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INDICE>MONDO CINESE>LA DISOCCUPAZIONE NASCOSTA DEI LAVORATORI XIAGANG

ECONOMIA E DIRITTO

               La disoccupazione nascosta dei lavoratori xiagang:
un problema risolto?

di Ivan FRANCESCHINI

1. Ambiguità e reticenze nel calcolo del tasso di disoccupazione ufficiale nella Rpc.
L’impresa di Stato del periodo maoista, incarnazione del principio della proprietà collettiva dei mezzi di produzione, confacente a logiche ideologiche e non di mercato, si presentava come un modello industriale caratterizzato da una profonda inefficienza, sia dal punto di vista della produttività che da quello della gestione delle risorse umane. Per decenni, le modalità di reclutamento del personale finalizzate alla realizzazione dell’obiettivo politico della “piena occupazione”, unite all’obbligo per l’unità di lavoro di fornire a tutti i dipendenti un welfare diffuso (alloggi, cure mediche, mense, asili per i figli, ecc.), hanno costituito ostacoli praticamente insormontabili per l’instaurazione di un moderno sistema imprenditoriale nel settore statale. E’ stato solamente nei primi anni ’90, quando le imprese statali erano sul punto di crollare sotto il peso degli oneri del welfare e del personale in esubero, che una riforma strutturale è apparsa assolutamente inevitabile. Nel 1995, dopo molte discussioni, il governo cinese ha deciso di applicare nei confronti del settore pubblico una politica definita “tenere le grandi e lasciare andare le piccole” (zhuada fangxiao), scegliendo di mantenere la proprietà di solamente un migliaio di grandi imprese e di liberarsi in vari modi delle altre1. Eppure, quando nella seconda metà degli anni ’90 in Cina si registravano migliaia di fallimenti, bancarotte, fusioni e ristrutturazioni industriali ed i lavoratori venivano gettati sulla strada a milioni, le statistiche ufficiali rivelavano un fenomeno a dir poco sorprendente: il tasso di disoccupazione si rifiutava ostinatamente di lievitare. Se infatti nel 1995 in Cina risultavano esserci 5.196.000 disoccupati (shiye renyuan), per un tasso complessivo del 2,9%, nel 2000 la cifra era salita ad appena 5.950.000 persone (il 3,1%), dopo aver addirittura registrato un paradossale calo nel 1998, in concomitanza con l’apice delle riforme2. Tutto questo risulta ancor più inspiegabile se si prendono in considerazione le cifre relative all’occupazione nei vari settori industriali negli ultimi quindici anni: se nel 1993, all’alba delle riforme, il settore statale ed il settore collettivo occupavano complessivamente 141.310.000 persone, nel 2006 questa cifra è scesa a 68.960.000, riportando un calo di oltre il 50%, pari a 72.350.000 posti di lavoro3. Dal momento che la contemporanea crescita dell’occupazione negli altri settori, se pur vertiginosa (si è infatti passati da 5.360.000 posti di lavoro nel 1993 a 42.640.000 nel 2006), non è stata evidentemente sufficiente a compensare la perdita di posizioni lavorative nel settore statale4, non si può fare a meno di porsi alcune domande, prima fra tutte: che fine hanno fatto i lavoratori i cui posti di lavoro sono scomparsi? Per rispondere è necessario innanzitutto far luce sulle modalità di calcolo del tasso di disoccupazione nella Repubblica popolare cinese.

Il tasso di disoccupazione ufficiale cinese statisticamente viene definito come “disoccupazione urbana registrata” (chengzhen dengji shiye renshu) e viene calcolato conteggiando esclusivamente quelle
persone che rispondono a quattro requisiti: (a) possiedono una residenza permanente non agricola; (b) hanno un’età compresa tra i 16 anni e l’età della pensione; (c) possono e vogliono lavorare; (d) si sono registrate presso gli organi locali di servizio all’occupazione per cercare un lavoro5. Per restringere ulteriormente le cifre, tale tasso viene calcolato utilizzando come denominatore la somma di: occupati in unità urbane (sottratta la forza lavoro rurale, il personale che dovrebbe già essere in pensione e il personale proveniente da Macao, Hong Kong e Taiwan o dall’estero), personale non sul posto di lavoro (buzaigang, vale a dire le persone che mantengono un rapporto di lavoro con l’unità di origine, pur avendo per varie ragioni cessato di svolgere mansioni di qualunque tipo), i titolari di attività gestite privatamente (siying yezhu), i titolari di attività individuali (getihu)6. Attenendosi a queste statistiche, alla fine del 2006 il tasso di disoccupazione urbana registrata in Cina era appena del 4,1%, per un totale di 8.470.000 disoccupati7.

Un simile calcolo si rivela assolutamente inaffidabile, dal momento che esso esclude almeno quattro categorie con un’incidenza potenzialmente enorme: i disoccupati nelle zone agricole, i quali non vengono conteggiati in base al fragile presupposto che essi possono comunque basarsi sul proprio appezzamento di terreno in caso di necessità8; i lavoratori migranti (nongmingong) che spesso rimangono senza lavoro per lunghi periodi nelle città ove risiedono9; i neolaureati, i quali si trovano ad affrontare un mercato del lavoro sempre più competitivo e un’offerta di posizioni qualificate decisamente scarsa10 i lavoratori xiagang, un termine che letteralmente significa “sceso dal posto di lavoro” (o forse in maniera più appropriata “fatto scendere dal posto di lavoro”) e che indica i lavoratori “scaricati” dalle imprese di Stato nel corso del processo di riforma. Tutte queste categorie, pur essendo direttamente riconducibili alla disoccupazione, sono escluse dal calcolo del suo tasso ufficiale e vanno così a costituire il fenomeno della cosiddetta “disoccupazione nascosta” (yinxing shiye)11 – una vera e propria realtà parallela, sapientemente occultata da un utilizzo manipolatorio degli strumenti statistici.

Questo breve articolo si propone di far luce sulla questione dei lavoratori xiagang, delineando le caratteristiche di questa categoria tipicamente cinese ed esponendo le varie misure adottate da governo e sindacato per garantire la pacifica transizione di quella che un tempo era l’“aristocrazia operaia” cinese dal modello paternalistico della “ciotola di riso di ferro” (tiefanwan) ad un vero e proprio mercato del lavoro basato sullo spietato principio della competizione. In particolare si cercherà di capire quali siano le dimensioni del fenomeno oggi, ad un decennio di distanza dall’avvio della fase più drastica delle riforme, evidenziando il persistere di un problema che la dirigenza cinese si ostina a considerare praticamente già risolto.

2. La questione dei lavoratori xiagang: definizione e quantificazione del fenomeno
Chi sono i lavoratori xiagang e che cosa distingue questa categoria da quella dei normali disoccupati? Prendendo in considerazione una pubblicazione specialistica cinese del 1997, scopriamo che con
il termine xiagang si intendono quei “lavoratori che a causa della situazione produttiva ed operativa delle loro unità hanno lasciato il posto di lavoro originario e non hanno ricevuto nessun’altra posizione
all’interno della stessa unità, ma mantengono ancora un rapporto lavorativo con i datori di lavoro originari”12. Questo significa che tecnicamente i lavoratori xiagang continuano ad essere dipendenti
dell’unità di origine, anche se non svolgono più alcuna mansione pratica al suo interno. Il più delle volte essi ricevono solamente un salario minimo di sussistenza, rimanendo in attesa nella speranza di essere richiamati in servizio una volta che la situazione economica dell’impresa migliori (cosa che si verifica solamente in casi rarissimi). In ogni caso, per il lavoratore xiagang un simile status intermedio è ancora preferibile all’aperta disoccupazione, in quanto l’unità di lavoro si impegna nei suoi confronti a continuare a versare i contributi ai fondi di previdenza sociale e a garantirgli l’accesso agli stessi servizi che offre ai lavoratori in ruolo (cure mediche, alloggi, mense, ecc.), benefici che verrebbero altrimenti revocati nel caso di una rottura definitiva del rapporto di lavoro. Molti xiagang sono lavoratori non più giovani e non qualificati13, pertanto il loro inserimento nel nuovo mercato del lavoro cinese presenta enormi difficoltà, soprattutto a fronte della spietata concorrenza dei lavoratori migranti. Nel tentativo di risolvere questo problema, diverse amministrazioni locali sono arrivate ad istituire delle professioni “protette”, riservate chi ha la propria registrazione familiare all’interno della loro area di competenza ed è dotato di certificazioni che attestano il proprio status di xiagang. I lavoratori xiagang sono andati così a costituire una nuova “sottoclasse urbana” della Cina contemporanea, condizione che condividono con i lavoratori migranti e con tutti quegli altri cittadini caduti in miseria in seguito alla rottura della “ciotola di riso di ferro”14: è così che il fenomeno ha assunto i connotati di un imbarazzante e potenzialmente destabilizzante problema politico.

Quantificare il fenomeno dei lavoratori xiagang non è semplice. Nonostante nel 1995 il governo avesse già iniziato a chiudere e privatizzare piccole imprese statali e collettive, il numero dei xiagang ha raggiunto l’apice di 9 milioni 900 mila persone solamente nel 1997. In quell’anno, le autorità cinesi hanno deciso di avviare ufficialmente la privatizzazione, la chiusura e la bancarotta delle imprese statali di piccole dimensioni in tutto il paese, in attuazione della nuova linea politica adottata dal XV Congresso del Partito comunista. Fino al 2000, mentre le riforme si estendevano alle imprese statali di medie dimensione e a qualche impresa di grandi dimensioni, il numero dei xiagang è rimasto costantemente al di sopra dei 9 milioni, per poi iniziare a scendere solamente a partire dal 200115. In ogni caso queste cifre vanno prese con molta cautela, in quanto dal conteggio sono escluse le seguenti categorie: i lavoratori xiagang che si rifiutano di entrare a far parte di un centro di rioccupazione (si tornerà in seguito sulle funzioni di questa struttura) o lavorano in imprese che per problemi economici non hanno potuto stabilire un centro di rioccupazione; i lavoratori che hanno firmato degli accordi per mantenere il trattamento previdenziale con l’impresa ed hanno successivamente abbandonato il centro di rioccupazione; e infine, in alcuni casi, persino i lavoratori xiagang delle imprese collettive16. Inoltre, non sono inclusi nel conteggio quei lavoratori che hanno avuto la sfortuna di lavorare in imprese che, per problemi economici o per malafede, hanno emesso in ritardo oppure non hanno emesso il certificato che attesta lo status di xiagang del lavoratore (xiagangzheng), così da evitare il pagamento dei contributi per la creazione dei centri di rioccupazione e per i fondi previdenziali dei dipendenti17.

3. Politiche statali in materia di rioccupazione
Come ha reagito il governo cinese a questa nuova sfida dall’enorme potenziale destabilizzante? Le politiche in materia di xiagang hanno sostanzialmente attraversato un processo elaborativo in tre fasi. Nella prima fase (1993-1997), il governo centrale ha evitato di imporre una politica centralizzata in materia, limitandosi a fornire solamente alcune indicazioni di carattere generale sotto l’etichetta di “progetto per la rioccupazione” (zaijiuye gongcheng) ed enfatizzando fortemente la strategia dell’“assorbimento interno” (neibu xiaohua) dei lavoratori in eccesso nelle unità di origine attraverso l’ottimizzazione dell’utilizzo delle risorse umane18. Tra le varie sperimentazioni locali è stata la strategia adottata dal governo municipale di Shanghai a partire dal 1996 ad aver immediatamente attirato l’attenzione delle autorità centrali19. Sostanzialmente il modello di Shanghai prevedeva che i settori industriali più sensibili alle problematiche della ristrutturazione stabilissero dei “centri di servizio per la rioccupazione” (zaijiuye fuwu zhongxin), finanziati per un terzo dalle casse della municipalità, per un terzo da tasse riscosse dall’Ufficio del lavoro presso le imprese che occupavano lavoratori migranti e per un terzo da società per azioni statali (guojia konggu jituan gongsi), aventi il sindacato municipale come uno dei maggiori contribuenti. Tra i lavoratori xiagang ed il centro veniva stipulato un accordo triennale che stabiliva obblighi reciproci: se da un lato il centro si impegnava a fornire un pacchetto di servizi integrativi che includeva il pagamento di un sussidio per la sopravvivenza, il versamento dei contributi al fondo pensione, all’assicurazione medica e alle altre assicurazioni sociali, nonché l’organizzazione di corsi di riaddestramento professionale e di attività di consulenza nella ricerca del lavoro, dall’altro i lavoratori si impegnavano a rinunciare al sussidio di sopravvivenza nel caso in cui avessero rifiutato per due volte un lavoro offerto loro dal centro, così come ad interrompere il rapporto di lavoro con l’unità originaria alla scadenza dei tre anni. Se dopo tre anni il lavoratore non fosse riuscito ancora a trovare una nuova occupazione, egli avrebbe potuto contare per altri due anni sull’assicurazione per la disoccupazione, dopodichè, se ancora si fosse trovato nella stessa situazione, avrebbe potuto ricevere un sussidio minimo di sopravvivenza per il resto della vita. In sostanza i centri di servizio alla rioccupazione, configurati secondo il modello di Shanghai, non erano altro che un cuscinetto frapposto tra il lavoratore ed il suo ingresso sul mercato del lavoro, un “compromesso tra la protezione del sistema della danwei ed il corso duro di rigettare semplicemente la responsabilità dei disoccupati sulla società nel suo insieme”20.

La seconda fase (1997-2001) ha visto l’adozione del modello di Shanghai come strategia nazionale per la risoluzione del problema dei xiagang. Nel marzo del 1997 il Consiglio degli Affari di Stato ha approvato un documento in cui si invitavano esplicitamente i governi cittadini di tutto il paese a seguire l’esempio di Shanghai21, dopodichè nel maggio del 1998 a Pechino è stata organizzata un’importante conferenza sul problema della rioccupazione, alla quale in giugno è seguita una nuova circolare adottata congiuntamente dal gabinetto governativo cinese e dal Comitato centrale del Pcc in cui veniva definita la nuova strategia nazionale22. Il modello che veniva adottato era essenzialmente identico a quello di Shanghai, con una significativa eccezione: ora si richiedeva che fosse ogni singola impresa avente in programma una ristrutturazione a stabilire il proprio centro per la rioccupazione, non più il settore industriale nel suo nsieme. Questo comportava un significativo riequilibrio degli oneri finanziari dal settore industriale alla singola unità di lavoro, la quale ora era tenuta a farsi carico autonomamente di un terzo delle spese, un problema non indifferente, soprattutto nel caso in cui essa avesse optato per la ristrutturazione per far fronte a serie difficoltà finanziarie. Sono stati in molti a notare i limiti dei centri di servizio alla rioccupazione: queste strutture, oltre a scontrarsi con problemi strutturali dovuti alla scarsità dei fondi a disposizione, al gran numero di imprese fallite o gravemente in perdita non più in grado di allocare le risorse necessarie al mantenimento del sistema, alla corruzione di quadri e manager, all’insufficiente offerta di posti di lavoro sul mercato e alle continue critiche per il bassissimo ammontare dei sussidi concessi, si sono trovate ad affrontare il grave ostacolo della mancanza di fiducia dei lavoratori, i quali molto spesso vivono i centri come una parte del problema, più che come una soluzione23. Come si è detto, i lavoratori xiagang iscritti ai centri per la rioccupazione hanno l’obbligo di rompere il proprio rapporto di lavoro con l’unità originaria in un periodo di tempo compreso tra i due ed i tre anni e questa scadenza li sottopone ad un’enorme pressione psicologica, una pressione dovuta da una parte alla preoccupazione riguardo all’imminente perdita di tutti quei benefici (dall’alloggio alle cure mediche e alle pensioni) che l’impresa statale fornisce ai propri dipendenti, dall’altra alla consapevolezza delle vessazioni e delle discriminazioni onnipresenti nelle imprese del settore privato e, più in generale, nel nuovo mercato del lavoro cinese24.

Il dibattito sull’efficacia dei centri di servizio alla rioccupazione rimane tuttora aperto, ma sembra che sia impossibile arrivare ad una conclusione definitiva sull’argomento, soprattutto se si prendono in considerazione le infinite varianti locali. Di certo, se la strategia dei centri di rioccupazione si è rivelata estremamente costosa in termini di risorse economiche per tutte le parti coinvolte (lo Stato, le imprese e la società nella forma dei fondi previdenziali) anche nel caso di un’amministrazione ricca come quella di Shanghai, la sua sostenibilità in contesti più arretrati rimane molto discutibile25. Questo ci porta direttamente alla terza fase nelle politiche cinesi in materia di rioccupazione. Considerate le gravi carenze ed i limiti strutturali dei centri di servizio alla rioccupazione, il governo cinese si è riproposto di chiudere gradualmente tutte le strutture a partire dal 2001, riclassificando i nuovi xiagang come comuni “disoccupati” e facendoli ricadere direttamente nello schema assicurativo per la disoccupazione a dispetto di tutti i limiti di quest’ultimo26, mentre i vecchi xiagang avrebbero continuato ad uscire dai centri secondo le scadenze e le modalità stabilite in precedenza27. Allo stesso tempo, le autorità cinesi hanno deciso di attuare una nuova politica in materia di occupazione in coincidenza con il decimo piano quinquennale (2001-2005): il modello di sviluppo economico è stato riorientato da una strategia mirata principalmente alla crescita ad una strategia in cui la priorità viene assegnata alla creazione di nuovi posti di lavoro, mentre sono state tagliate le tasse e i lavoratori hanno ricevuto piccoli prestiti per avviare attività in proprio28. Questa nuova politica centrata sugli incentivi all’auto-occupazione rimane tuttora valida ed ha trovato definitiva conferma nell’adozione nel settembre del 2007 di una Legge sulla promozione dell’occupazione (jiuye cujinfa) basata esplicitamente sul principio che “i lavoratori scelgono autonomamente il proprio mestiere, il mercato regola l’occupazione, il governo la stimola”29. In ogni caso, il riassestamento sta richiedendo più tempo del previsto e l’originaria scadenza per la completa dimissione dei centri di servizio alla disoccupazione, fissata per il 2003, è stata ampiamente superata: le statistiche ufficiali vogliono che ancora nel corso del 2005, 665.000 lavoratori in imprese di proprietà completa o parziale dello Stato avessero terminato il proprio rapporto con i centri, mentre 1.000 nuovi lavoratori (tutti dello Xinjiang) vi avessero fatto il loro ingresso; alla fine del 2005 ancora 202.000 lavoratori risultavano inseriti nei centri di servizio alla rioccupazione30.

4. Il ruolo del sindacato nell’assistenza ai lavoratori xiagang
Anche la Federazione nazionale dei sindacati cinesi (Zhonghua quanguo zonggonghui), ha cercato di dare il proprio contributo alla risoluzione del problema dei lavoratori xiagang. Sebbene nel corso delle riforme i sindacati di base ben di rado abbiano alzato la voce per opporsi ai piani di ristrutturazione aziendali ed alle successive ondate di esuberi, in quanto frutto di una decisione dei vertici dello Stato31, sin dal 1992 la federazione sindacale ha avviato delle attività di assistenza ai lavoratori in difficoltà, eufemisticamente etichettate come “attività per regalare calore” (song wennuan huodong) e basate sullo slogan “entrare in diecimila famiglie, conoscere l’umore di diecimila famiglie, risolvere le difficoltà di diecimila famiglie e riscaldare il cuore di diecimila famiglie” (jin wanjia men, zhi wanjia xin, jie wanjia nan, nuan wanjia xin)32. Se all’inizio le attività si tenevano esclusivamente durante il Capodanno lunare, a partire dal 1994 il sindacato cinese ha deciso di ampliare e formalizzare il proprio programma estendendolo a tutta la durata dell’anno con la definizione di “progetto per regalare calore” (song wennuan gongcheng). In un documento dell’ottobre del 2002, il sindacato si proponeva come obiettivi per il triennio 2003-2005 l’addestramento professionale di 1.500.000 lavoratori disoccupati, la presentazione di un lavoro e la rioccupazione attraverso altri canali di almeno altri 3.000.000 di disoccupati nel complesso, nonché la creazione in 200 città di centri di assistenza per i lavoratori in difficoltà (kunnan zhigong bangfu zhongxin)33. Questi centri sarebbero stati finalizzati a “fornire ai lavoratori in difficoltà assistenza e servizi diretti, rapidi e comodi, attraverso la ricezione di lettere e visite, la consulenza riguardo alle politiche, la presentazione di lavori, l’addestramento professionale, l’assistenza legale, l’aiuto per la sopravvivenza ed altre forme di sostegno; collaborare con i dipartimenti relativi per aiutare nella risoluzione dei problemi e delle difficoltà a cui i lavoratori vanno incontro nell’occupazione, nelle cure mediche, nella vita, nell’educazione dei figli ed in altre aree, tutelando in base alla legge i diritti e gli interessi legittimi dei lavoratori e degli impiegati”34. In un documento del sindacato del dicembre del 2002, si specificava che gli obiettivi privilegiati dei centri di assistenza dovevano essere ilavoratori xiagang e shiye, nonché i lavoratori anziani, deboli, feriti, malati e disabili oppure con gravi difficoltà in famiglia35. Se tra il 1995 e il 1997 i sindacati a tutti i livelli avevano stabilito più di 1.300 scuole per l’addestramento professionale e avevano avviato 34.000 corsi a cui avevano partecipato quasi 10 milioni di persone36, nel quarto trimestre del 2005 erano state create 2.146 agenzie di collocamento, che erano state in grado di trovare un lavoro per 4.586.644 persone (tra cui 3.053.006 xiagang e shiye), e 2.031 strutture per l’addestramento professionale, ove avevano studiato 7.209.582 persone (tra cui 4.975.791 xiagang e shiye, 2.894.460 dei quali sono poi riusciti a trovare un nuovo lavoro in virtù delle nuove competenze)37. Altre strategie seguite dal sindacato sono state la concessione di piccoli prestiti ai lavoratori bisognosi e l’apertura di centri di consulenza per i senza lavoro. In ogni caso, tutto questo non è stato sufficiente a far dimenticare ai lavoratori l’imbarazzato silenzio della Federazione dei sindacati mentre le unità di lavoro dove avevano passato buona parte della loro esistenza chiudevano una dopo l’altra, lasciandoli praticamente a mani vuote.

5. Conclusioni
In definitiva, le politiche cinesi per la rioccupazione dei lavoratori xiagang possono essere definite un successo? Per rispondere a questa domanda è necessario distinguere tra una dimensione politica e una dimensione economico-sociale del fenomeno. Dal punto di vista politico, l’adozione della strategia dei centri di servizio alla rioccupazione nella fase più delicata delle riforme si è rivelata un successo: la scelta di non chiudere drasticamente il rapporto di lavoro tra l’unità di lavoro e il lavoratore, di mantenere relativamente intatti i privilegi non monetari derivanti da questo rapporto e di alimentare la speranza di un’improbabile ripresa del lavoro nel caso di un miglioramento nella situazione economica dell’impresa, hanno in molti casi evitato che i lavoratori adottassero misure drastiche di protesta. A questo hanno contribuito anche altre efficaci misure “cuscinetto” complementari, quali la concessione dei diritti di proprietà sugli alloggi originariamente appartenenti alla danwei a prezzi ben al di sotto di quelli di mercato38, nonché alcuni accorgimenti come l’adozione di modalità di licenziamento sequenziali e non simultanee, con tutte le conseguenze che questo poteva comportare per lo spirito di solidarietà tra i lavoratori39. Dal punto di vista economico e sociale tuttavia non si può dire che si sia trattato di un successo: i sussidi concessi ai xiagang si sono rivelati ampiamente insufficienti a garantire la sussistenza di intere famiglie; spesso i centri di rioccupazione si sono rivelati mere entità burocratiche, assolutamente incapaci di fornire alcuna assistenza al lavoratore; la rete assicurativa per la disoccupazione paga il prezzo del suo tardivo sviluppo, soprattutto in termini di copertura. Lo shock delle riforme è stato dunque molto sentito dai lavoratori cinesi, sia in termini di occupazione che in termini di welfare40.

E’ infine possibile analizzare la questione anche da un punto di vista quantitativo, considerando le pur discutibili statistiche ufficiali: da queste risulta che alla fine del 2005 in Cina c’erano ancora 2.097.000
lavoratori classificati come xiagang, dei quali 1.137.000 (il 54,2%) erano uomini (il 38,6% di questi con più di 50 anni d’età), 961.000 (il 45,8%) erano donne (il 38,6% di queste con più di 40 anni d’età); nel corso dell’anno 1.285.000 persone avevano perso il proprio status di xiagang, mentre si erano aggiunte 660.000 nuove persone; le zone più interessate dal fenomeno nel 2005 erano le province dello Heilongjiang (646.000 xiagang a fine anno), dello Hebei (239.000 xiagang), dello Henan (211.000 xiagang) e dello Shandong (195.000 xiagang)41. Purtroppo per il 2006 non sono disponibili dati dettagliati, in quanto l’Ufficio statistico nazionale ha deciso di omettere la categoria dei lavoratori xiagang dall’annuario statistico. Eppure, scorrendo con attenzione l’annuario, è possibile individuare una significativa eccezione: alla voce “situazione del lavoro di presentazione di un’occupazione” si può ancora leggere che, alla fine del 2006, erano 3.566.000 i lavoratori definiti come xiagang che si erano registrati presso gli organi finalizzati alla presentazione di un lavoro42. In definitiva, nonostante queste caotiche cifre siano ben lontane dai picchi raggiunti nella seconda metà degli anni ’90, quando le riforme erano all’apice, il problema dei lavoratori xiagang rimane ben presente in Cina, con tutte le implicazioni, sociali, economiche e politiche che questo comporta. La “disoccupazione nascosta” continua ad essere un problema decisamente evidente. 

MONDO CINESE N. 135, APRILE - GIUGNO 2008

Note

1.Sulla ristrutturazione del sistema industriale statale si veda Ross Garnaut, Song Ligang e Yao Yang, “Impact and significance of State-owned enterprise restructuring in China”, The China Journal, n. 55, gennaio 2006, pp. 35-63; sulla riforma del mercato del lavoro si può far riferimento a Luigi Tomba, Paradoxes of Labour Reform, University of Hawai’i Press, Honolulu, 2002. 
2 Zhongguo Laodong Tongji Nianjian 2007 (Annuario statistico del lavoro cinese 2007), Zhongguo Tongji Chubanshe, Beijing, 2007, p. 172.
3 Ibid. p. 24.
4 Ibid.
5 Ibid., p. 600.
6 Ibid.
7 Ibid., p. 172.
8 A proposito della disoccupazione nelle zone rurali si può vedere Rachel Murphy e Tao Ran, “No wage and no land: new forms of unemployment in rural China”, in Unemployment in China, a cura di Grace Lee e Michael Warner, Routledge, London 2007, pp. 128-148. Gli autori individuano quattro principali “tipologie” di disoccupazione rurale: a) i contadini la cui terra è stata espropriata; b) i quadri rurali e gli insegnanti licenziati in seguito alla razionalizzazione dell’amministrazione; c) i lavoratori licenziati dalle imprese di comune e di villaggio; d) i lavoratori migranti che fanno ritorno ai loro villaggi. 
9 Una stima precisa del fenomeno della disoccupazione dei migranti è praticamente impossibile, ma alcuni specialisti, basandosi sul fragile presupposto che il tasso di disoccupazione tra i migranti sia uguale a quello della disoccupazione urbana registrata, hanno stimato che i lavoratori migranti disoccupati siano passati da 550.000 nel 1995 a 1.540.000 nel 2003, registrando un aumento del 180%. Si veda Hu Angang e Sheng Xin, “Urban unemployment in China: a background analysis (1995-2003)”, in Unemployment in China, op. cit., pp. 36-62.
10 Si veda a tal proposito Bai Limin, “Graduate unemployment: dilemmas and challenges in China’s move to mass higher education”, The China Quarterly, n. 188, dicembre 2006, pp. 128-144. Alcuni hanno stimato che il tasso di disoccupazione tra i laureati sia del 30%, mentre quello tra i diplomati delle scuole professionali del 60%; cfr. Hu Angang e Sheng Xin, op. cit., p. 57.
11 Oltre a quelle citate, esistono molte altre categorie sostanzialmente riconducibili alla disoccupazione che però vengono etichettate con differenti definizioni, quali “riassegnazione”, “pensionamento interno”, “ferie lunghe”, “pensionamento anticipato”, oppure i più originali “i due non si cercano”, “fermare il salario, mantenere il posto”, ecc.
12 Per questa definizione si veda la rivista specialistica Zhongguo Tongji (Statistiche cinesi), n. 12, dicembre 1997, p. 16.
13 Una raccolta di testimonianze dirette di lavoratori xiagang, inizialmente pubblicate sul Quotidiano dei Lavoratori (Gongren Ribao), l’organo ufficiale del sindacato cinese, si può trovare nel volume a cura di Li Jin e Qin Xuehui, Rang Shenghuo Congtou Zai Lai (Far ricominciare la vita dall’inizio), Zhongguo Gongren Chubanshe, Beijing, 2005.
14 Dorothy Solinger, “The creation of a new underclass in China and its implica tions”, Environment & Urbanization, vol. 18, n. 1, aprile 2006, pp. 177-193.
15 Hu Angang e Sheng Xin, op. cit., p. 57.
16 Dorothy Solinger, “Why we cannot count the unemployed”, The China Quarterly, n. 167, settembre 2001, pp. 671-688. Si veda in particolare p. 677.
17 Hong Yung Lee, “Xiagang, the Chinese style of laying-off workers”, Asian Survey, vol. 40, n. 6, 2000, pp. 914-937.
18 Cfr. Linda Wong e Kinglun Ngok, “Social policy between plan and market: xiagang (off-duty employment) and the policy of the re-employment service centres in China”, Social Policy & Administration, vol. 40, n. 2, aprile 2006, pp. 159-173.
19 Sul modello di Shanghai descritto nel presente paragrafo si vedano: Chen Feng, “The re-employment project in Shanghai: institutional workings and consequences for workers”, China Information, vol. 14, n. 2, 2000, pp. 169-193; Grace Lee, Malcom Warner, “The Shanghai re-employment model: from local experiment to nation-wide labour market policy”, The China Quarterly, n. 177, marzo 2004, pp. 174-189.
20 Ibid., p. 186.
21 Guowuyuan, Guowuyuan guanyu zai Ruogan Chengshi Shixing Guoyou Qiye Jianbing Pochang he Zhigong Zaijiuye you guan Wenti de Buchong Tongzhi (Circolare supplementare sulle questioni relative all’applicazione in via sperimentale in alcune città delle fusioni e dei fallimenti delle imprese di proprietà dello Stato e alla rioccupazione dei lavoratori e degli impiegati), 2 marzo 1997, disponibile in rete sul database del non più esistente Ministero del Lavoro e della Sicurezza Sociale, http://trs.molss.gov.cn/was40/mainframe.htm  .
22 Zhonggong Zhongyang, Guowuyuan, Guanyu Qieshi Zuohao Guoyou Qiye Xiagang Zhigong Jiben Shenghuo Baozhang he Zaijiuye Gongzuo de Tongzhi (Circolare sul corretto svolgimento del lavoro di garanzia della sopravvivenza e di rioccupazione
dei lavoratori e degli impiegati xiagang nelle imprese di proprietà dello Stato), 9 giugno 1998, nel volume Zaijiuye Youhui Zhengce Zhuanji (Raccolta di politiche preferenziali sulla rioccupazione), Zhongguo Laodong Shehui Baozhang Chubanshe, Beijing, 2003, pp. 1-11.
23 Dorothy Solinger, “Labour market reform and the plight of the laid-off proletariat”, The China Quarterly, n. 170, giugno 2002, pp. 304-326.
24 Cai Yongshun, State and Laid-Off Workers in Reform China, Routledge, Londra, 2006, pp. 21-23.
25 “The Shanghai re-employment model”, op. cit., p. 182.
26 Sulle carenze del sistema della sicurezza sociale per la disoccupazione in Cina si veda Chen Yongxin (a cura di), Laodong yu Shehui Baoxianfa (Diritto del lavoro e delle sicurezza sociale), Zhejiang Daxue Chubanshe, Hangzhou, 2007, pp. 293-297.
27 Linda Wong e Kinglun Ngok, op. cit., pp. 168-170.
28 Hu Angang e Sheng Xin, op. cit., p. 45.
29 “Zhonghua Renmin Gongheguo Jiuye Cujinfa” (Legge sulla promozione dell’occupazione della Rpc), Guowuyuan Gongbao, n. 30, 2007, pp. 23-27. In questa legge significativamente il termine xiagang non compare mai. 
30 Zhongguo Laodong Tongji Nianjian 2006 (Annuario statistico del lavoro cinese 2006), Zhongguo Tongji Chubanshe, Beijing 2006, pp. 150-152.
31 Di fatto la Legge sui sindacati del 1992, così la sua versione emendata nel 2001 e la più recente Legge sui contratti di lavoro, in vigore dal primo gennaio del 2008, stabiliscono un ruolo sostanzialmente consultivo per il sindacato. Inoltre l’assenza di un riconoscimento del diritto di sciopero nella legislazione cinese non facilità certo le cose per il sindacato cinese. Sul ruolo del sindacato nel corso delle riforme si veda Chen Feng, “Between the State and labour: the conflict of Chinese trade unions’ double identity in market reform”, The China Quarterly, n. 176, dicembre 2003, pp. 1006-1028.
32 Sun Chunlan, Guanche Shiqida Jingshen Tuijin Gonghui Song Wennuan Huodong Shenru Kaizhan (Mettere in pratica lo spirito del XVII Congresso del Partito comunista, portare a fondo l’attività di regalare calore del sindacato), documento datato 14 settembre 2007, disponibile in rete sul sito http://acftu.people.com.cn/GB/67580/112584/112586/6656742.html  .
33 Zhonghua Quanguo Zonggonghui, Zhonghua Quanguo Zonggonghui guanyu Guanche Quanguo Zaijiuye Gongzuo Huiyi Jingshen de Yijian (Opinione della Federazione nazionale dei sindacati cinesi su come mettere in pratica lo spirito della Conferenza nazionale sul lavoro di rioccupazione), 16 ottobre 2002, disponibile in rete sul sito http://www.gdftu.org.cn/Articles/9/54/78/2004122310132333694.htm  .
34 Ibid.
35 Zhonghua Quanguo Zonggonghui, Zhonghua Quanguo Zonggonghui guanyu Jianli Kunnan Zhigong Bangfu Zhongxin de Yijian (Opinione della Federazione nazionale dei sindacati cinesi riguardo allo stabilimento dei centri di assistenza per i lavoratori in difficoltà), 31 dicembre 2002, disponibile in rete sul sito http://www.gdftu.org.cn/Articles/9/54/78/200412231016553603.htm  .
36 Ng Sek Hong e Olivia Olivia, “Unemployment and the trade unions”, in Unemployment in China, op. cit., p. 76.
37 Zhongguo Gonghui Tongji Nianjian 2006 (Annuario statistico del sindacato cinese 2006), Zhongguo Tongji Chubanshe, Beijing, 2006, pp. 95-96.
38 Lee Ching-Kwan, Against the Law: Labor Protests in China’s Rustbelt and Sunbelt, University of California Press, Berkeley, 2007, pp. 125-130.
39 Cai Yongshun, op. cit., pp. 112-114.
40 John Giles, Albert Park e Cai Fang, “How has economic restructuring affected China’s urban workers?”, The China Quarterly, n. 186, marzo 2006, pp. 61-95.
41 Zhongguo Laodong Tongji Nianjian 2006, op. cit., pp. 147-149.
42 Cfr. Zhongguo Laodong Tongji Nianjian 2007, op. cit., p. 177.

 

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