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POLITICA INTERNA

La rivoluzione culturale oggi in Cina: un anniversario dimenticato?

di Alessandra C. Lavagnino

1. Una dimenticanza voluta

“La società reclama un risarcimento per coloro che sono stati danneggiati durante la Rivoluzione culturale1” , e “Il Partito comunista proibisce tassativamente di commemorare la Rivoluzione culturale”2: sono questi, nell’ordine, i titoli dei due articoli con cui il mensile cinese di Hong Kong, Zhengming, apre il numero di maggio di quest’anno. Numero che è dedicato in gran parte proprio a questo difficile tema: forse, ad oggi, ancora il più controverso e scomodo, perché malgrado l’apparente rimozione che sembra provocata dalla furiosa rapidità dei cambiamenti di questi anni, ne resta, dolorosa, la memoria delle ferite, e restano le cicatrici che quegli anni hanno lasciato nel profondo delle famiglie cinesi.
Apprendiamo così, dal primo testo, che fin dall’inizio di quest’anno alcuni esponenti dei “partiti democratici, di ogni ambiente sociale, e una parte dei membri del partito hanno proposto la costituzione di un Fondo nazionale (guojia jijin) da destinarsi al risarcimento economico delle vittime, e che successivamente, durante la riunione annuale dell’Assemblea nazionale del popolo, lo scorso marzo, hanno presentato una proposta in tre punti: 1) Convocare una Conferenza al alto livello per una nuova riflessione (fansi) sulla Rivoluzione culturale; 2) Edificare mausolei e monumenti commemorativi che servano come monito e stimolo per educare il popolo e riformulare la storia del partito; 3) Costituire un fondo per il risarcimento economico alle persone o ai familiari di coloro persero la vita o rimasero mutilati”3. Si tratta di richieste che non suonano certo nuove. L’idea di costruire un Museo della Rivoluzione culturale, ad esempio, era stata espressa a più riprese fin dai primi anni ’80 da Ba Jin4, e di recente anche la stampa occidentale ha riferito dell’esistenza nel Guangdong di un piccolo edificio commemorativo, costruito con fondi privati, che raccoglie oggetti, fotografie e testimonianze di quegli anni5, il tutto senza alcuna autorizzazione da parte del governo centrale. Riprendendo la lettura dell’articolo cinese leggiamo inoltre che, già dal 1982, al XII Congresso del Pcc, era stato lo stesso Peng Zhen6, una delle prime “vittime” di quei dieci anni, ad elaborare una proposta per la costituzione di un “Fondo nazionale per il risarcimento economico alle vittime della Rivoluzione culturale”, e la proposta - che viene nell’articolo citato descritta nel dettaglio - era stata allora appoggiata da Chen Yun7 e da altri dirigenti di spicco, ma si era poi arenata proprio per difficoltà di tipo economico. “Oggi, proprio in occasione del quarantesimo anniversario dell’inizio della Rivoluzione culturale e del trentesimo della sua conclusione, si fa pressante da parte della società la richiesta di risarcire le vittime di quel periodo proprio perché oggi, a distanza di trent’anni, i tempi, le condizioni e la situazione sono opportuni, al fine di costruire insieme una ‘società armoniosa’”8. Evidente è il legame che viene istituito tra la necessità pressante di “fare i conti” - e in senso reale, economico, al di fuori di ogni metafora - con quel difficile passato e la “costruzione di una società armoniosa”, una delle formule chiave della dirigenza di Hu Jintao9. Una richiesta di “fare i conti” nel vero senso dell’espressione, e non solo di discutere, rivedere, rivalutare (fansi): mettere mano al portafoglio, oggi che finalmente il denaro circola davvero, per risarcire tanto i familiari delle vittime che coloro che avevano perso case, beni e proprietà, e che dopo l’inizio delle riforme erano stati solo in minima parte risarciti.
Che i tempi, invece, non siano ancora affatto maturi in tal senso appare evidente dall’articolo successivo, sempre a firma del medesimo autore, quel Luo Bing che da anni costituisce una delle colonne del mensile Zhengming, e sulla cui autorevolezza e affidabilità delle fonti citate pochi dubitano. Il tassativo divieto di qualunque commemorazione ufficiale, malgrado le “più di tremila petizioni presentate da diverse personalità del partito, della politica, dell’esercito e dell’accademia”10, come recita l’occhiello del titolo, sembra sia maturato in questi ultimi mesi. Il progetto che dopo il 5° Comitato centrale del XVI Congresso del Pcc dello scorso autunno alcuni dei “veterani” della dirigenza, tra cui Wang Li e Wang Guangmei, avevano formulato poteva infatti costituire un pericolo: oltre alla organizzazione di attività commemorative come Conferenze e convegni sponsorizzati dal governo e dal partito, e oltre alla costruzione di Mausolei e monumenti commemorativi in varie zone del paese, il progetto prevedeva infatti anche la pubblicazione di una nuova storia della Rivoluzione culturale e una “nuova valutazione critica” (chongxing pingjia) di tutta la vita politica di Mao Zedong.
All’inizio di quest’anno un’altra proposta era stata formulata da altri autorevoli veterani, come Peng Chong e il generale Yang Baibing: le attività commemorative dovevano prevedere anche la produzione di un documentario e la costruzione di Mausolei e monumenti commemorativi in tutte le principali città del Paese in cui la Rivoluzione culturale si era sviluppata con maggiore violenza.
A Zeng Qinghong, in qualità di membro dell’Ufficio di segreteria del Comitato centrale del Pcc, era toccato il compito, nel febbraio di quest’anno di rispondere: “Attualmente dobbiamo stare ben attenti a non essere parziali e influenzare in tal modo la situazione generale. E c’è ancora un altro problema scottante, la valutazione della posizione storica di Mao Zedong. Perciò l’opinione del Comitato centrale è quella di non organizzare alcuna attività di riflessione critica (fansi) e di commemorazione (jinian)”11.
Per le medesime motivazioni, anche a successive petizioni presentate in occasione della annuale sessione plenaria dell’Assemblea del popolo e della Conferenza politica consultiva e firmate da intellettuali di spicco quali lo scrittore Zhang Xianliang, aveva risposto Jia Qinglin, il Presidente della Conferenza politica consultiva, confermando il medesimo, tassativo divieto. Divieto che era poi stato ulteriormente ribadito da circolari interne, assolutamente unanimi, da parte dell’Ufficio stampa del Consiglio di stato, del Dipartimento Propaganda, del Ministero per la sicurezza, e che quindi non lasciava il minimo spiraglio per qualunque attività ufficiale sia a livello centrale che locale.

2. Attività “popolari”  

Se la voce dell’ufficialità sembra quindi ancora oggi su questo argomento tuonare in maniera assolutamente univoca, notizie di attività di tipo non ufficiale (minjian, letter. “popolare” è il termine che identifica tutto quello che non ha il crisma dell’autorizzazione governativa, antonimo di guanfang “di parte governativa”) vengono registrate anche dal Notiziario interno (Nei can) dell’agenzia di stampa Xinhua, che conferma anche che “presso le Scuole di partito l’argomento desta un profondo interesse, e sono stati costituiti dei gruppi di ricerca e documentazione”12. Com’è noto, più che tollerato, anzi quasi incoraggiato è da tempo lo sviluppo di attività “popolari” redditizie, come il gran commercio di oggettistica, manifesti e memorabilia di diverso tipo, che contribuiscono alla costituzione di un immaginario colorato e naif, nostalgico e tutto sommato non pericoloso13 dove le memorie del passato giungono ormai stemperate attraverso i colori del ricordo personale, o iniziative come la recentissima (agosto 2006) mostra fotografica “Images of the Cultural Revolution”, che Chen Guanjun ha organizzato nella “798 Photo Gallery”, mostrando per la prima volta in pubblico a Pechino testimonianze fotografiche non vistate dalla propaganda ufficiale sugli anni 1966-6714.

3. Un Convegno clandestino in Cina

Tra le attività non solo “popolari”, ma decisamente “clandestine” (dixia, “sotterranee”) invece, la rivista Zhengming colloca un convegno commemorativo che, malgrado il citato divieto ufficiale, si è tenuto dal 24 al 26 marzo non lontano da Pechino, nella città di Mingyun, convegno al quale hanno partecipato almeno 16 studiosi e accademici provenienti non solo dalla capitale ma anche da Shanghai, dal Guangdong, dal Sichuan dallo Shanxi, e alcuni studiosi stranieri. “Condurre ricerche e riflettere nuovamente sulla Rivoluzione culturale costituisce oggi una necessità storica, e anche se l’ufficialità blocca e impedisce tale processo la gente vuole far sentire oggi la propria voce, e il partito non riesce più né a tenere in pugno la situazione nè a intercettare quanto accade. La gente oggi è ben consapevole di questo, e sia quadri in pensione, intellettuali, e persone che hanno partecipato alla Rivoluzione culturale non possono dimenticare quella catastrofe (haojie) che ha portato a tutto il popolo della Cina, oltre che ai singoli, gravissime calamità (shenzhong zainan), e chiedono che la dirigenza abbia una corretta visione di questa tragedia storica”15. In questo spirito, alcuni studiosi pechinesi si sono fatti promotori del “Convegno di studio sulla Rivoluzione culturale - Pechino 2006”, di cui la citata rivista di Hong Kong fornisce un breve resoconto: “Il tema cruciale che ha animato tutto il convegno è stato l’esistenza o meno di due Rivoluzioni culturali. Oltre a quella lanciata da Mao Zedong per abbattere Liu Shaoqi servendosi delle masse - la Rivoluzione culturale ‘ufficiale’ (guanfang), è esistita anche una Rivoluzione culturale in cui le masse, approfittando del caos, hanno conquistato propri vantaggi, il potere democratico, arrivando fino a trasformare il sistema vigente - la Rivoluzione culturale del popolo (renmin). Secondo le ricerche di Xu Youyu16, colui che per primo aveva proposto la tesi delle Due rivoluzioni culturali era stato Wang Xizhe17, il quale fin dal 1981, nel saggio ‘Mao Zedong e la Rivoluzione culturale’ aveva indicato che a fronte di una Rivoluzione culturale di Mao ne esisteva un’altra, ad essa contrapposta (xiangduilide), che nasceva dalla ‘teoria dei conflitti sociali’; tesi questa che era stata ben presto sostenuta da studiosi come Yang Xiaogai, Zheng Yi, Wang Shaoguang. Nel primo numero di quest’anno [2006] della rivista Primavera di Pechino (Beijing zhi chun) è comparso anche un articolo a firma di Liu Guokai, intitolato ‘La Rivoluzione culturale del popolo’18, nel quale l’autore afferma che questa si basa su documentazione storica autentica, pubblicata nella Collana sulla Rivoluzione culturale del popolo di cui egli stesso è responsabile”19.
Una tesi, questa, che pur non essendo condivisa dalla maggioranza dei partecipanti al convegno citato, appare come uno dei temi fondamentali in quell’opera di collettivo “ripensamento” (fansi) su tale controverso periodo storico, che pur se ancora oggi non autorizzato, come abbiamo visto, a livello ufficiale, viene ormai da anni ampiamente condotta, almeno fuori della Cina, grazie alla straordinaria mole di materiali che continuano a venire alla luce20.

4. Un Convegno pubblico negli Stati Uniti

In questa prospettiva si inquadra il Convegno intitolato “Quarant’anni dalla Rivoluzione culturale. Verità storica e memoria collettiva” che è stato organizzato, tra il 22 e il 24 maggio, presso la City University di New York da un gruppo di studiosi di origine cinese, guidati dal Prof. Song Yongyi21 e al quale, puntualmente, Zhengming dedica ampio spazio, contribuendo ancora una volta a far conoscere al pubblico sinofono - di Hong Kong beninteso ma anche del “continente”, dove sappiamo il mensile ha ampia diffusione tra l’élite del partito - quali siano le tematiche che stanno maggiormente a cuore alla sempre più attenta e influente comunità cinese internazionale22. Ed è proprio Song Yongyi a raccontarci il Convegno, nel saggio “Il senso di sfida, il valore costruttivo e l’attualità degli studi sulla Rivoluzione culturale - Riflessioni sul Convegno di New York”23. Egli esordisce: “Poiché il Partito comunista cinese vuole cancellare qualunque memoria della Rivoluzione culturale e soffocare qualunque ricerca su questo tema, questo genere di attività si può oggi svolgere soltanto all’estero”. Un fenomeno che egli così sintetizza: “fervore all’estero, gelo in Cina” (haiwai re guonei leng). Così lo studioso descrive il Convegno: “ha avuto un importante valore di sfida (tiaozhanxing), di denuncia di verità storiche che anche la dirigenza attuale del partito vuole continuare a nascondere, e di smascheramento nei confronti della teoria ‘ufficiale’ del partito sull’argomento, ed ha rimesso in discussione, proprio attraverso l’evidenza della documentazione storica, la stessa legittimità della dirigenza attuale. Ad esempio, da tempo tra le principali vittime della Rivoluzione culturale figurano Liu Shaoqi, Deng Xiaoping e Ye Jianying - grazie alla cui collaborazione Hua Guofeng riuscì a sconfiggere la ‘Banda dei quattro’ -, tutti personaggi fino ad oggi ritenuti soltanto vittime, obbiettivi del movimento. Una gran parte di documentazione storica presentata durante il Convegno ha invece dimostrato che dopo la Rivoluzione culturale l’ufficialità del partito ha volutamente amplificato le divergenze tra costoro e Mao, nascondendo il fatto che invece anche loro avevano attivamente sostenuto e partecipato alla Rivoluzione culturale”24 . L’intervento presentato dallo stesso Song Yongyi, “Lo speciale contributo di Liu Shaoqi alla Rivoluzione culturale: la storia che non sapete” era teso, secondo quanto lo stesso autore ci racconta nell’articolo citato, a dimostrare che non solo Liu Shaoqi, ma anche Deng Xiaoping, Zhou Enlai e lo stesso Peng Zhen avevano giocato un ruolo ben preciso almeno nelle prime fasi del movimento, e quindi “la Rivoluzione culturale è stato un crimine collettivo del Partito”25.
Il “valore costruttivo” (jianshexing) cui viene fatto riferimento nel titolo dell’articolo citato risiede “nell’aver fornito molto materiale inedito su diverse realtà ancora poco studiate”: l’autore elenca qui alcune tematiche trattate negli interventi, come le condizioni delle minoranze etniche in Tibet e in Mongolia, le ripercussioni nell’ambito della sinistra americana, i rapporti sino-sovietici, ecc.
Il terzo aspetto rilevante del Convegno è stato l’“attualità” (dangdaixing): “La Rivoluzione culturale ha senza dubbio trasformato radicalmente il panorama politico ed economico di tutta la Cina continentale. Dal punto di vista economico, se non ci fosse stato, subito dopo la Rivoluzione culturale, il pericolo di un tracollo economico, Deng Xiaoping e i suoi non avrebbero potuto dare inizio alla ‘riforma e apertura’. Dal punto di vista della struttura del potere va rilevato anche che la maggior parte della dirigenza attuale del partito fa parte della ‘generazione delle guardie rosse’, e quindi la Rivoluzione culturale ha segnato i loro corpi con un marchio indelebile. Perciò appare oggi ancora tutta da esaminare in modo sistematico l’effettiva influenza esercitata dalla Rivoluzione culturale sulla cultura politica attuale, anche sull’attuale leadership di Hu Jintao e del suo gruppo”26. Influenza che, secondo alcuni autori presenti al Convegno, potrebbe in certo senso giustificare la “rapida ascesa” al potere della “quarta generazione”, e proprio grazie all’appoggio importante del cosiddetto “partito dei prìncipi” (taizi dang), la potente lobby costituita da figli ed eredi di quell’aristocrazia “rossa” che proprio sui privilegi della rivoluzione ha costruito imponenti fortune27. Scrive ancora Song Yongyi: “Il pensiero politico e lo stile di lavoro di Hu Jintao si erano essenzialmente formati proprio in quegli anni, nei quali presso l’Università Qinghua egli faceva parte di una delle fazioni che appoggiavano Liu e Deng: era quindi il classico tecnico-burocrate che si rifaceva alla linea politica di Liu e Deng”28. Appare evidente, secondo l’autore, il legame tra quegli anni formativi e gli aspetti più dispotici dell’attuale dirigenza politica. E’ infatti questo il senso che si trae dalla lettura del ricco materiale documentario, ma soprattutto dai commenti che sembrano emergere, unanimi, dai contributi raccolti: quegli anni tormentati sono visti esclusivamente nella loro negativa drammaticità: sarebbe stato il partito stesso, responsabile collettivo della “catastrofe” a voler occultare prove e testimonianze, in modo tale che ancor oggi, proprio per non dover vedere messo in discussione dalle radici il proprio mandato al governo, da rendere ancora possibile nella Cina di l’imperversare di quel Mao Zedong re, quella “febbre di Mao Zedong” che continua a raccogliere milioni di fedeli seguaci.

5. Una responsabilità collettiva

Se il giudizio sulla Rivoluzione culturale va rivisto e ripensato, l’opera di fansi che viene condotta sulle pagine di Zhengming costituisce sicuramente un aspetto meritevole, anche se decisamente orientata nel mettere in evidenza tutti i lati oscuri e drammatici del periodo. Citiamo, a titolo di esempio, un’altra voce di implacabile condanna: “La Rivoluzione culturale è il risultato di crimini collettivi del Comitato centrale”29, saggio nel quale si afferma senza mezzi termini che non è stato Mao l’unico responsabile di tale crimine (zui’e), ma che almeno nella fase iniziale, gli stessi Liu Shaoqi e Deng Xiaoping erano completamente d’accordo e che solo in seguito ne sono diventati vittime: “la Rivoluzione culturale è stata il frutto (jiejing) della intelligenza (zhihui) collettiva del partito, e aveva il fine di seppellire definitivamente un’epoca oscura, fino ad oggi ancora non sepolta”30
Per concludere, varrà la pena segnalare altri contributi di indubbio interesse pubblicati in questi mesi sulla medesima rivista, come “La diabolica astuzia della circolare del 16 maggio”31, dove si ricostruiscono gli eventi che diedero origine alla prima Circolare del movimento. “Ricompare la folle storia della Rivoluzione culturale a Shanghai”, tratta invece di un romanzo di Yu Zhiguan pubblicato a Hong Kong, Il condominio dei ricchi32, ed ambientato proprio nella turbolenta Shanghai degli anni ’60. Recentissima, infine, la pubblicazione di alcuni passi di un inedito “Diario di Lin Biao”33, che metterebbe in evidenza la stretta collaborazione tra Lin Biao e Mao nella elaborazione della strategia complessiva della prima fase della Rivoluzione culturale, attraverso la costruzione di una fitta rete di connivenze e di alleanze della quale anche Jiang Qing faceva parte. Argomento ghiottissimo anche questo, per una pubblicistica che continua a proporre nuovi documenti e nuove testimonianze inedite, peraltro ancora tutti da sottoporre ad attente verifiche.

mi ha raccontato che avrebbe voluto fare l’attore. “Non intendo dire l’attore professionista, ai miei tempi, soltanto i bambini delle famiglie più povere entravano nelle compagnie professionali di opera di Pechino1.

 

MONDO CINESE N. 128, LUGLIO-SETTEMBRE 2006

Note

1 Luo Bing, “Shehui huyu peichang wen ge shouhaizhe”, Zhengming, n.5, maggio 2006, pp.6-7.
2 Luo Bing, “Zhong gong yanjin jinian wenge”, ivi, pp. 8-10. 
3 Cfr. Luo Bing, “Shehui huyu peichang wen ge shouhaizhe”, cit., p. 6. 
4 Cfr. Ba Jin, Random Thoughts, Joint Publishing Co. Hong Kong, 1984, pp.174-177; Ba Jin, Pour un Musée de la Révolution culturelle, Bleu de Chine, Parigi, 1995, pp.113-120. 
5 Cfr. Federico Rampini, “Il museo della memoria negata, in mostra gli orrori di Mao”, La Repubblica, 20 marzo 2006, p.21.  
6 In qualità di Sindaco di Pechino era stato, proprio nel maggio del 1966, uno dei primi ad essere attaccato come “revisionista borghese”. 
7 Nei primi anni ’80 ebbe un ruolo chiave nel modellare l’agenda delle riforme. Cfr. ad esempio Lee Hamrin C. e Zhao Suisheng (a cura di), Decision-making in Deng’s China, M.E. Scharpe, New York, 1995.
8 Cfr. Luo Bing, “Shehui huyu peichang wen ge shouhaizhe”, cit., p.7. 
9 Cfr. Marina Miranda “ ‘Società armoniosa’ e riunificazione ‘non pacifica’ - I lavori della 3° Sessione della X Legislatura dell’Assemblea nazionale del popolo”, in Mondo Cinese, n.12, gennaio-marzo 2005, pp.14-22.
10Luo Bing, “ Zhong gong yanjin jinian wenge”, cit., p.8. 
11 Ivi, p.9. 
12 Ibid
13 Tra la ormai sconfinata bibliografia sull’argomento si ricorda, ad esempio, a cura di Tie Yuan, Wen ge yi wu (Reperti della Rivoluzione culturale), Hualing Chubanshe, Pechino 2000, un accurato catalogo di diverse tipologie, porcellane, distintivi, francobolli, manifesti ecc., che fornisce anche indicazioni sui prezzi degli oggetti sul mercato interno. 
14 Sono foto di Weng Naiqiang, negli anni ’60 fotografo del Foreign Press Bureau di Pechino. Cfr. “Cultural Revolution in living color”, China daily, 8 agosto 2006.  
15 Jin Feng, “Wen ge 40 zhounian liange yantaohui” (Quarant’anni dalla Rivoluzione culturale, due Convegni di studio), Zhengming, n. 6, 2006, p.85. 
16 16 Filosofo, ricercatore a Pechino presso l’Accademia cinese delle Scienze sociali (Zhongguo shehui kexueyuan), attualmente è uno dei capofila del pensiero liberale cinese. 
17 Uno dei pionieri del movimento per la democrazia. Vive dal 1996 negli Stati Uniti. 
18  Cfr. Liu Guokai, “Lun renmin wen ge”, Beijing zhi chun, n. 1, 2006, pp.54-68. In merito alle opinioni espresse dall’autore nell’articolo, la redazione della rivista precisa che “la pubblicazione dell’articolo non significa la nostra adesione a questo punto di vista”, ivi, p.54. 
19 Jin Feng, “Wen ge 40 zhounian liange yantaohui”, cit., p.86.
20 Cfr. The Chinese Cultural Revolution Database, a cura dello Editorial Board of the Cultural Revolution CD-ROM in the US and Universities Service Centre for China Studies at The Chinese University of Hong Kong, 2006. 
21 21 Figura carismatica negli studi sul periodo, responsabile dello Editorial Board del CD-Rom di cui alla nota precedente, e di numerose pubblicazioni sull’argomento, vive da molti anni negli Stati Uniti, dove è bibliotecario presso il Dickinson College.
22 ‘Cfr. Li Honglin, Zhengming zhi yin-wenyun wenxuan (La voce di Zhengming - un’antologia illuminante), Xianggang wenyi chubanshe, Hong Kong, 2006.
23 Song Yongyi, “Wen ge yanjiu de tiaozhanxing, jianshexing, he dangdaixing, wen ge 40 zhounian Niuyue guoji yantaohui de huigu”, Zhengming, n.7, luglio 2006, pp.66-68.
24 24 Ivi, p.66.
25 Ibid
26 26 Ivi, p.68.
27 Cfr. He Bin, Gao Xin, Zhong gong ‘taizi dang’ (Il ‘partito dei principi’ nel partito comunista), Ming jing chubanshe, Hong Kong, 2004.
28 Song Yongyi, “Wen ge yanjiu de tiaozhanxing, jianshexing, he dangdaixing, wen ge 40 zhounian Niuyue guojiyantaohui de huigu”, cit., p.68.
29 29 “Wen ge shi zhonggong jiti fanzui de jieshu”, Zhengming, n.5, maggio 2006, pp.26-28. 
30 Ivi, p.26.
31 “Wu yiliu tongzhi de guiyu zhiliang”, ivi, pp.29-30. Interessante è l’evidente pseudonimo dell’autore, che si firma “Drago d’oriente”, Dongfang long.
32 Yu Zhiguan, Fumin gongyu, Xianggang wenhua yishu chubanshe, Hong Kong, 2006.
33 Cfr. Luo Bing, “Lin Biao riji dang’an jie mi”, (Svelato il segreto del dossier ‘Diario di Lin Biao’), Zhengming, n. 8, agosto 2006, pp.8-11.

 

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