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INDICE>MONDO CINESE>DA KOIZUMI AD ABE: L'EVOLUZIONE DEI RAPPORTI SINO-GIAPPONESI

POLITICA INTERNAZIONALE

Da Koizumi ad Abe: l'evoluzione dei rapporti sino-giapponesi

di Corrado Molteni

1. La visita di Abe a Pechino

L’8 ottobre 2006 il neo eletto Primo ministro Abe Shinzô si è recato a Pechino per una visita ufficiale, che ha rappresentato una novità assoluta nella storia della diplomazia giapponese dal 1945 ad oggi. Infatti, per la prima volta un leader giapponese ha scelto la Repubblica popolare cinese come destinazione del suo primo viaggio ufficiale all’estero. Fino a quel momento era tradizione che per il suo primo viaggio il neo eletto Primo ministro si recasse a Washington, a rendere omaggio all’alleato americano, garante della sicurezza del paese. La scelta di Abe è dunque un segnale chiaro ed inequivocabile che, nonostante le recenti tensioni ed incomprensioni, il rapporto con la Cina è di fondamentale importanza per il Giappone. Per Abe, politico conservatore e nazionalista, le differenze ideologiche, la diversità dei sistemi, il contenzioso territoriale e le diverse interpretazioni della storia non devono precludere né il dialogo né lo sviluppo delle relazioni tra due economie sempre più integrate e interdipendenti. Posizione condivisa, del resto, anche dai dirigenti cinesi, che hanno mostrato di apprezzare la decisione di Abe. Lo conferma la grande attenzione dedicata all’ospite giapponese che, nello stesso giorno in cui si svolgeva a Pechino la sessione plenaria del Comitato Centrale del Pcc, ha potuto incontrare il Presidente Hu Jintao, il Primo ministro Wen Jiabao e Wu Bangguo, il Presidente del Comitato permanente dell’Assemblea nazionale del popolo. Lo confermano anche il tono e le espressioni usate nei colloqui e nelle dichiarazioni ufficiali. Per la prima volta le due parti hanno parlato di “relazione strategica”, accantonando il più generico termine di “amicizia” sinora usato con riferimento ai rapporti tra i due paesi. Le due parti hanno inoltre espresso l’intenzione di accelerare i negoziati sulle modalità di sfruttamento delle risorse naturali nelle acque contese del Mare della Cina Orientale1, una delle più spinose ed economicamente rilevanti questioni bilaterali sulla quale da più di un anno non si registravano progressi. Dopo il gelo degli anni del governo Koizumi le relazioni politiche tra i due paesi sono dunque tornate ad essere per lo meno normali. Siamo però di fronte ad una svolta autentica? E come si può conciliare il nazionalismo del nuovo Primo ministro con il tentativo di allacciare più strette relazioni con la Repubblica popolare? A queste domande si cercherà di dare una risposta analizzando, in primo luogo, l’eredità lasciata da Koizumi e, nella seconda parte, il retroterra politico e culturale del nuovo Primo ministro, il suo programma e le sue idee, esposte tra l’altro in un agile volume pubblicato nel luglio di quest’anno, poco prima dell’elezione di Abe a Presidente del Partito liberaldemocratico (PLD) e a capo del governo2.

2. L’eredità di Koizumi Jun’ichirô

Nei cinque anni (2001-2006) dei governi presieduti da Koizumi le relazioni sino-giapponesi hanno registrato una forte crescita dell’interscambio commerciale e dei flussi di investimenti, accompagnata però da un assoluto gelo politico. Il commercio tra i due paesi è infatti più che raddoppiato, passando dagli 89 miliardi di dollari del 2001 ai 189 miliardi del 20053. La Repubblica popolare cinese è così diventata il secondo partner commerciale del Giappone con transazioni per un ammontare di poco inferiore a quello con gli Stati Uniti e superiore ai 170 miliardi dell’interscambio con i venticinque paesi dell’Unione Europea4. La crescita ha riguardato sia le importazioni giapponesi, aumentate notevolmente nel corso del quinquennio, sia le esportazioni, passate da 31 a 80 miliardi di dollari. Si noti che il Giappone registra un deficit nel commercio con la Rpc. Tuttavia, se si considera anche l’interscambio commerciale con Hong Kong e Taiwan, territori dal quale transita una parte considerevole delle esportazioni giapponesi destinate in Cina, il disavanzo scompare e si trasforma in un surplus che nel 2005 ha raggiunto i 60 miliardi5. Appare dunque evidente come lo sviluppo economico della Cina sia di assoluta rilevanza per l’economia del Giappone, che proprio grazie al traino della domanda cinese ha potuto superare la lunga stagnazione degli anni Novanta. Inoltre, la Cina ha attratto nel corso di questi anni un flusso costante e crescente di investimenti diretti giapponesi, più che triplicati tra il 2001 e il 2005, anno in cui il valore degli investimenti è stato pari a 6,6 miliardi di dollari con un incremento del 12% rispetto all’anno precedente6. Cina e Giappone sono a tutti gli effetti due economie integrate e complementari tra loro nell’ambito di una divisione del lavoro che, in questa fase, assegna al Giappone il ruolo di produttore di prodotti e componenti tecnologicamente avanzati, mentre nella Rpc si svolgono prevalentemente attività di assemblaggio e di produzione di prodotti ad alta intensità di lavoro: divisione del lavoro e cooperazione industriale di cui beneficiano ampiamente entrambi i paesi. Ciò nonostante e in netta controtendenza rispetto ai rapporti economici, le relazioni politiche negli anni di Koizumi hanno raggiunto il punto più basso mai toccato sin dal 1978, anno in cui fu firmato il Trattato di pace e di amicizia bilaterale. In particolare, dal 2002 non hanno avuto luogo incontri al vertice, se non al margine di riunioni multilaterali, mentre si sono verificati numerosi incidenti diplomatici, più o meno gravi7, che hanno contribuito ad alimentare la tensione, sfociata nelle manifestazioni antigiapponesi organizzate nelle principali città cinesi nella primavera del 2005. Il peggioramento delle relazioni tra i due governi ha influito negativamente anche sulla percezione che i giapponesi hanno della Cina, come risulta da numerose ricerche sull’orientamento dell’opinione pubblica. Secondo l’indagine dell’Ufficio del Gabinetto, nell’ottobre 2005 solo il 32,4% degli intervistati “provava simpatia” (tanoshimi o kanjiru) nei confronti della Repubblica popolare: la percentuale più bassa dal 1978, quando fu realizzata la prima inchiesta. E solo il 19,7% definiva buone o accettabili le relazioni con Pechino8. Un’altra indagine del quotidiano Yomiuri e della Gallup della fine del 2004 mostra che sette giapponesi su dieci non si fidavano della Cina9. Risultati che indicano quanto si fossero deteriorate le relazioni non solo tra i governi, ma purtroppo anche tra i cittadini, visto che analoga tendenza si stava diffondendo anche tra la popolazione cinese: una mancanza di fiducia reciproca che contribuiva ad acuire i conflitti anziché risolverli. Alle origini delle tensioni vi erano e vi sono una pluralità di fattori, alcuni contingenti, altri strutturali, che costituiscono un serio ostacolo alla cooperazione e allo sviluppo di più intense relazioni politiche. In estrema sintesi, le cause spaziano dal contenzioso territoriale riguardante le isole Senkaku, in giapponese, o Diaoyu, in cinese10, alla già ricordata disputa relativa ai diritti di sfruttamento dei ricchi giacimenti sottomarini di gas naturale che si trovano in una zona contesa del Mare della Cina Orientale, dalla diversa interpretazione della storia11 sino al problema dei compensi alle vittime del militarismo giapponese, dalle questioni strategiche riguardanti Taiwan e il ruolo del Giappone nell’ambito dell’alleanza con gli Stati Uniti alle divergenze sulla Corea del nord, dalle diverse posizioni in merito alla riforma del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite alla rivalità tra due paesi che ambiscono a guidare il processo di integrazione regionale in Asia. Tuttavia, la causa determinante, l’elemento catalizzatore delle tensioni è stata la scelta di Koizumi di recarsi più volte nel corso del suo mandato al sacrario di Yasukuni, il luogo di culto scintoista dove sono onorati i caduti giapponesi, nonché, dal 1978, 14 militari e uomini politici condannati come criminali di guerra di classe A dal Tribunale Internazionale Militare per l’Estremo Oriente (noto anche come “Tribunale di Tokyo”). Le visite del Primo ministro ad un luogo simbolo del militarismo giapponese hanno puntualmente provocato le reazioni indignate della Cina e della Corea del sud. Per i dirigenti cinesi e coreani è inaccettabile che il Primo ministro di un paese, che ha formalmente riconosciuto e accettato il verdetto del Tribunale Internazionale, possa recarsi a pregare ad un sacrario shintoista che accoglie criminali di guerra di prima classe. Poi, ovviamente, subentra anche il calcolo politico. Le visite al sacrario offrono infatti un’altra occasione, un altro pretesto per criticare il governo giapponese e indebolirne la posizione negoziale nell’ambito della complessa partita a scacchi che si sta giocando in Asia orientale. Sta di fatto che le proteste cinesi e coreane sono rimaste inascoltate. Koizumi ha continuato imperterrito12, anno dopo anno, a recarsi a Yasukuni, nonostante i danni provocati dalla sua decisione e nonostante che importanti settori dell’establishment politico e finanziario, e quasi tutti i principali quotidiani lo sconsigliavano dal farlo. Non ha fermato il Primo ministro nemmeno il non proprio casuale ritrovamento, a luglio del 2006, degli appunti di un alto funzionario della casa imperiale, da cui risulta che l’imperatore Hirohito aveva interrotto le visite al sacrario dopo il 1978, poiché riteneva che le autorità religiose avessero commesso un errore includendo i criminali di guerra nell’elenco delle persone onorate a Yasukuni13 . Ciò nonostante, pochi mesi dopo la clamorosa rivelazione, Koizumi ha deciso di recarsi al sacrario proprio in occasione dell’anniversario della fine del conflitto, il 15 agosto 2006, e ad un mese dalla fine del suo mandato. Quest’ultima volta, però, senza suscitare reazioni particolarmente aspre da parte del governo cinese, che evidentemente non ha voluto attribuire troppa importanza al gesto del Primo ministro uscente, preferendo concentrare l’attenzione sulle decisioni del suo successore.

3. L’ingresso in scena di Abe Shinzô

Con questa difficile eredità, si è dovuto e si deve confrontare il nuovo premier, Abe Shinzô, che il 26 settembre ha sostituito Koizumi. Convinto nazionalista, Abe condivide molte delle idee di Koizumi, di cui è stato portavoce fino al recente passaggio di consegne. Tuttavia, Abe sembra aver ereditato dal padre, ministro degli Esteri negli anni Ottanta, non solo la determinazione a difendere gli interessi nazionali, ma anche la sensibilità e la duttilità del diplomatico. Politico di terza generazione, Abe è del resto l’erede di una delle più potenti e influenti dinastie di politici conservatori. Il nonno, Nobusuke Kishi, fu ministro del Commercio nel governo di Tôjô Hideki, il generale che lanciò l’attacco a Pearl Harbor14, e dal 1957 al 1960 Primo ministro. Ultraconservatore, anticomunista e fervente nazionalista, Kishi riuscì a far approvare la revisione di alcune delle riforme democratiche introdotte durante l’occupazione, ma non riuscì a realizzare il suo progetto più ambizioso: la revisione della Costituzione. Il padre dell’attuale premier, Abe Shintarô, è stato invece ministro degli Esteri nel governo di Nakasone dal 1982 al 1986. Molto probabilmente sarebbe diventato Primo ministro se non fosse prematuramente scomparso nel 1991, lasciando, come spesso accade in Giappone, il suo collegio elettorale “in eredità” al figlio. Il giovane Abe entrò in politica nel 1982 a fianco del padre. Nel 1993 fu eletto per la prima volta alla Camera bassa come rappresentante della regione di Yamaguchi, dove si trova il collegio “di famiglia”. Seguirono altri importanti incarichi, tra cui quello di segretario generale del PLD e, nell’ottobre 2005, quello di capo di Gabinetto e portavoce del governo Koizumi, posizione che gli ha dato grande visibilità e notorietà. La popolarità di Abe risale comunque al 2002, quando sostenne, con grande determinazione, la linea intransigente nell’ambito dei negoziati con la Corea del nord per il rilascio dei cittadini giapponesi rapiti negli anni Settanta e Ottanta dalla polizia segreta nordcoreana. La risolutezza e l’impegno mostrati in quel frangente gli valsero l’appoggio non solo dell’ala conservatrice del partito ma anche di larga parte dell’opinione pubblica, scossa dalle clamorose rivelazioni sui rapimenti organizzati dal regime della Corea del nord e, va aggiunto, abilmente manipolata dal governo. Grazie al consenso popolare Abe si è affermato come il candidato più forte alla successione di Koizumi e, come da programma, il 20 settembre è stato eletto con un’ampia maggioranza alla carica di Presidente del PLD e successivamente, il 26 settembre, a quella di Primo ministro. Il nuovo governo ha adottato un programma riformatore di stampo conservatore e liberista con l’aggiunta di un generico richiamo alla giustizia sociale. In questa prima fase, gli obiettivi principali, perseguiti con determinazione, sono stati la revisione delle politiche dell’istruzione e il riordino dell’assetto istituzionale concernente la politica di sicurezza. Relativamente al primo punto, il 15 dicembre la Dieta, il parlamento giapponese, ha emendato la Legge Fondamentale sull’Istruzione (Kyôiku kihonhô). La revisione mira a trasferire il potere di controllo e indirizzo dalle strutture periferiche a quelle del governo centrale, nonché a promuovere l’adozione di programmi che rafforzino l’identità nazionale e lo spirito patriottico. Per quanto riguarda invece gli assetti istituzionali della difesa, la Dieta ha recentemente approvato la trasformazione e l’upgrading dell’Agenzia per la difesa (Bôeichô) in Ministero della difesa (Bôeishô). Abe, che evidentemente ritiene di poter rimanere a lungo alla guida del paese, si propone però di raggiungere un obiettivo ben più ambizioso: quella revisione della Costituzione che non riuscì a suo nonno. In particolare, intende modificare quella parte dell’articolo 9, la cosiddetta clausola pacifista, che in teoria dovrebbe impedire al Giappone di disporre di forze armate, anche se, com’è noto, i funambolismi interpretativi del dettato costituzionale hanno permesso al Giappone di dotarsi di un esercito, le Forze di Autodifesa (Jieitai), che dispone di quasi 240.000 effettivi. Il programma governativo, le scelte sinora compiute e la composizione stessa della compagine ministeriale (molti ministri e consiglieri del Primo ministro sono membri della Nippon Kaigi, la più importante organizzazione della destra nazionalista giapponese) hanno portato alcuni osservatori a denunciare la possibilità di un ritorno al passato, di una deriva nazionalista e per alcuni addirittura militarista, che porterebbe all’isolamento del Giappone in Asia e non solo in Asia15. In realtà, sui temi più delicati e controversi dell’agenda di politica estera Abe ha adottato fino a questo momento una linea pragmatica e realista, che in alcuni casi lo ha portato a rivedere le sue posizioni, e per questo è stato criticato dai suoi sostenitori. Questo approccio, orientato alla cautela e al dialogo, è particolarmente evidente nelle dichiarazioni e nelle prese di posizioni riguardanti i rapporti con la Cina.

4. Le posizioni di Abe

Per l’Abe nazionalista non deve essere stato facile, ma recentemente ha modificato la sua posizione in merito a due questioni particolarmente controverse: la dichiarazione di Kôno Yôhei, leader liberaldemocratico che nel 1993, quando era capo di Gabinetto, espresse scuse ufficiali per il reclutamento forzoso da parte dell’esercito imperiale giapponese delle comfort women, donne cinesi e coreane costrette a prostituirsi, e le scuse che nel 1995 l’allora Primo ministro Murayama rivolse alle popolazioni dei paesi vittime della colonizzazione e dell’aggressione militare giapponese. In passato, Abe aveva criticato le dichiarazioni di Kôno e Murayama, considerate due esempi di una lettura della storia “autolesionista e masochista” (in giapponese jikyaku shikan). Nel corso del dibattito parlamentare che ha preceduto il suo storico viaggio a Pechino ha invece dichiarato di ritenerle tuttora valide, suscitando sorpresa e sconcerto tra i suoi stessi collaboratori16. Questa posizione Abe l’ha ribadita nei colloqui con Hu Jintao, citando parte della dichiarazione Murayama17. Sulla cruciale questione di Yasukuni Abe ha preferito mantenere invece una posizione ambigua, dichiarando al Presidente cinese che “intende agire in modo opportuno”, formula che lascia spazio alle più svariate interpretazioni e ha permesso ad Abe di “salvare la faccia”. Si è trattato comunque di un passo indietro per Abe, che in passato si è spesso recato al sacrario; l’ultima volta, in forma semiclandestina, il 15 aprile 2006. Inoltre, nel suo libro sostiene la tesi che la scelta del Primo ministro di come onorare i caduti è un problema di politica interna sul quale gli altri paesi non hanno diritto di interferire. E con una complessa disquisizione storica e giuridica, che evidenzia le contraddizioni della politica giapponese, Abe difende anche il diritto di onorare la memoria dei criminali di guerra, affermando, tra l’altro, che in base alla legge giapponese non si possono considerare come tali18. Tuttavia, nelle conferenze stampa dopo la sua nomina a Primo ministro ha preferito glissare sull’argomento, rifiutandosi di dare una risposta precisa ai giornalisti che lo incalzavano a proposito della sua intenzione di visitare o meno il sacrario19. E si è guardato bene anche dall’impegnarsi pubblicamente, come invece aveva fatto Koizumi. È evidente che Abe non vuole che l’annosa questione interferisca nelle relazioni con i paesi vicini. Abe potrebbe riservarsi il diritto di visitare il sacrario, ma poi nei fatti evitare di esercitarlo. In ogni caso è assai improbabile che visiti Yasukuni prima delle elezioni parziali della Camera alta, previste per il mese di luglio del 2007: elezioni decisive per consolidare il suo potere. Per vincerle Abe ha bisogno del sostegno del mondo economico, che giustamente attribuisce primaria importanza al mantenimento di buone relazioni con la Cina e gli altri paesi della regione. Lo richiede anche il Kômeitô il partito di ispirazione buddhista e vagamente pacifista, che con il PLD ha contribuito alla formazione del governo: un partito relativamente piccolo ma essenziale per la maggioranza alla Camera alta. Infine, sulla scelta di Abe di non assumere una posizione precisa avrebbe influito anche l’atteggiamento critico di parte del Congresso e dell’establishment americani. Decisivi sarebbero stati i commenti di Richard Armitage, già vice segretario di Stato e principale artefice del rafforzamento dei rapporti bilaterali, che nel luglio 2006 ha espresso le sue critiche nei confronti del materiale sulla seconda guerra mondiale esposto al museo annesso a Yasukuni20. Del resto gli americani non solo non possono accettare una lettura della storia che giustifichi l’aggressione giapponese a Pearl Harbor, ma ritengono anche che l’alleanza con un Giappone isolato, incapace di dialogare con i paesi della regione non sia nell’interesse nazionale degli Stati Uniti. Le relazioni con Pechino sono in ogni caso troppo importanti per Abe e per il suo governo. Lo sostiene anche nel suo libro. Pur criticando il nazionalismo cinese e in particolare la politica dell’istruzione che diffonde tra i giovani sentimenti antigiapponesi, Abe afferma che “per il Giappone mantenere relazioni d’amicizia con la Cina è estremamente importante non solo dal punto di vista economico, ma anche dal punto di vista della sicurezza”21. Certo, i problemi sul tappeto sono molti e di non facile soluzione ma Abe cercherà di far leva sugli ingenti interessi economici che inducono a rinsaldare i rapporti e a trovare una soluzione anche alle più delicate questioni politiche. In ciò dovrebbe poter contare anche sulla leadership cinese e in particolare su Hu Jintao, che, secondo fonti giapponesi, auspicherebbe un miglioramento dei rapporti bilaterali ora che ha consolidato il suo potere22. Il riavvicinamento alla Cina non implica però una modifica e tanto meno un declassamento dei rapporti con gli Stati Uniti. Al contrario. Abe è un convinto sostenitore dell’alleanza, da lui definita “indispensabile” (fukaketsu) e “la migliore opzione” (besuto no sentaku)23. Per il suo governo, il legame con Washington rappresenta un solido contrappeso, una polizza assicurativa che consente al Giappone di dialogare e negoziare da posizioni di relativa forza in un contesto come quello dell’Asia orientale, dove – non si deve dimenticare – la guerra fredda non è ancora terminata. A questa copertura Abe non intende rinunciare. In altre parole, mentre sviluppa i rapporti economici con Pechino e l’Asia, il governo intende mantenere ben saldo il legame con il tradizionale alleato.

5. Conclusioni

Riuscirà Abe a realizzare il suo progetto e a ristabilire buone relazioni con la Repubblica popolare? Innanzi tutto bisogna vedere se Abe riuscirà a rimanere in sella. Negli ultimi tempi Abe è apparso in difficoltà su diversi fronti e la sua popolarità è diminuita sensibilmente24. In particolare, il realismo in politica estera dell’Abe Primo ministro rischia di fargli perdere il sostegno delle organizzazioni della destra nazionalista che l’hanno sin qui appoggiato. Alcuni critici mettono poi in dubbio la sua capacità di esercitare una reale leadership. La sua giovane età (Abe ha cinquantadue anni) e la relativa mancanza di esperienza - elementi ancora importanti in un paese e in un mondo politico permeati da idee e valori confuciani – stanno diventando un problema25. In alcuni momenti Abe è sembrato debole e incapace di controllare i suoi stessi ministri. Abe ha inoltre commesso dei gravi errori nella selezione di alcuni collaboratori. Il ministro per le riforme amministrative ha dovuto dare le dimissioni per uso improprio di fondi, mentre un economista personalmente scelto da Abe per presiedere la cruciale Commissione Fiscale si è dimesso per comportamenti eticamente censurabili. Paradossalmente ancora una volta il paese che più disprezza, la Corea del nord, lo sta aiutando. Con la sua retorica e le sue azioni, che minacciano la sicurezza del Giappone, la Corea di Kim Jong-il ha infatti offerto ad Abe la possibilità di assumere il ruolo a lui più consono: quello del leader determinato, pronto a difendere l’interesse nazionale. Come s’è già accennato, per continuare a governare Abe deve comunque vincere le prossime elezioni per il rinnovo di metà dei seggi della Camera alta, che avranno luogo nel luglio 2007. Nella precedente elezione il PLD aveva ottenuto un notevole successo di voti e di seggi grazie alla popolarità di Koizumi. Ora il partito punta su Abe per mantenere e possibilmente incrementare il vantaggio, cruciale in quanto alla Camera alta il governo dispone di una risicata maggioranza. Se non dovesse riuscire a conseguire l’obiettivo è pressoché certo che le correnti rivali addosseranno la responsabilità al Primo ministro e ne chiederanno la testa. Tuttavia, la politica di dialogo con la Cina non finirà con l’eventuale cambio di governo. Gli ingenti interessi in gioco e il grado di interdipendenza economica sono tali che i due paesi finirebbero col pagare un prezzo molto, troppo alto se scegliessero la via del confronto. E, come sanno bene gli imprenditori giapponesi, il prezzo più alto quasi certamente lo pagherebbe il Giappone. 

 

MONDO CINESE N. 129, OTTOBRE-DICEMBRE 2006

Note

1 The Nikkei Weekly, 16 ottobre 2006, p. 1 
2 Abe Shinzô, Utsukushii kuni e (Verso una bella nazione), Bungei Shunjô, Tokyo, 2006.
3 I dati sul commercio estero sono tratti da: http://www.jetro.go.jp/jpn/stats/data/ pdf/trade2005.pdf; i dati sugli investimenti diretti all’estero da: http://www.jetro. go.jp/en/stats/statistics/bpfdi_01_e.xls. 
4 La Rpc diventa il primo partner commerciale del Giappone se si include l’interscambio con la Regione Amministrativa Speciale di Hong Kong. 
5 Nel 2005 il disavanzo con la Rpc è stato di 29 miliardi di dollari, ma il surplus con Taiwan fu pari a 26 miliardi e nel caso di Hong Kong fu di addirittura 34 miliardi. 
6 Gli ultimi dati disponibili indicano, però, un calo degli investimenti nei primi dieci mesi del 2006 in parte dovuto alle politiche più selettive adottate dal governo cinese (si veda The Nikkei Weekly, 11 dicembre 2006, p. 33). 
7 Uno degli episodi più eclatanti nella guerra dei nervi sino-giapponese fu l’improvvisa cancellazione dell’incontro con Koizumi da parte del Vice premier cinese Wu Yi, programmato per il 23 maggio 2005 a Tokyo (The Nikkei Weekly, 30 maggio 2005, p. 2).
8  I risultati dell’indagine sono disponibili su: http://www8.cao.go.jp/survey/h17/ h17-gaikou/3.html 
9 The Nikkei Weekly, 17 gennaio 2005, p. 29.
10 Le isole Senkaku sono cinque piccole isole disabitate, che coprono un’area complessiva di circa 7 km2. Sono separate dall’arcipelago giapponese delle Ryôkyô da un profondo canale che, secondo la Cina, segnerebbe il vero confine. 
11 Nel 2005 Pechino ha criticato l’approvazione da parte del Ministero della Pubblica Istruzione giapponese di alcuni libri di testo per la scuola media, sostenendo che presentavano una versione incompleta e distorta dell’ultimo conflitto e, in particolare, del massacro di Nanchino. In verità, anche il libro più controverso ne parla, ricordando che “un gran numero di soldati e civili cinesi furono uccisi e feriti dall’esercito imperiale giapponese”. Atarashii rekishi kyôkasho, Tokyo, 2001, pp. 270 e 295. Il testo non parla però di massacro (gyakusatsu), ma usa il termine ambiguo di incidente (jiken), senza fare nessun riferimento specifico al numero delle vittime. Tale versione ha provocato le proteste ufficiali del governo cinese e per due settimane, tra il 9 e il 17 aprile, le già ricordate manifestazioni da parte di migliaia di cinesi nelle strade di Pechino e di altre città. 
12 Un giornalista del Nikkei ha scritto che Koizumi è rimasto fermo sulle sue posizioni “con l’ostinazione di un mulo”. The Nikkei Weekly, 16 gennaio 2006, p. 30. 
13 The Nikkei Weekly, 24 luglio 2006, p. 7. 
14 Per le sue attività come ministro del Gabinetto Tôjô, Kishi fu arrestato nell’immediato dopoguerra con l’accusa di essere un criminale di classe A, ma non fu mai incriminato. 
15 Si veda, per esempio, l’articolo d Ignacio Ramonet su Le Monde Diplomatique di novembre 2006. 
16 Sentaku, novembre 2006, p. 54. 
17 Foreign Press Center, Japan Brief, n.0674, 9 ottobre 2006. 
18 Abe Shinzô, op. cit., pp. 66-74. 
19 Sentaku, settembre 2006, p. 46  
20 Si veda Sentaku, novembre 2006, p. 55. 
21 Abe Shinzô, op. cit., p. 151. 
22 The Nikkei Weekly, 28 agosto 2006.
23 Abe Shinzô, op. cit., p. 129.
24 Secondo un sondaggio dell’Asahi Shinbun, il principale quotidiano giapponese, la percentuale di coloro che appoggiano Abe è scesa al 47%, un livello ancora molto alto, ma decisamente inferiore rispetto al 63% registrato a fine settembre. (Dati disponibili su: http://www.asahi.com/english/Herald-asahi/TKY200612120159.html).
25 Per alcuni la giovane età di Abe rappresenta un elemento nuovo e positivo in un sistema politico ancora oggi dominato da leader anziani. Per altri, però, costituisce un fattore di debolezza, che sommato alla relativa inesperienza – Abe non è mai stato a capo di un dicastero – lo rendono poco adatto a governare il paese. Si veda per esempio l’opinione di Iwami Tako, influente commentatore politico in Sentaku, ottobre 2006, p. 3. 

 

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