1. Una questione vecchia e complessa
Le decisioni del Ministero dell’Istruzione
giapponese (Monbukagakushô) relative
allo scrutinio dei manuali di storia,
rese note agli inizi di aprile,
hanno suscitato proteste all’interno
ed all’esterno del Giappone.
Tra i testi approvati dal ministero
figurano infatti libri dai toni e dal
contenuto inequivocabilmente
revisionistici1. Come è noto, imponenti
manifestazioni si sono
avute in particolare nella Repubblica
Popolare Cinese, dove lo
sdegno per la questione dei libri
di testo e l’andamento del
concomitante dibattito sulla riforma
dell’ONU (segnatamente
l’aspirazione del Giappone ad un
seggio permanente in seno al
Consiglio di Sicurezza) hanno creato
una potente convergenza di
sentimenti anti-giapponesi. Mentre l’atteggiamento cinese è stato
interpretato come una legittima
manifestazione di orgoglio nazionalistico,
ovvero come una
strumentalizzazione dell’opinione
pubblica da parte
dell’establishment, a molti osservatori
è sembrato che il Giappone
confermasse, ancora una volta,
una delle immagini usate per
descriverlo: quella di un paese incapace
di fare i conti con il proprio
passato, che non ha mai del
tutto ripudiato i suoi trascorsi
militaristici.
In realtà, la recente controversia
sino-giapponese è molto più complessa
ed anche meno nuova di
quel che appare. I manuali di storia
giapponesi sono stati per la
prima volta causa di attriti tra la
Cina ed il Giappone nel 1982,
quando il “problema dei libri di
testo” (kyôkasho no mondai) si è
internazionalizzato2. Nell’estate
di quell’anno, il governo cinese
accusò il Ministero dell’Istruzione
giapponese di aver fatto pressione
sugli autori dei libri di testo
sotto scrutinio affinché modificassero
alcuni passaggi dei manuali
per presentare gli eventi storici,
in particolare quelli relativi all’invasione
e dominazione giapponese
della Cina, con toni meno critici
nei confronti del Giappone.
Successivamente emerse che, per
quanto esistenti, le pressioni non
erano avvenute nei termini descritti
dal governo e dalla stampa cinese
(che si era peraltro basata
su indiscrezioni riportate da alcuni
quotidiani giapponesi), ma
il caso era ormai esploso ed altri
paesi asiatici si unirono presto alle
proteste della Cina3. Quattro anni
dopo, il problema si ripropose in
termini analoghi. Il Giappone stava
vivendo un periodo di eccezionale
prosperità e crescita economica
ed il ritrovato orgoglio nazionale
si manifestava anche sotto forma di un compiaciuto nazionalismo
che sollecitava ricostruzioni
della storia nazionale sempre
più auto-celebrative e
revisionistiche. Non a caso, risale
a questi anni, al 15 agosto 1985
(quarantesimo anniversario della
sconfitta del Giappone) per l’esattezza,
anche la prima visita ufficiale
di un Primo Ministro giapponese
al famigerato santuario
shintoista Yasukuni. Prima di
Nakasone Yasuhiro, l’allora premier, altri primi ministri si erano recati al tempio, ma mai nessuno
aveva dato carattere ufficiale
e pubblico alla sua visita, sfidando
l’ira di parte dell’opinione
pubblica giapponese e dei paesi
asiatici vittime del colonialismo
nipponico. Visitare il tempio
Yasukuni significava infatti rendere omaggio ai giapponesi caduti
per la patria dalla metà del XIX
secolo in poi ed ivi sepolti ed onorati:
non solo a quelli immolatisi
nella guerra sino-giapponese
(1894-95) e nippo-russa (190405),
ma anche ad alcuni leader
giapponesi condannati come “criminali
di guerra” dal Tribunale
Militare Internazionale per l’Estremo
Oriente4. L’esempio di
Nakasone è stato seguito dall’attuale
Primo Ministro Koizumi
Junichirô che si è recato in visita
al santuario più volte, noncurante
delle proteste interne ed esterne generate dal suo gesto provocatorio.
L’ultimo ed immediato precedente
della attuale controversia sui
libri di testo si è avuto nel 2001,
in un clima di pieno revival
neonazionalistico, stimolato dalle
cosiddette “tre fini”: la fine della
Guerra fredda, il decesso dell’imperatore
Shôwa e lo scoppio della bolla speculativa che aveva causato
l’inizio di una lunga recessione
economica. Quell’anno, tra
i manuali di storia approvati dal
Ministero dell’Istruzione giapponese
figurava anche un testo dai
toni inequivocabilmente
negazionistici, il “Nuovo manuale
di storia” (Atarashii rekishi kyôkasho)5. In questa, come nelle
altre occasioni, i passaggi
problematici dei libri sotto accusa
sono quelli relativi alla storia
del Giappone successiva alla Restaurazione
Meiji (1868), soprattutto
quelli che descrivono gli anni
del militarismo giapponese (sebbene
in alcuni testi, il maquillage
revisionistico colpisca anche la
storia antica). La tendenza comune
a molti dei testi criticati è di
presentare le guerre combattute
dal Giappone, da quella sinogiapponese
in poi, come una risposta
difensiva e necessaria alla
minaccia dell’imperialismo occidentale.
Una risposta narrata al
netto delle atrocità compiute dal
Giappone: dalla deportazione
coatta di lavoratori cinesi e
coreani, al sistematico sfruttamento
sessuale di donne asiatiche, le
tristemente note “donne conforto” (ianfu), alle efferatezze di cui
si resero responsabili le truppe
giapponesi a Nanchino nel 1937.
2. I manuali e la guerra della
memoria nel Giappone postbellico
Il “problema dei libri di testo” è
stato visto come uno dei segni
evidenti dell’incapacità del Giappone
di fare i conti con il propriopassato. È innegabile che il Giappone
è stato riluttante a riconoscere
le proprie responsabilità
nella guerra combattuta dal 1937
al 1945. Peraltro, un nazionalismo
radicato in una cultura della
“vergogna” ed in una
particolaristica esaltazione dell’unicità
nipponica ha contribuito
a rendere ancora più esasperate
le forme della negazione e
della revisione del passato, come
le inopportune e reiterate visite
del Primo Ministro Koizumi al tempio
Yasukuni ben testimoniano6.
Tuttavia, è altrettanto vero che
l’atteggiamento del Giappone, e,
nello specifico, i problemi relativi
ai manuali di storia e la recente
controversia, non possono essere
liquidati come mera espressione
di una univoca e totalizzante volontà
negazionistica dello stato
giapponese. Sia perché non sono
mancate le occasioni in cui il Giappone
ha ufficialmente riconosciuto
le proprie colpe e si è esplicitamente
scusato con i suoi vicini
asiatici7. Sia perché l’atteggiamento
dei burocrati del Ministero
e dei leader politici non è
riducibile ad una isolata ed unilaterale
manifestazione di nazionalismo
revisionistico.
Il “problema dei libri di testo” è il
prodotto di una pluriennale battaglia
per la riscrittura della storia
nazionale che è stata combattuta
dai conservatori e dai
progressisti giapponesi a vari livelli: nell’arena della politica interna
(ed in quella della politica
estera), sul terreno della cultura
popolare ed infine nelle accademie.
Obiettivo degli storici e degli
intellettuali conservatori era
confutare la prospettiva storica di
matrice progressista affermatasi
negli anni dell’occupazione delGiappone (1945-1952). È quella
che gli storici revisionisti giapponesi
chiamano spregiativamente
“prospettiva storica del processo
di Tokyo”: una visione fortemente
influenzata dalla cosiddetta
“storiografia postbellica” giapponese
(egemonizzata dagli storici
marxisti) e dall’azione del Tribunale
Militare Internazionale per
l’Estremo Oriente (attraverso il
processo da esso istruito dal 1946
al 1948, comunemente noto come
“processo di Tokyo”). Essa interpreta
la storia moderna del Giappone
come una sequenza di eventi negativi culminanti nelle atrocità
prodotte dal militarismo
espansionistico giapponese.
Contro questo genere di
storiografia, “masochistica” (jigyakuteki), “tenebrosa” (ankokuteki) ed “antigiapponese”
(hannichiteki) nelle parole dei
revisionisti, i conservatori giapponesi
sferrano i loro attacchi, già
a partire dagli anni Cinquanta.
Tra i più significativi quello del
1955, per mano del conservatore
Partito Democratico giapponese
che solleva il “problema dei libri
di testo preoccupanti” (ureu beki
kyôkasho no mondai). Vale a dire
dei testi scolastici, quelli di storia
in particolare, viziati da “pregiudizi”
e finalizzati a stregare gli
indifesi lettori con il “potere diabolico
rosso” (akai mashu), ovvero
con le tesi della storiografia
marxista8. Inoltre, quello del romanziere
Hayashi Fusao che dal
1963 al 1965 pubblica a puntate
sulla rivista Chûô kôron la sua
“Apologia della Guerra della
grande Asia Orientale”: una esplicita
difesa della Guerra del Pacifico
(che l’autore significativamente
indica con la denominazione
in uso dal 1941 al 1945, “Guerra
della grande Asia Orientale”)
considerata l’ultima fase di un
centennale conflitto combattuto
dal Giappone contro le potenze
occidentali9. L’ultima grande offensiva
dei conservatori si ha nel
dopo Guerra fredda ed ha nel
“Centro di studi per una visione
liberale della storia” (Jiyûshugi
shikan kenkyûkai) uno dei suoi
principali protagonisti10.
3. Aprile 2005: un copione che
si ripete?
È fin troppo chiaro che in questa
lunga crociata contro la
storiografia marxista, il cui ultimo
atto si è consumato di recente,
la posta in gioco non è semplicemente
la storia. Non è la storia,
per quanto vincolante con il
suo ingombrante ed oggettivo fardello
di atrocità, a muovere le
masse cinesi in protesta o i capi
di stato cinesi e giapponesi. Né
gli attriti sino-giapponesi sono
riducibili ad uno scontro tra due
nazionalismi diversi e contrapposti:
quello giapponese radicato
nella consapevolezza della “eccezionalità”
nipponica, come abbiamo
accennato, e quello cinese che
affonda le radici nel “secolo delle
umiliazioni” e, in particolare, nella
memoria traumatica delle umiliazioni
subite durante gli anni della dominazione giapponese.
Da un lato, le recenti frizioni sinogiapponesi
si inseriscono all’interno
di dinamiche di confronto tra
le due potenze nella regione asiatica:
la posizione del Giappone,
che ambisce ad ottenere l’assegnazione
di un seggio permanente
in seno al Consiglio di Sicurezza
dell’ONU, mette in discussione
alcuni dei presupposti su cui si
è fondato negli ultimi anni l’equilibrio
regionale del Nordest asiatico
(un Giappone che concentra
il suo potere globale nel settore
economico, rinunciando alla
“normalizzazione”). Dall’altro,
l’atteggiamento adottato dalla
Cina nei confronti del Giappone
si presenta come la continuazione
di una pluriennale tradizione
diplomatica che utilizza il passato
coloniale del Giappone come
leva per ottenere concessioni economiche,
la cosiddetta “diplomazia
del fumie”11. Una strategia che
la Cina ha selettivamente e
sapientemente adottato nel corso degli anni. Non negli anni Settanta,
ad esempio, in occasione
dei negoziati per la stipula del
trattato di pace sino-giapponese.
All’epoca, poiché la Cina voleva
che il riavvicinamento con Tokyo
avvenisse in tempi brevi e senza
intoppi, si astenne dal sollevare
le questioni legate alla dominazione
giapponese12 (a differenza
di quanto fatto anni prima dalla
Corea del Sud, ad esempio)13. Tuttavia,
negli anni Ottanta, quando
le priorità nell’agenda cinese
erano cambiate, la controversia
sui libri di testo è stata trasformata
in occasione per la richiesta
e l’ottenimento di concessioni
economiche14.
Nel 2005, il copione sembra ripetersi.
Dopo aver osato tanto, il
Giappone riconosce le sue colpe
passate, porgendo scuse che la
Cina accetta con qualche riserva.
Tuttavia, il finale non sarà necessariamente analogo a quello degli
anni precedenti. Questa volta
tutto avviene in un clima molto
più teso, tra mobilitazioni popolari
cinesi massicce e, soprattutto,
in un mutato contesto regionale
e globale che vede la Cina
godere di un potere senza precedenti
negli ultimi lustri.
MONDO CINESE N. 123, APRILE-GIUGNO 2005
