessante crescita che la porterà presto ad essere l’ente economico più grande del mondo7, la forza della sua ascesa sarà ancora maggiore. 

b - Lo sviluppo economico e i suoi esiti 
Prima della politica di riforma ed apertura, il PIL della Repubblica popolare cinese non era che di 362.410 milioni di yuan, con un reddito pro-capite di 379 yuan, pari a circa 210 dollari (rapporto 1:5,54). Attraverso le riforme dell’ultimo quarto di secolo, nel 2000 il PIL ha superato gli 11.000 miliardi di yuan, mentre il reddito pro-capite si è avvicinato agli 860 dollari. Se si considera il fatto che la popolazione del paese è pari al 22% di quella mondiale, si tratta di un risultato considerevole. Secondo una stima delle Nazioni Unite, se l’economia cinese si svilupperà in modo stabile, nel 2010 il PIL arriverà a 18.000 miliardi di yuan, il reddito pro-capite a 1600 dollari; nel 2020 il prodotto interno lordo arriverà a 35.000 miliardi di yuan, mentre il reddito pro-capite supererà i 3200 dollari8. [...] Per un Paese così popoloso sarebbe indubbiamente una prestazione economica degna di nota. A partire dal 1978, il governo della Rpc ha [...] stimolato l’ingente crescita del commercio con l’estero; le riserve di valuta straniera sono passate dagli 840 milioni di dollari del 1979 alla somma - computata nel febbraio del 2004 - di 415.720 milioni di dollari, cifra che colloca la Cina al secondo posto nella graduatoria mondiale, dopo il Giappone, le cui riserve ammontano a 776.857 milioni di dollari. Ciò costituisce una base stabile per la crescita economica futura. Inoltre, proprio grazie a tali riserve la Cina è riuscita a contrastare efficacemente la crisi finanziaria regionale scoppiata tra il 1997 e il 1998, assicurando la stabilità dei tassi di cambio e manifestando in tal modo la sua reale forza economica. Da quando, l’11 dicembre 2001, la Cina è entrata nel WTO, l’espansione del suo commercio con l’estero è stata fulminea. [...] Nel 2003
l’interscambio commerciale ha raggiunto il valore di 850.000 milioni di dollari, complessivamente inferiore solo a quello degli Stati Uniti e della Germania. In breve il Paese è diventato la sesta potenza commerciale al mondo9, attestando un tasso di crescita annuale sempre superiore all’8%. Tutto ciò dimostra come, facendo affidamento sull’efficienza amministrativa e sulla stabilità politica, la Cina abbia non solo la capacità di sostenere lo sviluppo della difesa nazionale e di soddisfare le richieste della popolazione, ma come riesca anche ad attirare efficacemente i capitali stranieri e a creare le condizioni favorevoli per un’ulteriore crescita economica. Ciò le permetterà di incrementare la sua potenza nazionale e la sua influenza, di partecipare alle organizzazioni economiche internazionali e di aspirare ad una posizione da protagonista, dalla quale intervenire per creare le condizioni più favorevoli al proprio ulteriore sviluppo.

c - Il potere politico e la sua influenza
Nella Repubblica popolare cinese il sistema di potere si articola in sei apparati, ovvero: quello militare, che presiede alle forze armate nazionali; quello politico-legislativo, che si occupa della sicurezza, della polizia e dell’attività giudiziaria e legislativa; quello amministrativo; quello della propaganda, che gestisce l’attività dell’omologo Dipartimento governativo; quello della coesione nazionale, che controlla i partiti, le imprese, le attività di culto, i rapporti con le comunità cinesi residenti all’estero e le minoranze; quello delle attività di gruppo, che si occupa dei sindacati, della Lega comunista giovanile e della Federazione delle donne10. Di fatto, attraverso i leader politici, le decisioni dei dirigenti delle varie organizzazioni e le interconnessioni che legano i diversi apparati, il potere dei capi di Partito è saldamente radicato. Nel rapporto politico presentato in occasione della XV Assemblea Generale nel settembre del 1997, Jiang Zemin ha affermato che “nel mantenimento dei quattro principi fondamentali11, la Cina deve continuare a promuovere la riforma del sistema politico e, prendendo a modello gli stati di diritto, costruire uno stato di diritto socialista.”12 Oltre a rivelare la finezza politica di questo autocrate illuminato, tale affermazione implica anche un cambiamento nella conduzione e nel modo di governare del Partito; un cambiamento che, attraverso un meccanismo di legittimazione giuridica, aspira a far coincidere la posizione del Pcc con la volontà nazionale. [...] Ciò aprirà una prospettiva di speranza per la riforma del sistema politico cinese e per l’avvento di un regime democratico. Pur conservando una chiara connotazione socialista e il sistema della dittatura del Partito, lo sviluppo politico della Repubblica popolare sembra lentamente tendere verso la corrente democratica a livello mondiale. Non si può però negare che l’arbitrarietà di un regime in cui vige la dittatura del Partito sia di fatto contraria agli obiettivi di democrazia e di stabilità. L’ordinamento attuale rischia per questo di dover prima o poi fronteggiare un duro attacco da parte dell’opinione pubblica, sempre più consapevole e informata. In definitiva, la Rpc sta cercando lentamente di attuare una transizione da un sistema di potere fortemente accentrato ad uno più liberale. Se tutte le condizioni saranno mature, alla fine si arriverà forse ad un regime democratico “con caratteristiche cinesi”, che risulterà di enorme vantaggio per la stabilità politica del Paese [...].

3. L’influenza dell’ascesa pacifica sulle potenze dell’area

Insoddisfatta della propria condizione attuale e cosciente della superiore forza della superpotenza statunitense e impegnata nello strenuo tentativo di contenere il senso di minaccia provato dai Paesi circostanti, la Cina non poteva far altro che adattarsi alla realtà internazionale e proporre la teoria dell’ “ascesa pacifica”. Se in futuro deciderà di limitare l’area della sua influenza alla regione asiatica, forse la supremazia degli Stati Uniti non potrà dirsi minacciata e si potrà evitare lo scontro [...]. Dal punto di vista geografico, [...] la Cina occupa il cuore del territorio dell’Asia, che, procedendo in senso orario, può essere suddiviso in quattro settori: l’Asia Centrale (Khazakistan, Kirghizistan, Tagikistan, Turkmenistan e Uzbekistan), l’Asia Nord-orientale (estremità orientale della Russia, Corea del Nord e del Sud, Giappone e Taiwan), l’Asia Sud-orientale (Filippine, India, Vietnam, Cambogia, Malesia, Singapore, Tailandia, Laos e Birmania) con le isole dell’Oceania e, infine, il subcontinente asiatico (India, Pakistan, Bangladesh, Nepal, Sri Lanka, Maldive, Buthan). Si tratta di un territorio molto esteso e diversificato, con più di trenta stati sovrani, di cui alcuni molto estesi, altri minuscoli, alcuni di regime autocratico, altri democratico, alcuni economicamente molto forti, altri in condizioni di povertà estrema13. Rispetto ad altre regioni significative, l’Asia è caratterizzata anche da una grande varietà di popoli, culture e fedi religiose. Trovandosi al centro di questo territorio, da un punto di vista politico-strategico la Cina gioca un ruolo decisivo su ogni settore del continente asiatico; allo stesso modo, ogni cambiamento d’assetto nella zona esercita necessariamente un’influenza sulla Cina. Per questo motivo è impossibile pensare che essa si mantenga estranea agli avvenimenti che interessano l’area [...]. Vediamo dunque in dettaglio quale sarebbe la sua influenza sui quattro settori asiatici appena delineati.

a) Asia Centrale Questo vasto territorio non solo costituisce un corridoio fra il continente europeo e quello asiatico, ma è anche luogo di scambio fra la cultura occidentale e quella orientale. La posizione particolarmente vantaggiosa e la ricchezza di risorse strategiche hanno reso questa zona di grande interesse per le potenze mondiali. In particolare, dopo che l’Unione Sovietica si è disgregata dando vita a cinque stati indipendenti, la crescente importanza strategica ed economica dell’area ha indotto la Cina, gli Stati Uniti e la Russia a cercare in tutti i modi di penetrarvi per guadagnarsi una posizione vantaggiosa. Se la Cina vorrà esercitare la sua influenza sull’Asia Centrale (ad esempio attraverso l’Organizzazione di collaborazione di Shanghai)14, un confronto di forza con gli Stati Uniti e la Russia sarà inevitabile. [...] Indebolita dalla disgregazione, pur volendo, la Russia non sarebbe necessariamente in grado di intervenire in risposta alle azioni cinesi15. Per quanto riguarda gli Stati Uniti, dopo essere riusciti a mettere piede in Asia Centrale con il pretesto della “lotta al terrorismo”, oltre a spartirsi una parte delle risorse strategiche dell’area, essi intendono soprattutto ridurre quanto più possibile lo spazio lasciato vuoto dalla Russia, e contenere la presenza cinese nel settore occidentale per inibirne il rafforzamento. Un’evoluzione della situazione in questa direzione sarebbe malvista dalla Repubblica popolare. 

b) Asia Nord-orientale
Con un volume commerciale pari al 20% di quello mondiale, il 30% della popolazione del globo e il tasso di crescita economica più accelerato del pianeta, quest’area gioca un ruolo decisivo sull’intero sistema economico16. Tra i Paesi che ne fanno parte, la Russia, la Cina e il Giappone sono comunemente riconosciuti come delle potenze. Oltre alla Corea del nord, anche la Cina e la Russia possiedono armamenti nucleari; le ultime due hanno inoltre un seggio permanente all’ONU. Poiché anche altri paesi dell’area sono economicamente e militarmente potenti, è difficile delineare dei rapporti di forza chiari nella regione. Secondo gli Stati Uniti, invece, la Cina avrebbe potenzialmente la capacità di cambiare l’assetto del quadrante, con conseguenze svantaggiose per l’America. Per questo Washington cerca di mantenere buoni rapporti con i Paesi dell’area e conserva ingenti armamenti in Giappone, Corea del Sud, ecc. Considerato ciò, se l’ascesa cinese non si arresterà, i rapporti di forza nell’area potrebbero complicarsi. Per quanto riguarda le relazioni tra la Cina e la Russia, [...] negli ultimi anni i due paesi non solo hanno scambiato numerose visite di alte cariche istituzionali, ma hanno anche approfondito la collaborazione in diversi settori, nella consapevolezza che la costruzione di “rapporti di partenariato e cooperazione strategica” saranno utili alla stabilità di entrambe le parti17. La maggiore influenza e capacità d’intervento della Cina nelle questioni internazionali [...] costituisce però una notevole pressione nei confronti della vicina Russia (se i rapporti tra quest’ultima e la NATO si faranno più stretti e se la Russia dovesse addirittura entrare a far parte del Patto Atlantico, un suo intervento attivo negli affari asiatici troverebbe una legittimazione). Per questo è possibile affermare che, seppur di collaborazione, i rapporti tra Pechino e Mosca non sono pienamente distesi. Venendo alla situazione col Giappone, da quando la Cina ha orientato la strategia militare sulla “difesa costiera”, la tensione tra i due paesi è aumentata, a dispetto degli sforzi della diplomazia bilaterale volti ad evitare lo scontro diretto [...]. Attualmente, entrambi i paesi sono impegnati nel triplice obiettivo di “radicare la propria presenza nell’Asia nord-orientale, tenere sotto controllo il continente asiatico, aprirsi al mondo” 18. Trattandosi di percorsi molto affini, la competizione per accaparrarsi i vantaggi potrebbe produrre scontri in diversi ambiti. Dopo l’11 settembre, per gli Stati Uniti impegnati nella lotta al terrorismo è diventato necessario coordinare gli armamenti strategici di tutto il globo; in molte occasioni essi hanno dovuto appellarsi alle forze cinesi, cosicché la Repubblica popolare è diventata un fattore non trascurabile nelle relazioni nippo-americane. Poiché Pechino e Washington hanno molti interessi in comune sulle questioni della lotta al terrorismo e degli armamenti nucleari della Corea del Nord, i due governi stanno costruendo rapporti “di collaborazione, franchi e costruttivi”, che costringono il Giappone a riesaminare attentamente l’ascesa cinese. Per questo, negli ultimi anni l’interazione fra i due vicini orientali si è gradualmente intensificata attraverso contatti diplomatici e governativi di vario livello, a dimostrazione della comune intenzione di migliorare le relazioni reciproche [...]. Per quanto riguarda i rapporti tra la Cina e le due Coree, fondamentale è stato il “Colloquio quadrilaterale” tenutosi a Ginevra nel dicembre del 1997 su iniziativa degli Stati Uniti. Sono state allora poste le basi per l’istituzione di un meccanismo di dialogo multilaterale sulla sicurezza della penisola coreana19. La Repubblica popolare cinese è consapevole che la politica internazionale sta procedendo verso un sistema multipolare, il quale la costringe a prestare ancor più attenzione ai paesi vicini, in particolare allo sviluppo della situazione nella penisola coreana. Su questo fronte essa sta attualmente operando come garante della sopravvivenza del regime nordcoreano e della stabilità dell’intera penisola. In seguito agli eventi dell’11 settembre, la lotta al terrorismo internazionale e l’impegno per la non proliferazione degli armamenti nucleari sono diventati i cardini della politica estera americana. La Corea del Nord è stata da Washington inclusa tra gli Stati componenti “l’Asse del male”; come tale è diventata uno degli elementi da isolare e contenere20. Per questo motivo il regime nordcoreano ha ancor più bisogno del sostegno cinese. Così, ad esempio, quando nell’ottobre del 2002 il governo di Pyongyang sollevò il problema del nucleare21, in risposta alla linea di politica estera nordcoreana basata sull’intimidazione bellica gli Stati Uniti adottarono un atteggiamento di ferma chiusura, che surriscaldò la già tesa situazione della penisola. Ciò indusse la Cina, la Corea del Sud e i Paesi circostanti a promuovere attivamente il dialogo. Nel processo di risoluzione del problema coreano, la Repubblica popolare cinese non solo ha partecipato ai principali meccanismi di coordinamento esistenti (si pensi, ad esempio, alle convenzioni di dialogo a tre e a sei parti)22, ma ha anche dimostrato le caratteristiche di un paese forte, sia a livello regionale che globale. Veniamo ora ai rapporti con Taiwan. Da quando, nel 1949, le due sponde si sono contrapposte come identità politiche distinte, non hanno mai rinunciato a rivendicare un diritto di sovranità l’una sul territorio dell’altra. Ciò nonostante, poiché i modelli di sviluppo politico ed economico sono difformi e manifestano momenti di avvicinamento e di divergenza, i rapporti tra le due sponde si sono sviluppati in direzione della “separazione politica e della cooperazione economica”. La posizione della Repubblica popolare nei confronti di Taipei si può riassumere nelle seguenti espressioni: “mantenere il principio di un unico Stato”, “considerare il problema di Taiwan come una questione di politica interna e opporsi a intrusioni straniere”, “opporsi all’instaurazione di rapporti ufficiali tra l’isola e qualsiasi paese straniero”, “gestire il problema taiwanese secondo il principio di una sola Cina”, “opporsi alla vendita di armamenti dall’estero”, “risolvere pacificamente il problema di Taiwan, senza però escludere il ricorso alle armi”. La posizione di Taipei può invece essere sintetizzata nella parola “coesistenza”23. Poiché la Repubblica popolare non è soddisfatta dell’attuale equilibrio di potere fra le due sponde, ha recentemente disposto una serie di condizioni soggettive per ammettere il ricorso alle armi contro Taiwan, ovvero in caso di “dichiarazioni di indipendenza, di disordini interni, della produzione di armi nucleari e del rifiuto a tempo indeterminato all’unificazione”24. L’obiettivo di Pechino nel porre tali condizioni è evidentemente quello di arrogarsi un diritto di intervento e assicurarsi una posizione da cui operare, in futuro, per risolvere la questione di Taiwan. 

c) L’Asia Sud-orientale 
Dopo la cadutadell’Unione Sovietica, le relazioni tra la Rpc e il Sud-est asiatico hanno conosciuto uno sviluppo dirompente, come dimostrato dall’instaurazione di rapporti diplomatici con tutti i Paesi dell’area. Oltre ad accrescere il numero delle visite di alte cariche istituzionali, è stato avviato un ricco interscambio in molti settori, tra cui quello politico, economico, militare, culturale, tecnico-scientifico e pedagogico. Ciò ha fatto sì che la Cina e i Paesi del sud-est asiatico maturassero una visione comune su molte questioni internazionali, di grande utilità per la risoluzione di numerosi problemi dell’area. Sebbene con il passar del tempo l’influenza della Cina sull’Asia sudorientale si sia fatta via via più rilevante, Pechino deve comunque tener conto delle grandi potenze mondiali. Va inoltre considerato che, per incrementare la sicurezza e la stabilità dell’area, i Paesi della Lega Asiatica stanno cercando di stabilire rapporti di cooperazione e amicizia con altri Stati, il che può compromettere gli sviluppi della posizione cinese dell’area. Nel complesso, le relazioni tra la Rpc e i Paesi del Sud-est asiatico possono finora dirsi di convivenza e competizione. In tale situazione di coesistenza competitiva, l’ingresso della forza di Paesi esterni nell’area non sconvolgerebbe l’equilibrio e la stabilità della struttura di potere attuale. Rispetto ai Paesi circostanti e al problema del Mar Cinese meridionale, tale eventualità stimolerebbe piuttosto l’adozione di misure efficaci di comune apertura. Per la Cina, che per prima sperimenta lo sviluppo economico e tenta di rimuovere la minaccia ai paesi vicini, ciò sarebbe indubbiamente positivo.

d) L’Asia meridionale
I cambiamenti della situazione nella zona dipendono dai giochi di potere delle grandi potenze. In particolare, lo sviluppo delle relazioni indo-cinesi è frenato da quelle tra la Cina e il Pakistan. Negli ultimi anni gli Stati Uniti hanno cercato di accattivarsi l’India per costituire un’alleanza strategica che controllasse la Cina. D’altra parte, anche quest’ultima ha cercato di migliorare i propri rapporti con l’India, con l’obiettivo di ostacolare la formazione di un’alleanza indoamericana [...]. In tempi recenti, inoltre, la Repubblica popolare si è strenuamente impegnata nel tentativo di instaurare relazioni diplomatiche paritarie tra l’India e il Pakistan, per infrangere il vecchio ordine e instaurare nuovi rapporti con i Paesi dell’area. Per riuscirvi, Pechino dovrà però affrontare molte difficoltà, tra cui il sospetto dell’India rispetto alla minaccia derivante dall’ascesa pacifica cinese e dalla vendita di armamenti tra il Pakistan la Repubblica popolare. Quest’ultima dovrà inoltre considerare la risolutezza dei terroristi nella zona e l’intervento della forza americana e giapponese nell’area. Nel complesso, la situazione della Cina nel quadrante asiatico può essere così riassunta: essa deve considerare a Est la potenza economica e militare giapponese; a Nord la Russia, ovvero la seconda potenza nucleare mondiale; a Ovest i nuovi Paesi centrasiatici, sui quali puntano le grandi potenze del pianeta; a Sud-ovest l’India, che ha rapporti di cooperazione militare con gli Stati Uniti e si è gradualmente risollevata fino ad essere chiamata “il sesto polo” mondiale; a Sud i Paesi della Lega Asiatica, che hanno legami di collaborazione militare con Washington, e Taiwan, protetta da Taiwan Relations Act con gli Stati Uniti25. Tutti questi Paesi non necessariamente manterranno atteggiamenti amichevoli nei confronti di Pechino. Per di più, l’influenza americana sull’area non è assolutamente diminuita e si frappone al percorso di avvicinamento alle grandi potenze intrapreso attivamente dalla Repubblica popolare cinese. Pur consapevole di tutto ciò, quest’ultima preme per la stabilità politica, per lo sviluppo economico e per smentire i timori dei Paesi stranieri nei confronti della “minaccia cinese”. La sua forza nazionale non è ancora sufficiente a cambiare l’attuale struttura di potere nell’area. Per questo, sebbene insoddisfatta, la Cina non può far altro che accettare pazientemente la realtà internazionale.

4. Conclusioni

Agli inizi degli anni Novanta, a causa dei fatti di Tian’anmen e della dissoluzione del potere comunista nell’Unione Sovietica e nell’Europa dell’Est, la Cina è venuta a trovarsi in un contesto internazionale sfavorevole. Per questo motivo Deng Xiaoping ha invitato il suo Paese a “celare le proprie capacità in attesa del momento opportuno” [...]. In seguito all’ininterrotta crescita economica, era naturale che la Repubblica popolare cominciasse a reclamare i suoi diritti e interessi legittimi e che pretendesse di assumersi la propria responsabilità sulla scena mondiale. [...] Nel 1995, con il cambiamento delle condizioni della sicurezza internazionale, la Cina ha cercato di perseguire una nuova strategia globale:26 contando sull’accresciuta forza nazionale, ha gradualmente adottato una “strategia da grande potenza”. In questo senso Jiang Zemin, dopo essere salito al potere nel 1997, dichiarava che, pur rispettando il principio enunciato da Deng Xiaoping, occorreva “essere vigili in tempo di pace, esporsi per rafforzare il Paese, cogliere le opportunità e accelerare lo sviluppo”. Dopo i fatti dell’11 settembre gli Stati Uniti, per necessità strategiche legate alla lotta al terrorismo, hanno cominciato ad attribuire più importanza alla posizione politica internazionale della Cina che alla sua situazione economica. Anche per Pechino la “diplomazia da grande potenza” è gradualmente diventata un elemento fondamentale della politica estera, andando impercettibilmente a costituire un concetto globale e facendo della Repubblica popolare una potenza di fatto. Sebbene gli Stati Uniti siano attualmente alla guida dell’ordine economico e politico mondiale, non risparmiano comunque alcuno sforzo volto a contenere l’eventuale ascesa di un’altra potenza che possa minacciare la loro supremazia. Ciò è ancor più vero nei confronti della Cina, un Paese socialista che, tanto dal punto di vista concettuale che da quello dell’ordine sociale, è lontano dai valori della democrazia proclamati a gran voce da Washington. Come potrebbero gli Stati Uniti permettere che la Cina si rafforzasse a tal punto da minacciare la loro supremazia? Per questo motivo, è prevedibile che, per assicurarsi l’agognato ruolo di potenza mondiale, la Repubblica popolare dovrà percorrere una via lastricata di variabili pericolose. Forse essa non è ancora in grado di sfidare di propria iniziativa il ruolo egemonico degli Stati Uniti. Ma essere relegata in una posizione subordinata non è certamente quanto desidera.

traduzione dal cinese e note di Federica Casalin)

MONDO CINESE N. 125, OTTOBRE-DICEMBRE 2005

Note

1 Da un esame dei riferimenti bibliografici citati nel primo dei due testi, i contributi più interessanti, cui fanno riferimento gli autori del saggio, sono, a mio avviso, quelli pubblicati sulle seguenti riviste: Dangdai shijie, n. 1, 2004; Fujian Jiaoyu Xueyuan xuebao, n. 7, 2003; Guoji wenti yanjiu, n. 2, 2004; Guoji zhengzhi yanjiu, n. 1, 2004; Huanqiu shibao, n. 2, 2004; Jiangnan Shehui xueyuan xuebao, n. 4, 2003; Jiaoxue yu yanjiu, n. 4, 2004; Jingji yanjiu cankao, n. 5, 2004; Liaowang xinwen zhoukan, n. 50, 2003 e n. 5, 2004; Nanfang zhoumo, n. 3, 2004; Shanghai Shehui Kexueyuan xueshu jikan, n. 3, 2002; Shehui kexue, n. 1 e 2, 2003; Shijie jingji yu zhengzhi, n. 1, 2004; Xiandai guoji guanxi, n. 9, 1996; Zhonggong Zhongyang Dangxiao xuebao, n. 1, 2004. 
2 Gli autori utilizzano due parole per indicare “motore”: una è una traduzione semantica, l’altra la trascrizione fonetica di engine.
3 Chong Yiping, “Zhongguo heping jueqi lun chuyu xin zhanzheng linian” (La teoria dell’ascesa pacifica cinese deriva da nuove idee strategiche), Jingbao yuekan (Hong Kong), luglio 2004, p. 49. 
4 “Bo’ao Yazhou luntan nianhui huishou: quanqiuhua shidai de quyu hezuo” (Riesaminando il Simposio annuale sull’Asia di Bo’ao: la cooperazione regionale nell’epoca della globalizzazione), Huaxia jingweiwang, dispaccio del 5 novembre 2003 (http//www. huaxia.com). 
5 La Power Transition Theory fu per la prima volta formulata nel 1958 da A. F.K. Organski; fu poi sviluppata e completata da studiosi come Jacek Kugler e Douglas Lemek. Si veda, Ronald L. Tammen, Jacek Kugler, Douglas Lemke, Allan C. Stam III, Mark Abdollahian, Carole Alsharabti, Brian Efird e A.F.K. Organski, Power Transitions: Strategies for the 21st Century, New York, Chatham House Publishers of Seven Bridges Press, LLC. pp. xi-xiii. 
6 Zhonghua renmin gongheguo 2003 nian guomin jingji he shehui fazhan tongji gongbao (Rapporto statistico sull’economia e sullo sviluppo sociale della Repubblica popolare cinese del 2003), pubblicato il 26 febbraio 2004 a cura dell’Ufficio nazionale di statistica (http:// www.stats.gov.cn/index.htm). 
7 “Jingjibu yuce dalu 2025 nian cheng quanqiu zuida jingjiti“ (Il Ministero dell’economia prevede che la Repubblica popolare cinese nel 2025 diventerà il maggiore organismo economico del globo), Minshengbao (Taipei), 21 agosto 2001, p. 2.
8 Guonei shengchang zongzhi (Il valore complessivo del prodotto nazionale), Zhonggong guojia tongjiju (http:/www. stats .gov.cn/index.htm). 
9 Fonti: statistiche pubblicate tra il 2001 e l’agosto 2003 da organismi come WTO, IMF, OECD e WEFA.
10 Zhao Jianmin, Dangdai Zhonggong zhengzhi fenxi (Analisi della politica cinese contemporanea), Taibei, Wunan tushu chuban gongsi, 2002, quarta edizione, p.5. 
11 Secondo la definizione fornita da Deng Xiaoping in un discorso tenuto il 30 marzo 1979, i quattro principi fondamentali corrispondono alla via socialista (shehuizhuiyi daolu), alla dittatura del proletariato (wuchanjieji zhuanxheng), alla direzione del Partito (gongchandang de lingdao) e all’adesione al marxismo-leninismo e al pensiero di Mao (Ma-Lie zhuyi, Mao Zedong sixiang); cfr. Deng Xiaoping, Jianchi si xiang jiben yuanze (http://xcb.ysu.edu. cn/jdzz/dxp/jzsxjbyz.htm.) [ndt]. 
12 Jiang Zemin zhuxi Shiwu Da zhengzhi baogaowen (Rapporto politico del Presidente Jiang Zemin presso la XV Assemblea Generale), Renminwang (http://www.people.com.cn/GB/shizheng/252/5089/5093). 
13 Richard J. Ellings, Aaron L. Friedberg (tradotto a cura dell’Ufficio per le pubblicazioni e le traduzioni storico-politiche del Ministero della Difesa nazionale), 2001-2002 zhanlűe Yazhou: quanli yu mudi (L’Asia strategica del 2001-2002: poteri e obiettivi), Taipei, luglio 2002, p. 4. 
14 Fondata il 15 giugno del 2001, la Shanghai Cooperation Organization (SCO) è composta da sei Paesi, ovvero Cina, Russia, Khazakistan, Kirghizistan, Tagikistan e Uzbekistan. Si propone di rafforzare la fiducia e l’amicizia tra i membri che la compongono, stimolando azioni di cooperazione in campo politico, economico, tecnico-scientifico, culturale, pedagogico, oltre che nel settore delle risorse, delle comunicazioni e della protezione ambientale. Tramite la SCO, i sei componenti aspirano anche a proteggere e a consolidare la pace, la sicurezza e la stabilità dell’area e a lavorare infine per un nuovo ordine economicopolitico internazionale, basato su principi di democrazia, imparzialità e razionalità [ndt]. 
15 Gu Yuanyang, Tan Shizhong, Wengu Yatai jinghe zuzhi de wuda guanjian wenti ji Zhongguo de zhengce xuanze (I cinque problemi chiave dell’Organizzazione di cooperazione economica per la stabilità dell’Asia e del Pacifico e le scelte politiche della Cina), Renminwang (http:// big5. china. com. cn/ch- s j j j/ yataijing he.htm). 
16 Wang Liangneng, Zhonggong jueqi de guoji zhanlúe huanjing (L’ambiente strategico internazionale dell’ascesa cinese), Taipei, Tangshan chubanshe, febbraio 2002, p. 370. 
17 Yang Zhiheng, “Zhonggong ji Riben zai dongya de juese“ (Il ruolo della Cina e del Giappone in Asia Orientale), Huanjing jikan (Taipei), vol. 2, n. 4, ottobre 2001, p. 29. 
18 Qiu Kunxuan, “Meiguo chaoxian bandao zhengce“ (La politica statunitense in merito alla penisola coreana), “Meiguo dongbeiya zhengce yu zhanwang zuotanhui” (Simposio sulla politica e sulle aspettative americane rispetto all’Asia nord-orientale), Huanjing luntan, Taipei, 2002. 
19 Lianhebao (Taipei), 30 gennaio 2002, p. 13. 
20 Chen Qimao, “Zhongguo duiwai guanxi“ (I rapporti della Cina con l’estero), Jihong wenhua zixun (Taipei), 2002, pp. 304-309. 
21 Nonostante nel 1994 avesse firmato un accordo di non proliferazione con il quale si impegnava a rinunciare alla costruzione di armamenti nucleari e all’uso di reattori al plutonio, il 16 ottobre 2002 il governo di Pyonyang ammise non solo di lavorare segretamente da anni sull’uranio, ma di possedere anche sufficiente plutonio per armare due testate; cfr. Andrea Koppel and John King, U.S.: North Korea admits nuke program, CNN Washington Bureau, 17 ottobre 2002, disponibile in rete: http://archives.cnn.com/2002/US/10/16/us.nkorea/ [ndt]. 
22 Nel 1999 fu fondato il Trilateral Coordination and Oversight Group (TCOG). Esso prevede incontri periodici fra gli Stati Uniti, il Giappone e la Corea del Nord al fine di discutere le principali problematiche relative alla situazione nord-coreana, con particolare attenzione per la questione del nucleare; cfr. James L. Schoff, Building on the TCOG: Enhancing Trilateral Policy Coordination Among the United States, Japan, and the Republic of Korea, 16 aprile 2004 (http:// www.cgp.org/index). In seguito alle rivelazioni di Pyonyang sul possesso di plutonio e uranio, furono avviati i Sixparty talks, ai quali parteciparono le due Coree, gli Stati Uniti, il Giappone, la Cina e la Russia. Il primo incontro ebbe luogo a Pechino nell’agosto del 2003; cfr. Peter Brookes, The Six Party Talks: Same Bed, Different Dreams, 26 agosto 2003 (http://www.heritage.org/Research/AsiaandthePacific/wm331.cfm) [ndt].  
23 Chen Qimao, op. cit., p. 151.  
24 A questo proposito si veda l’articolo di Yan Jiaqi intitolato “La funzione della legge anti-secessione secondo la teoria dei giochi”, pubblicato su Mondo Cinese, n. 123, pp. 41-51 [ndt].  
25 Vedi Yan Jiaqi, op. cit., p. 42 [ndt].
26 Dong Liwen, “Zhongguo weixielun yu Zhonggong quanqiu zhanlúe“ (La teoria della minaccia cinese e la strategia globale del Partito), Zhongguo dalu yanjiu (Taipei), vol. 39, n. 9, settembre 1996, pp. 138-145.

 

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