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POLITICA INTERNAZIONALE

Il nazionalismo etnico nel Xinjiang:
l'Asia centrale, l'Afghanistan e il "nuovo grande gioco"

di Chiara Betta

All'inizio del terzo millennio il governo della Repubblica Popolare Cinese (RPC) affronta nuove e insidiose sfide legate al riacutizzarsi di nazionalismi etnici non solo in Tibet, ma anche nel Xinjiang, una regione autonoma che è culturalmente e storicamente parte integrante dell'Asia centrale. Il conflitto dell'Afghanistan e la fondazione di nazioni indipendenti nell'Asia centrale ex sovietica, infatti, non hanno solo rinvigorito la fede islamica delle popolazioni musulmane turcofone del Xinjiang, ma anche ispirato la nascita di movimenti, spesso violenti, che incitano alla lotta contro Pechino e auspicano l'indipendenza della regione come Repubblica del Turkestan Orientale. Nonostante la potenziale gravità dei fermenti etnici sviluppatisi nel Xinjiang nell'ultimo decennio, la spinosa questione dell'Asia centrale cinese è, oggi come oggi, assai meno conosciuta rispetto a quella del Tibet, soprattutto a causa della mancanza di un portavoce carismatico tra la popolazione musulmana della regione. Il Dalai Lama, in effetti, affida i propri messaggi a potenti lobby del mondo occidentale - non dimentichiamo Richard Gere e Hollywood- mentre i militanti indipendentisti del Xinjiang possono contare soltanto sul limitato sostegno all'interno di partiti islamici e circoli panturchisti in Turchia.1

1. Turki o uiguri?

Prima di delineare gli attuali conflitti del Xinjiang, dobbiamo dare uno sguardo alla composizione etnica della regione caratterizzata da un mosaico di popolazioni che, nella sua complessità, rispecchia altre aree centroasiatiche. Il Xinjiang occupa circa un sesto del territorio cinese ma è scarsamente popolato. Nella regione risiedono poco più di diciassette milioni di persone divise in tredici "nazionalità" (minzu, un termine che può essere tradotto come gruppi etnici), e precisamente in ordine di consistenza numerica: uiguri (8.020.040) cinesi Han (6.601.297), kazaki (1.270.783), hui (770.580), kirghizi (162.670), mongoli (157.540), tagiki, (39.030) xibo (39.030), manciù (20.600), uzbeki (13.530) russi (9.200) daur (6.300) e tartari (4.600).2 Gli uiguri, kazaki, hui, kirghizi, tagiki, uzbeki e hui sono musulmani sunniti talvolta attratti da idee mistiche sufiste, mentre tra i tagiki del Pamir cinese si possono trovare anche piccoli gruppi di sciiti. Cercando di semplificare, gli hui , che possono esere definiti come discendenti di musulmani giunti in Cina durante le dinastie Tang, Song e Yuan, parlano dialetti cinesi e vivono soprattutto nelle regioni del nord-ovest e sud-ovest della RPC. Gli uiguri, kazaki, kyrghizi uzbeki e tartari appartengono ad etnie centrasiatiche e turcofone, e quindi, esposte all'ideale pan-turchico di un' unica nazione turca dall'Europa balcanica al Xinjiang; i tagichi, invece, parlano una lingua affine al persiano, un idioma indo-europeo. Questo lavoro si concentra soprattutto sulla popolazione di ceppo turco, in particolare gli uiguri, gli abitanti delle oasi orientali della(e) via(e) della Seta (bacino del Tarim e depressione di Turfan), i più accesi contestatori del dominio cinese nel Xinjiang negli ultimi due secoli. Per ragioni di spazio non introdurrò problemi inerenti la consistente minoranza kazaka del nord del Xinjiang, ritornata alla ribalta soprattutto dopo la fondazione della Repubblica del Kazakistan.
L'etnicità e le identità etniche sono spesso create, riscoperte e manipolate, soprattuto come strumenti politici, un fenomeno evidente in tempi recenti non soltanto nei Balcani ma anche nell'Asia centrale ex sovietica ed in Afghanistan. Questa considerazione è valida anche per il Xinjiang dove, dopo la fondazione della RPC, la classificazione etnica ha seguito percorsi simili a quelli dell'Unione Sovietica. Per quanto riguarda il problema della definizione delle etnie nel Xinjiang vorrei soffermarmi soprattutto sul fatto che l'etnonimo uiguro è, in realtà, un'invenzione del ventesimo secolo ed iniziò ad essere usato soltanto negli anni venti da un piccolo gruppo di "turki" originari delle oasi del bacino del Tarim e della depressione di Turfan residenti nell'Unione Sovietica. Questi "turki" sovietici scelsero di essere incasellati come "uiguri" in base ad un presunta discendenza degli abitanti del Tarim e di Turfan dai superstiti dell'impero uiguro, duramente e definitivamente sconfitto in battaglia dai kirghizi nel nono secolo. Chi sostiene che l'attuale popolazione uigura discenda direttamente dall'antico impero uiguro si sbaglia poichè non possiamo stabilire un legame diretto tra l'impero uiguro e gli attuali abitanti del bacino del Tarim e della depressione di Turfan.3
Ancora negli anni '40 i "turki" del Xinjiang non erano familiari con l'etnonimo "uiguro" e usavano come riferimenti d'identità l'oasi di provenienza e l'appartenenza alla comunità islamica. Soltanto con la fondazione della RPC i "turki" costruirono un'identità "uigura", chiaramente separata e distinta dal resto delle popolazioni turcofone dell'Asia centrale sovietica. In questo senso è importante sottolineare l'esistenza di forti affinità linguistiche e culturali tra gli uiguri, gli uzbeki dell'Uzbekistan, gli uzbeki che vivono nelle altre repubbliche centrasiatiche e la minoranza uzbeka del nord dell'Afghanistan. Ciò può spiegare in parte la militanza di estremisti uiguri nelle file del Movimento islamico dell'Uzbekistan, ristrutturatosi nel 2001 come Partito islamico del Turkestan, una formazione estremista probabilmente finanziata da al-Qaida, da uzbeki residenti in Arabia Saudita e dal traffico di oppio che mira ad "instaurare un califfato in tutta la regione centrasiatica, dal Caspio al Xinjiang."4

2. La jihad in Cina

Nel tentativo di arginare l'espandersi del nazionalismo etnico nel Xinjiang, il governo di Pechino non può permettersi di sottovalutare le questioni storiche che sono alla base del recente riaffiorare di spinte indipendentiste tra le etnie di ceppo turco, soprattutto tra gli uiguri. Il Xinjiang, letteralmente "nuovi territori", fu definitivamente incorporato nell'impero cinese soltanto all'apice del potere Qing dopo una sanguinosa campagna militare conclusasi nel 1758 con lo sterminio dei mongoli zungari. Nonostante ciò, secondo la storiografia cinese contemporanea, la regione rappresenta una inalienabile parte della Cina da più di un millennio, anche se prima della conquista Qing la Cina imperiale controllò direttamente porzioni del Xinjiang in maniera discontinua soltanto durante periodi caratterizzati da espansione territoriale verso l'Asia centrale. Le fonti cinesi sottolineano i forti legami storici tra la Cina ed il Xinjiang con il fine di delegittimare e frenare le rivendicazioni autonomiste e indipendentiste delle popolazioni di ceppo turco della regione. Per rinforzare e giustificare l'asserzione cinese che il Xinjiang fa parte della Cina sin dai tempi antichi, storici ed archeologi cinesi hanno "scoperto" nella zona di Lop Nor nel Xinjiang occidentale resti risalenti alla dinastia Han della Grande Muraglia, in realtà una struttura non uniforme e costruita in vari periodi. E' indubbio che l'uso della Grande Muraglia per scopi propagandisti si basi sul profondo fascino esercitato da questo simbolo nella memoria collettiva, non soltanto quella cinese. Non a caso qualche anno fa, l'ex primo ministro turco Suleyman Demirel si appropriò della potenza simbolica della Grande Muraglia in occasione di un discorso destinato a riaffermare l'ideologia panturchista e parlò "di una nazione turca che si estende dai Balcani alla Grande Muraglia." Demirel spostò quindi i confini ideali del sogno panturchico sino alle porte del Gansu, nel cuore della RPC e, di conseguenza provocò reazioni indignate da parte di Pechino.5
I "turki", ora incasellati con l'etnonimo "uiguri", iniziarono a contestare duramente il dominio cinese fin dai primi decenni del diciannovesimo secolo. La prima jihad contro la dinastia Qing fu dichiarata nel 1820 da Jahangir, un Khoja, ossia un discendente di Maometto originario del canato di Khokand (Uzbekistan). Jahangir condusse la guerra santa contro gli infedeli in base alla propria ascendenza Khoja visto che questi ultimi avevano governato parte del Xinjiang tra il 1679 ed il 1759, anno della conquista Qing. Il tentativo di reinstaurare il dominio dei Khoja fallì miseramente: Jahanjir fu duramente sconfitto in battaglia dai Qing e condannato ad una morte lenta e crudele (fu tagliato a pezzi) nel 1828. 
Nella seconda metà del diciannovesimo secolo i turki (uiguri) continuarono ad opporsi con veemenza al dominio Qing. Tra il 1868 e il 1877 i Qing rischiarono di perdere parte dell'attuale Xinjiang a seguito di una campagna militare intrapresa da Yaqub Beg (1820-1877), un personaggio il cui ruolo non è ancora stato ben delineato dagli storici della Cina. Yaqub instaurò un breve regime islamico nel bacino del Tamir, legittimato di fronte al mondo islamico dal sostegno morale offerto da parte del Sultano ottomano che gli conferì il titolo di Amir al-Munimin, ossia "Comandante dei credenti".6 L'ascesa di Yaqub evidenziò l'intrisica debolezza dei Qing in un periodo durante il quale la Gran Bretagna e la Russia si fronteggiavano aspramente nel cosiddetto "grande gioco" per estendere le rispettive sfere d'influenza in Asia centrale e nelle regioni limitrofe. In un contesto geopolitico caratterizzato da grande volatilità territoriale e aggressività imperiale i russi occuparono la valle delll'Ili, restituita all'impero Qing nel 1881 dopo la sconfitta di Yaqub. Le zone circostanti rimasero, però, al centro di un complesso contenzioso territoriale risolto formalmente soltanto nel 1998 dalla RPC e dalla repubblica del Kazakstan.
Dopo il crollo della Cina imperiale il Xinjiang diventò un regione sempre più periferica le cui vicissitudini interne furono fortemente influenzate da Mosca soprattutto tra la metà degli anni trenta e la fine degli anni quaranta. Due ribellioni caratterizzarono l'era repubblicana. Nel 1931 la deposizione del principe di Hami fornì il pretesto per la nascita di una rivolta nella depressione di Turfan, che si estese gradualmente verso il bacino del Tarim dove due anni più tardi fu fondata la Repubblica Islamica Turca del Turkestan Orientale (RITTO). In realtà, questo tentativo di stabilire una repubblica indipendente fallì dopo un anno durante il quale la RITTO controllò soltanto alcune oasi del Tamir. Più insidiosa per lo stato cinese fu una sommossa, molto probabilmente fomentata dall'Unione Sovietica, nella regione dell'Ili, nel Xinjiang nordoccidentale sfociata nella fondazione della Repubblica del Turkestan Orientale (RTO) (1944-49). La RTO possiede tutt'oggi un intenso valore simbolico per chi si oppone al governo cinese e combatte per l'indipendenza del Xinjiang come Turkestan Orientale.7
Con l'avvento della RPC il Xinjiang fu fermamente incorporato nello stato cinese per la prima volta dopo la conquista Qing e diventò in breve tempo terra di massiccia, e non sempre volontaria, immigrazione cinese, creando così le premesse per le attuali frizioni tra la popolazione locale e quella cinese. Dopo decenni di calma, il conflitto afghano e la fondazione di repubbliche indipendenti nell'Asia centrale ex sovietica hanno fornito un nuovo contesto adatto allo sviluppo di movimenti indipendentisti nel Xinjiang. Secondo recenti ricostruzioni, negli anni ottanta Pechino offrì ai mujahedin della resistenza anti-sovietica armi, campi di addestramento in Pakistan e nel Xinjiang e probabilmente anche combattenti appartenenti alle popolazioni turcofone del Xinjiang.8 Si suppone che questi militanti islamici una volta rientrati nel Xinjiang dall'Afghanistan si siano messi alla guida di movimenti indipendentisti. In questa luce possiamo analizzare la rivolta organizzata il 5 aprile 1990 da Zahideen Yusuf, uno studente religioso fortemente influenzato dagli ideali della jihad afghana, nel distretto di Baren, una enclave nel Xinjiang sudoccidentale abitata soprattutto da kirghisi. Secondo fonti ufficiali cinesi dalle trenta alle sessanta persone morirono a causa dei disordini mentre uiguri in esilio parlano di circa mille e seicento morti, una cifra sicuramente gonfiata. La rivolta di Baren ha segnato la riesumazione della lotta per uno stato indipendente del Turkestan Orientale da parte delle frange più estremiste delle minoranze musulmane turcofane. L'ultimo decennio è stato contrassegnato da un susseguirsi di azioni di sabotaggio, rivolte e atti terroristici che hanno causato innumerevoli vittime civili ed hanno infiammato le relazioni etniche nella regione. Nell'aprile del 1997 circa trenta persone furono uccise nella zona di Ili a seguito di dimostrazioni durante le quali studenti sventolarono in segno di protesta la bandiera usata dalla Repubblica del Turkestan Orientale negli anni quaranta. Sempre nel 1997 due organizzazioni con basi nel Kazakistan, il Fronte unito rivoluzionario e l'Organizzazione per la libertà del Turkestan Orientale, portarono a termine vari attentati terroristici nel Xinjiang ed a Pechino, il più feroce dei quali causò il decesso di 23 persone a Urumqi.9
La risposta del governo di Pechino a proteste anticinesi, attacchi terroristici e, più in generale, ad ogni forma di separatismo non si è fatta attendere ed è stata caratterizzata da numerosi arresti e da un numero imprecisato di esecuzioni di militanti indipendentisti. In questo momento le autorità comuniste sono allarmate soprattutto dalla diffusione dell'islamismo interpretato come ideologia politica e dalla crescente influenza esercitata da autorità religiose radicali disseminate nelle oasi del Tamir che "sostengono l'idea di una guerra santa contro gli infedeli", in poche parole contro il governo di Pechino.10 In altre zone del Xinjiang, per esempio a Turfan, la situazione è più tranquilla e le relazioni tra uiguri e cinesi Han non sono caratterizzate da continue tensioni. Le zone più esposte alla violenza armata si concentrano, quindi soprattutto nel sud del Xinjiang dove la presenza cinese è ancora limitata.
Pechino teme anche l'ideologia del panturchismo che ha séguito soprattutto tra l'elite intellettuale uigura esiliata in parte in Turchia. Durante la sua lunga permanenza ad Istanbul, Isa Yusup Alptekin (1901-1995), il più autorevole leader dell'indipendentismo uiguro, fu fortemente attratto dagli ideali di un'unica nazione turca e come capo dell'Associazione dei rifugiati del Turkestan Orientale partecipò a numerose attività legate a circoli panturchisti. Sebbene la Turchia offra rifugio ad attivisti del Xinjiang, la causa del Turkestan Orientale non primeggia nell'agenda di politica internazionale dell'elite kemalista di Ankara che ambisce prima di tutto a far parte dell'Unione Europea. Inoltre, il governo di Ankara è interessato a mantenere buone relazioni con Pechino e sicuramente non intende alienare i propri alleati sostenendo l'independenza del Xinjiang come Turkestan Orientale.

3. Colonialismo cinese o sviluppo economico?

Nel corso del diciannovesimo secolo il Xinjiang era per i cinesi Han una terra inospitale dove comuni criminali e burocrati caduti in disgrazia venivano esiliati e, nel migliore dei casi, un promettente mercato per commercianti avventurosi ed intraprendenti, certamente non un territorio dove emigrare. I cinesi Han furono incoraggiati a spostarsi in massa nel Xinjiang soltanto dopo la fondazione della RPC. Una politica, questa, che ha drasticamente alterato la composizione demografica della regione: nel 1949 i cinesi Han costituivano solo l'8% della popolazione mentre nel 1997 erano circa il 40% dei residenti del Xinjiang. Negli anni cinquanta un impulso cruciale per l'aumento della presenza cinese nel Xinjiang fu fornito dai Corpi di produzione e costruzione (CPC) formati originariamente da truppe smobilitate. Attualmente i CPC rappresentano una potentissima organizzazione paramilitare, composta da circa 2,5 milioni di persone, invisa alla popolazione indigena ed attiva in vari settori economici attraverso mille tentacoli di natura commerciale. In poche parole, i CPC monopolizzano vari aspetti dell'economia della regione, frenando così un equilibrato sviluppo economico del Xinjiang.
Attualmente, nonostante un percettibile miglioramento delle condizioni economiche e sociali a seguito delle riforme dell'era denghista, il malumore tra la popolazione di ceppo turco dilaga per l'apparente inconcludenza delle politiche economiche portate avanti da Pechino. Gli attuali problemi del Xinjiang devono essere interpretati all'interno dei crescenti divari di sviluppo economico emersi specialmente nell'ultimo decennio tra le regioni occidentali, caratterizzate da un'economia arretrata, e le aree costiere, dove una crescente parte della popolazione può permettersi di imitare lo stile di vita delle classe medie di Taiwan e Hong Kong. Il governo cinese è fortemente consapevole che l'incapacità di avviare una dinamica economica in aree con forte concentrazione di minoranze etniche come il Tibet ed il Xinjiang potrebbe portare allo scoppio di rivolte sociali, potenzialmente destabilizzanti per il partito comunista.
Con l'obiettivo di frenare lo scontento di chi finora è rimasto parzialmente escluso dai benefici delle recenti riforme economiche, Pechino ha recentemente lanciato la campagna "Go West", una serie di iniziative, spesso prive di coordinamento, volte allo sviluppo della Cina occidentale (Xinjiang, Tibet, Ningxia, Sichuan, Gansu, Guizhou, Yunnan, Qinghai e la municipalità di Chongqing) tramite la realizzazione di nuove infrastrutture e il potenziamento del settore industriale e terziario. Di fatto, quasi sicuramente la campagna comporterà lo spostamento di milioni di cinesi Han in regioni come il Tibet ed il Xinjiang, storicamente ostili al governo cinese, creando così le condizioni per l'intensificarsi di conflitti interetnici. Inoltre, molti progetti "Go West" mancano di un'adeguata architettura finanziaria e tendono a trascurare le ragioni fondamentali del sottosviluppo economico della Cina occidentale. Nel caso del Xinjiiang il governo non sembra intenzionato a ridimensionare il ruolo economico svolto dai Corpi di produzione e costruzione nonostante questa organizzazione rispecchi l'arrugginita economia socialista che l'attuale dirigenza cinese intende smantellare. In realtà Pechino vuole salvare i CCP non per il loro valore economico ma per la loro funzione politica: essi, infatti, rappresentano un bastione di cruciale importanza nel mantenimento del controllo di Pechino sul Xinjiang.

4. Il "nuovo grande gioco"

I progetti economici della campagna "Go west" si concentrano nel Xinjiang sullo sviluppo del potenziale energetico della regione e sono legati alla strategia del cosiddetto "nuovo grande gioco"11, che verte attorno ad un complesso intreccio di interessi politici ed economici nell'Asia centrale per la costruzione di pipeline e lo sfruttamento di giacimenti petroliferi e di gas naturale.12 Tramite mirati investimenti nelle nuove repubbliche centroasiatiche, Pechino non si è soltanto assicurata rifornimenti energetici ma anche contatti privilegiati con i governi della regione soprattutto nell'ambito del gruppo dei "5 di Shanghai" recentemente allargato a 6 membri (RPC, Russia, Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan, Uzbekistan) che mira, tra l'altro, a perseguire comuni politiche di prevenzione del traffico di droga e di controllo del radicalismo islamico. Non dobbiamo infatti dimenticare che movimenti islamici fondamentalisti, dopo aver messo radici nella valle del Fergana, uno storico crocevia culturale e politico dell'Asia centrale, hanno recentemente esteso la loro influenza dall'Afghanistan al Xinjiang. Questi gruppi si finanziano in parte tramite il narcotraffico ed hanno contribuito alla vertiginosa crescita del numero di tossicodipendenti tra i giovani musulmani del Xinjiang.
Per quanto riguarda le relazioni tra Afghanistan e RPC, dopo l'avvento del regime talebano a Kabul, Pechino perseguì una politica marcata da ambiguità verso i nuovi interlocutori afghani. Come tradizionale alleato del Pakistan, la RPC, sempre alla ricerca di nuovi mercati, cercò di instaurare rapporti di natura commerciale con il governo del mullah Omar ma, allo stesso tempo, espresse anche la propria preoccupazione per l'addestramento di volontari provenienti dal Xinjiang, soprattutto uiguri, nei campi terroristici di Bin Laden. Secondo fonti ufficiose cinesi alcune centinaia di estremisti uiguri si sono formati nei campi gestiti da estremisti islamici in Afghanistan e sembra che un numero non precisato di questi militanti abbia combattuto in Cecenia e probabilmente anche in difesa del regime talebano. 
Gli attacchi dell'11 settembre contro gli Stati Uniti, la conseguente guerra al terrorismo in Afghanistan e l'improvviso tracollo del regime talebano hanno rimesso in discussione i fragili equilibri geostrategici dell'Asia centrale, della quale il Xinjiang è parte integrante. Si può supporre che l'appoggio fornito da Pechino alla guerra globale contro Bin Laden ed i suoi alleati implichi un tacito accordo con gli Stati Uniti riguardante la soppressione dei terrorismi separatisti nel Xinjiang da parte delle autorità comuniste. Probabilmente Pechino si è assicurata la volontà, almeno a breve termine, da parte degli americani di non interferire negli affari interni del Xinjiang. In effetti, in questo momento, Pechino si avvale della nuova alleanza globale di lotta al terrorismo transnazionale per combattere militanti secessionisti del Xinjiang, organizzati in movimenti variegati, spesso usando metodi alquanto discutibili come carcerazioni preventive, arresti ed anche esecuzioni. Qualche analista sostiene che il Xinjiang potrebbe diventare un nuovo Kashmir, un'affermazione poco precisa, visto che nel caso del Kashmir esiste un complesso contenzioso territoriale tra Pakistan e India risalente alla Partizione del 1947 dell'India britannica mentre il Xinjiang fa parte dello stato cinese dal 1758. In un futuro prossimo è probabile che militanti separatisti continueranno a condurre una lotta violenta contro Pechino che però non altererà gli attuali assetti politici della regione. Per riconquistare simpatie tra la popolazione indigena, Pechino dovrebbe formulare politiche economiche più realistiche rispetto a quelle della campagna "Go West" e tenere in seria considerazione i problemi derivanti da una nuova immigrazione di massa di cinesi Han nella regione. Sicuramente, alla luce dei nuovi scenari geopolitici ed economici creatisi nell'Asia centrale dopo lo smembramento dell'Unione Sovietica e più recentemente dal crollo dei talebani, la dirigenza comunista cinese non può permettersi di sottovalutare la questione del Xinjiang come non può dimenticare i problemi del Tibet: la Cina non è solo Shanghai, sfarzosa vetrina per investitori stranieri.

Note

1Questo articolo si basa sulla mia pubblicazione Xinjiang or Eastern Turkestan?: the conundrum of Chinese Central Asia, Occasional paper of the Institute of International Economic Relations (IIER) (Atene), n. 21, estate 2001, pp. 1-38 e sulla mia relazione At the end of the silk road: ethnicity and nationalism in Chinese Central Asia, presentata al seminario "The conflict of Afghanistan and Central Asia" il 20 novembre 2001 all'IIER di Atene.
2I dati citati si riferiscono al censimento del 1997 e sono riportati in Colin Mackerras, Xinjiang at the turn of the Century: the causes of separatism, Central Asian Survey, 20, n.3, sett. 2001, p. 292.
3Per comprendere la società e cultura uigura è necessario consultare Justin Jon Rudelson, Oasis identities: Uyghur nationalism along the silk road, Columbia university press, New York, 1997.
4Matteo Fumagalli, L'arcipelago del terrore, in Quaderno speciale di Limes, "Le spade dell'Islam", supplemento al n..4, 2001, p.50.
5I commenti di Demirel sono riportati da Peter Ferdinand, Xinjiang: relations with China and abroad, in China deconstructs: politics, trade and regionalism, a cura di David. S. G. Goodman e Gerald Segal, Routledge, London, 1994, p. 278.
6Svat Soucek, A history of Inner Asia, Cambridge University Press, Cambridge, 2000, pp. 265-67.
7Linda Benson, The Ili Rebellion: the moslem challenge to Chinese authority in Xinjiang, 1944-1949, M.E. Sharpe Armonk, NY, 1990; David D. Wang, Under the Soviet shadow: the Yining incident, ethnic conflicts and rivalry in Xinjiang, 1944- 1949, Chinese university Hong Kong, Hong Kong 1999.
8Ahmad Lufti, Blowback: China and the Afghan Arabs, in Issues & studies, 37, n.1, genn.-febb 2001, pp.160-214; John K. Cooley, Una guerra empia: la Cia e l'estremismo islamico, trd..it, Eleuthera, 2000, pp.116-133.
9I seguenti articoli analizzano i conflitti del Xinjiang: Colin Mackerras, op. cit, 289-303; Kulbhushan Warikoo, Ethnic religious resurgence in Xinjiang, in Post-soviet Central Asia, a cura di Touraj e John O'Kane, Tauris Academic Studies, London 1998, pp. 269-82: Michal Dillon, Xinjiang: ethnicity, separatism and control in Chinese Central Asia, Durham East Asian papers, n.1, genn. 1995, pp. 1-51.
10Colin Mackerras, op. cit, p. 297.
11M.E. Ahrari, con James Beal, The New Great Game in Muslim Central Asia, McNair Paper, n. 47, National Defense University, Washington, 1996, pp.1-90.
12Yitzhak Shichor, From horse to horsepower: energy in China's relations with Central Asia, Pacifica review, 13, n.1, febb. 2001, pp. 91-105.

 

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