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RICORDO DI FRANCO DEMARCHI

Franco Demarchi, un grande amico della Cina

di Renzo Gubert

Il 17 febbraio u.s. è morto improvvisamente, all'età di quasi ottantatre anni, Franco Demarchi, sacerdote, professore di sociologia, direttore di "Mondo cinese" dal suo apparire, amico della Cina.
La sua amicizia per il popolo cinese, per la grande Cina, aveva una profonda radice. "Janua Coeli", il movimento di preghiera creato da Franco Demarchi nel 1973, ma anche molte altre iniziative successive di sostegno ai cristiani cinesi avevano come obbiettivo "aprire la Cina a Cristo". Quanto gli pesava, inoltre, la divisione fra i cristiani in Cina; e fu uomo che cercò, per le possibilità sue, di stabilire ponti, togliere dall'isolamento ecclesiale i cristiani (i vescovi in particolare) della cosiddetta "Chiesa patriottica" che accettava, per non vivere in clandestinità, di non riconoscere il primato di Pietro per obbedire a quanto voluto dalle autorità politiche. Ed è stato un percorso che ha fatto strada, in Cina e fuori.
Dirigendo "Mondo Cinese", volle mantenere alla rivista il suo carattere di approccio scientifico, alla fine degli anni '70, in un periodo nel quale era assai più comune e ben valutata un'impostazione tutta ideologica, maoista o antimaoista. Le collaborazioni che strinse in Cina furono innanzitutto con il mondo scientifico cinese, con le Università (specie quella di Hangzhou) e con l'Accademia cinese delle Scienze Sociali. Fu, certo, fra i primi, o forse il primo, a poter condurre ad Hangzhou, sul finire degli anni '80, un'indagine sui valori degli studenti cinesi, per compararli con quelli, ricavate da altre indagini sul medesimo questionario, condotte in Brasile e in altri paesi europei.
E quando tali collaborazioni non erano ancora possibili, volle prepararsi per meglio capire la cultura cinese attraverso gli studi sui cinesi in diaspora, in particolare nell'Asia equatoriale, a Singapore, in Indonesia e in Malaysia, là dove convivevano cinesi con le loro tradizioni filosofico-religiose, confuciane e buddiste soprattutto, e altri popoli locali, malesi, di tradizione mussulmana o induista, con una minoritaria ma dinamica presenza cristiana.
Dopo aver visitato l'India ed essere stato profondamente colpito dalla povertà e dalla miseria di molta parte di quei popoli, non solo si fece personalmente povero fra i poveri, donando a chi era nel bisogno il superfluo e anche più, ma volle dare il suo contributo da sociologo a comprendere le ragioni culturali della grande diversità fra l'opulenza, fino all'insopportabile spreco dell'Occidente e le difficoltà allo sviluppo dei grandi popoli asiatici. Lo interrogava la tesi di Max Weber su etica protestante e spirito del capitalismo, ma vedeva, anche, come nel sud-est asiatico le minoranze cinesi erano attive, capaci di iniziativa economica, portatrici di sviluppo economico. E Demarchi chiese ed ottenne fondi dal CNR per condurre indagini, guidando un gruppo di colleghi e collaboratori. L'attivismo particolaristico cinese, richiamato anche nell'opera del più noto dei sociologi americani di quegli anni, Talcott Parsons, trovava radici culturali e valoriali evidenti.
Non fu estranea all'approccio alla realtà cinese la conoscenza di Demarchi dei cinesi della diaspora; fu una buona preparazione. Mai egli si attardò a condannare ciò che nella Cina non era conforme al pensiero occidentale, ma sempre volle valorizzare le radici confuciane della cultura cinese, persistenti al di sotto delle sovrastrutture ideologiche, radici capaci di combinare grande attivismo realizzativo e disposizione al disciplinamento sociale. Certamente poco sviluppato era (ed è) in Cina il personalismo occidentale, nutrito dalla religione cristiana, ma non era poco riuscire a garantire a grandi masse in veloce crescita demografica il soddisfacimento di bisogni fondamentali di sopravvivenza, meglio di quanto non facesse, allora, l'India.
Tornò dal primo viaggio in Cina, assieme a Vittorino Colombo, pioniere nel costruire rapporti fra Italia e Cina anche a livello politico ufficiale, colpito dalla realtà, ancora di impostazione maoista, che aveva visto. Tornò in Università vestito alla cinese, l'uniforme vestito di allora, per porre con più evidenza all'attenzione della comunità sociologica e civile la necessità di dedicare tempo ed energie a capire la grande realtà cinese, al di là degli slogan della propaganda comunista e anticomunista. E quando, con la fine degli anni '70, la svolta di Deng Xiaoping portò la Cina ad aprirsi all'esterno, garantendo buon ritorno economico agli investimenti stranieri, ne comprese appieno la portata.
Demarchi rifiutava giudizi complessivamente negativi basati sull'insufficiente sviluppo del sistema giuridico e politico cinese sul modello occidentale; comprendeva meglio di altri come la natura della Cina, la sua dimensione, le sue diversità interne, la sua tradizione culturale non consentissero improvvisati trasferimenti di modelli giuridici e politici occidentali in Cina, senza conseguenze negative, sperimentate, del resto, nel crollo dell'Unione Sovietica. E perfino sulla posizione politica di studenti a favore della libertà politica e della democrazia, spenta coi fatti repressivi e sanguinosi di piazza Tian'anmen, pur molto addolorato per le vittime e per il metodo di far fronte al dissenso politico, percorse più la via della comprensione che della condanna senza appello: gli studenti volevano accelerazioni dei mutamenti politici che avrebbero potuto portare in definitiva danno alle grandi masse cinesi, che, per realizzare la crescita economica che consentisse di soddisfare i bisogni di base, avevano bisogno di un sistema politico stabile, capace di garantire l'ordinato svolgimento della vita sociale ed economica nell'unità del Paese.
Era tutt'altro che acquiescenza ai risvolti autoritari di stampo comunista: era a lui evidente come l'ideologia di riferimento dei nuovi leader cinesi fosse assai più quella di garantire sviluppo e maggior benessere (la funzione di "prendere i topi" al di là del "colore" del gatto secondo lo slogan propagandato da Deng Xiaoping) che di attuare principi dell'ideologia comunista, del resto poco compatibili con l'economia di mercato e l'ampio ricorso agli investimenti stranieri in un'ottica capitalista privata. La stessa trasformazione dei costumi in direzione occidentalizzante, la riscoperta delle tradizioni culturali pre-comuniste, i più ampi spazi di libertà economica con le conseguenti maggiori disuguaglianze sociali, la quasi privatizzazione delle terre, una minore ostilità alla, o una maggiore tolleranza della pratica religiosa, con il contemporaneo restauro di chiese e templi dopo la loro devastazione dell'epoca della Rivoluzione culturale, ed altro ancora, erano chiara dimostrazione del superamento dell'ideologia comunista, pur permanendo ancora la struttura giuridica e politica dello Stato basata sul primato e sul ruolo pressoché totalizzante del partito che continuava a chiamarsi comunista.
La formazione sociologica di Franco Demarchi, la sua dimestichezza con il metodo storico-comparativo, la prospettiva di lungo respiro che gli derivava dall'ispirazione weberiana, gli consentirono di sfuggire ai limiti delle letture politiche della situazione cinese, gli consentirono di comprendere i grandi mutamenti in atto in Cina, testimoniati da molti scritti, anche su "Mondo Cinese", pur senza essere in senso stretto un sinologo.
Egli, da sociologo oltre che da sacerdote, era, infine, un amico della Cina. Comprendere, capire era più importante di giudicare. E ciò spiega anche l'ultimo impegno di Demarchi, la valorizzazione dell'opera di un missionario gesuita del diciassettesimo secolo, trentino, Martino Martini. Dapprima sollecitò, sostenne e ottenne dalla municipalità il restauro della tomba di Martino Martini ad Hangzhou; successivamente si impegnò a ripubblicare, tradotta in italiano, l'Opera omnia di Martini, interamente a cura di un suo compianto amico e insigne sinologo Giuliano Bertuccioli, coinvolgendo nell'impresa l'Università di Trento, la Provincia di Trento ed altri enti. Fondò inoltre il Centro Studi Martino Martini, ora diretto da Riccardo Scartezzini, del quale fu presidente effettivo e, da ultimo, onorario. Organizzò con successo a Pechino, oltre che in città italiane, la presentazione del primo volume. Non ha potuto vedere ultimata l'impresa, che comunque arriverà a compimento tra poco, grazie agli sforzi di Federico Masini che ha continuato l'opera di Bertuccioli dopo la scomparsa di quest'ultimo. Di Martini apprezzava proprio la sua capacità di porsi in atteggiamento di comprensione della realtà cinese, di dialogo e collaborazione con il popolo cinese e le sue autorità, fatti che portarono il gesuita trentino, con successo, sulle orme di Matteo Ricci, ad essere bene accolto dai cinesi e a convincere la Curia Romana della compatibilità con il cristianesimo, in Cina, della pratica dei riti confuciani di ricordo degli antenati. Come ha ricordato durante le esequie il Preside della Facoltà di Sociologia, Antonio Scaglia, Franco Demarchi un po' si riconosceva in Martino Martini, che fu capace di comprendere la Cina fino a ritenere di fare un servizio all'Occidente il pubblicarne la storia e la geografia, quest'ultima tramite un Atlante edito in più lingue europee, per molti decenni il migliore della Cina in Europa. Ma, come Martini, Demarchi non si limitava a fare lo studioso, ma cercava, per le possibilità che aveva, di agire per rafforzare rapporti di collaborazione e di aiuto. E così volle continuare la sua collaborazione con le iniziative molteplici che a Milano presero vita ad opera di Vittorino Colombo e volle che il Centro Martini si occupasse anche di facilitare le relazioni economiche fra Italia e Cina, quanto meno sul piano della preparazione culturale degli operatori economici italiani e cinesi.
Gli sembrava una cecità il fatto che in Italia vi fosse così poco interesse per la Cina; conoscendo la Cina si imparava ad apprezzarla e ciò era la premessa per intessere rapporti. Con l'Istituto Italo-Cinese di Milano, fondato da Vittorino Colombo, aveva organizzato molti viaggi in Cina, portandovi autorità e gente comune; in uno di questi, nel 1988, volle giungere fino al luogo della missione e della sepoltura di Joseph Freinademetz, ladino, missionario verbita del secolo scorso, recentemente proclamato santo. La tomba era andata distrutta, ma il ricordo del missionario ladino era ancora vivo in alcune persone anziane. La valorizzazione di legami del tempo passato fra Italia e Cina era per lui importante per il presente, per fondare l'amicizia con il popolo cinese su motivi più forti che le temporanee convenienze. Ma i suoi viaggi portavano anche a comprendere le radici filosofico-religiose antiche della Cina, ripercorrendo i tracciati dei pellegrinaggi ai monti sacri, dove taoismo e buddismo in qualche modo si mescolavano, oppure visitando i luoghi di Confucio. Ed anche l'offerta di un periodo di vacanza agli studenti cinesi in Italia, in periodi nei quali era meno facile di oggi rientrare per l'estate in Cina, era per Demarchi un modo per approfondire la conoscenza reciproca e fondare così rapporti di amicizia con coloro che si apprestavano ad assumere posizioni di rilievo in Cina. Come non ricordare, al riguardo, il grande raduno in Cina, alla fine degli anni '80, degli studenti cinesi, già affermati esponenti della cultura, dell'economia, della politica, delle amministrazioni pubbliche, promosso dall'Associazione degli studenti cinesi in Italia che fecero l'esperienza delle ferie offerte da Demarchi? Come non ricordare ancora il suo sforzo rilevante di diffusione in Italia della rivista cinese (edita in italiano) di "Cina illustrata'; un modo piacevole e insuperato di consentire a tutti di apprezzare i paesaggi, l'arte, i costumi, i progressi tecnici e industriali della Cina? Per non parlare degli aiuti economici che egli portava in Cina per opere sociali (in particolare una casa di riposo per anziani), chiedendo sostegno agli amici, ma soprattutto dando del suo.
Franco Demarchi fu, quindi, un grande amico della Cina e lo fu anche in virtù del suo spirito di sacerdote e del suo sapere di sociologo. Il miglior modo per ringraziarlo di quanto ha fatto è quello di continuare la sua opera. Quelli che hanno avuto la fortuna di conoscerlo non mancheranno a tale dovere, non solo per riconoscenza, ma per essere stati contagiati dal suo entusiasmo generoso e ben fondato su solide basi razionali.

 

MONDO CINESE N. 118, GENNAIO-MARZO 2004

 

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