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È CADUTA LA GRANDE MURAGLIA

Tradotti in tutto il mondo, corteggiati dal cinema, premiati col Nobel, i narratori della Repubblica popolare non sono mai stati così al centro dell’attenzione. I ricordi tragici del recente passato e la mutata realtà del paese forniscono temi e trame di forte impatto. E intanto, l’ultima generazione si fa attrarre dal "pulp": sesso, violenza, emarginazione.

Quad.gif (43 byte)  di SANDRA PETRIGNANI

 

La bellissima libreria Sanlian, tutta foderata di legno, la più famosa e frequentata di Pechino, un intero palazzo in quella che può essere chiamata la via del Corso della città, ha una sua classifica dei titoli più venduti della settimana.
A tenere banco di recente non è stato Il supplizio del legno di sandalo, romanzo fiume di Mo Yan (riverito autore di Sorgo rosso, edito in Italia da Theoria), di cui animatamente discute l'intellighenzia cinese, ma il Diario di morte di Li Youqin, storia in prima persona di un malato terminale di cancro. II dato la dice lunga sulla svolta «culturale» della Cina di oggi. Un paese di lettori forti e numerosi, che si sta però volgendo principalmente alla manualistica e alle storie autobiografiche scioccanti, proprio mentre il mondo intero s'inchina al suo prodigioso fiorire cinematografico e letterario. E l'Accademia di Svezia ha appena premiato col Nobel uno scrittore cinese, sia pure espatriato, Gao Xingjian.

I libri che vanno di più, spiegano alla Sanlian, sono i manuali di management e bon-ton, i trattatelli sulle Olimpiadi o sui rapporti con gli Usa. La saggistica (d'orientamento e di immediata utilità) vince sulla narrativa, che era il piatto forte ancora fino a cinque anni fa. Grandi propulsori pubblicitari la tv e Internet. Il Diario di morte, per esempio, è nato in rete, suscitando un crescente interesse fino a trasformarsi nel più grande successo editoriale degli ultimi tempi.

In rete muovono i primi passi tanti giovani autori in cerca di ascolto e anche molti degli scrittori più affermati hanno il loro sito e partecipano a polemiche e discussioni letterarie via Internet. «La Cina è tecnologicamente uno dei paesi più avanzati del mondo» spiega il giovane (36 anni) sinologo Giorgio Trentin, reduce da un soggiomo di due anni a Pechino, insegnante all'Ismeo di Roma e attualmente impegnato nella traduzione di Mo Yan per l'Einaudi. Ma la grande accelerazione progressista, iniziata cor le «Quattro modernizzazioni» di Deng nel dopo-Mao, ha stravolto la società cinese. « Da un lato» continua Trentin «ha giustamente sradicato i valori della Rivoluzione culturale, ma dall'altro non ne ha prodotti di nuovi, se non quelli del consumismo, del successo personale e dei soldi da fare in fretta».

Ne è la significativa conseguenza letteraria un libro che ha avuto risonanza anche in Italia, Shanghai Baby, tradotto da Rizzoli, miscela di sesso, droga e spasmodico desiderio di affermazione, della giovane Zhou Weihui. «Tipico prodotto da esportazione» lo definisce un'altra sinologa, Maria Rita Masci, da tre anni addetto stampa dell'ambasciata itahana a Pechino. E Francesco Sisci, corrispondente della Stampa dalla Cina, ricorda che Shanghai Baby ha venduto molto anche lì, «ma non ha avuto una sola recensione positiva. È un'opera pulp, come tanta roba del genere che va di moda adesso».

E le mode, nelle grandi metropoli cinesi, cambiano vorticosamente al ritmo frenetico di una società che tutto fagocita e consuma rapidissimamente. «Solo cinque anni fa» ricorda Sisci «c'erano ancora le biciclette. Oggi sono sparite. Insieme a tanti vecchi quartieri sostituiti a passo di marcia da grattacieli. Andavano i capelli ricci e i giovani avevano tutti la permanente. Oggi li vedi in giro con i capelli lisci e biondi».

In tanta frenesia e voglia di fare, la letteratura si giova di incentivi statali mai visti prima. Sarà che anche l’arte è consederata un business, ma mai corne ora è stato facile per i cenesi fondare riviste, pubblicare libri, tradurre autori stranieri (i best-seller sono Marquez, Kundera, Borges). Dopo il Nobel, è stato tradotto cor entusiasmo Dario Fo, mentre un muro di gelo circonda il nome di Gao Xingjian (che in Italie uscirà da Rizzoli), premiato dall'Accademia de Svezia, secondo il regime cinese, perché dissidente. Stessa indifferenza per Dai Sijie, il cui Balzac e la piccola sarta (Adelphi) è piaciuto molto in Francia (doue l' autore vive da 15 anni) e in Italia, e che al momento si trova in Cina a dare il primo ciak al film tratto da quel libro, una storia dolce-amara sulla Rivoluzione culturale.

Il cinema, altra grande arte cinese di rilievo internazionale, s'ispira spesso ai romanzi contemporanei o coinvolge in prima persona gli scrittori, vuoi come registi, vuoi come sceneggiatori. Tanto per fare un esempio fra i molti possibili, il bel film, largamente esportato, di Zhang Yimou, Ju Dou, tratto dall'apprezzato omonimo romanzo di Liu Heng (non ancora tradotto da noi).

Sono passati solo 25 anni dalla morte di Mao. La gente, incalzata da Deng a demaoizzarsi di corsa, non ha avuto il tempo di rimettersi dalle ferite della Rivoluzione culturale, considerata oggi «un errore». La cosiddetta «letteratura delle cicatrici» che denunciava gli orrori delle guardie rosse «era artificiosa quanto quella del realismo socialista degli anni precedenti» dice Maria Rita Masci. Unica eccezione, forse, Dai Houying (Shanghai, Sperling&Kupfer) che ha introdotto nella narrativa cinese il «flusso di coscienza».

Ma con gli anni 80 ecco una nuova generazione di scrittori che è riuscita a raccontare quella Rivoluzione in modo originale e con una lingua minimale capace di farsi capire in tutto il mondo. Dal caposcuola Han Shaogong (Pa pa pa, Theoria), che sostiene: «La letteratura ha radici che devono essere conficcate nella terra della cultura tradizionale di una nazione»; ad A Cheng (La trilogia dei re, Bompiani), considerato generalmente il numero uno, ma che ora trova difficoltà in patria a pubblicare il suo nuovo libro, Traditori, un saggio sut tradimento nella storia cinese il cui argomento non piace evidentemente a un governo proteso verso l’ottimismo. Fino a Mo Yan (L'uomo che allevava i gatti, Einaudi) e Can Xue, una scrittrice dalle peculiari caratteristiche fantastiche (Dialoghi in cielo, Theoria).

E mentre alcuni cercavano le radici, altri percorrevano le strade dell'ironia e della dissacrazione. Fra loro Xu Xing, trentasettenne cantore dell'emarginazione e delta gioventù metropolitana. C'è grande aspettativa per il suo imminente nuovo romanzo, dopo gli oltre 10 anni di silenzio da un libro che piacque molto anche all'estero (Quel che resta è tuo, Theoria). Un silenzio dovuto (per lui corne per altri) al contraccolpo del massacro di piazza Tian'anmen (1989). Finite, dopo quell'evento, le illusioni di cambiare la società con le armi delta protesta e dette manifestazioni. Oggi l'impegno prende altre strade, meno pericolose, corne la difesa dalle demolizioni indiscriminate, dovute al boom edilizio, dei vecchi palazzi e delle aree storicamente interessanti: Fen Jicai e Liu Xinwu sono i nomi più in vista nella denuncia.

A raccontare l’emarginazione con effetti umoristici ha ripreso anche Wang Shuo (Scherzando col fuoco e Metà acqua metà fuoco, Mondadori). Prima di Tian'anmen era lo scrittore più irriverente e popolare della Cina, grazie anche a una soap-opera televisiva sulla redazione di un giornale e sui problemi di mogli, figli, amici dei giornalisti protagonisti. Wang Shuo è anche un saggista che sa far discutere: il suo tema preferito ultimamente è il problematico rapporto fra letteratura e società consumistica. E se il sempre amato Su Tong (Lanterne rosse, Cipria, Feltrinelli) non ha per ora aggiunto nulla di nuovo ai suoi interessi metanarrativi e avanguardistici, una ricca schiera di autori più giovani preme con una scrittura di tipo neorealista che esplora le frontiere minimaliste della vita moderna. Da Ha Jin (L'attesa, Marsilio) allo scrittore omosessuale Bai Xianyong, nato a Taiwan e residente negli Stati Uniti, a Lin Bai, giovane scrittrice che in L'acqua nella bottiglia ha raccontato coraggiosamente una storia lesbica, ai superminimalisti Lu Yang e He Dun, alle due ex amiche protagoniste di un arroventato litigio, Mian Mian e Zhou Weihui.

Le signore-bene della scrittura, da Ami Tan ad Anchee Min (Azalea rossa, Guanda), non sono mai state cosi lontane. Fuggite dalla Cina di Mao, raccontavano con nostalgia un paese che non c'era più. Oggi le più giovani raccontano soprattutto la loro voglia di vivere e diventare famose, in Cina e all'estero.


Delle bande il catalogo è questo

Dai più famosi agli emergenti, la letteratura cinese presenta un panorama assai vario di sfumature e sensibilità. Queste le correnti più significative

RICERCA
DELLE RADICI
NEOREALISTI/
MINIMALISTI
DISSACRANTI/
POSTMODERNI
ESPATRIATI
A Cheng • Lu Yang Wang Shuo • Gao Xingjian
• Mo Yan • He Dun • Xu Xing • Dai Sijie
• Can Xue • Liu Zhenyun • Su Tong • Ha Jin
    • Yu Hua • Ami Tan
    • Mian Mian • Anchee Min
    • Zhou Weihui  
    Xu Xing  

Nell'attuale panorama letterario cinese spiccano tre tendenze: la riflessione sul doloroso passato, la riscoperta della vita quotidiana e la ricerca di storie estreme.
Gli scrittori che vivono all'estero sono invece più impegnati a dialogare con la cultura dei paesi ospitanti.

arrow_red_right1.gif (51 byte) Plagio a Shanghai, rissa tra amiche  © Panorama 2001

Le immagini

arrow_red_right1.gif (51 byte) A Cheng
arrow_red_right1.gif (51 byte) Mo Yan
arrow_red_right1.gif (51 byte) Su Tong
arrow_red_right1.gif (51 byte) Zhou Weihui
arrow_red_right1.gif (51 byte) Yu Hua
arrow_red_right1.gif (51 byte) Wang Shuo
arrow_red_right1.gif (51 byte) Dai Sijie
arrow_red_right1.gif (51 byte) Ha Jin

 

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